Campanello

“Chi chiama per confessarsi non disturba mai”
Il cartello bianco incorniciato di nero aveva attirato la sua attenzione. Marta lo osservava dalla panca di legno su cui si era seduta pochi minuti prima. Aveva camminato per quasi un’ora, in salita sotto il sole, per arrivare a quel borgo antico e il fresco conservato fra quelle grosse mura la stava aiutando a far tornare il battito cardiaco a ritmi normali.
Sulla parete laterale sinistra della cripta vide aprirsi una porta di legno: una coppia che aveva già passato la quarantina l’attraversava con aria soddisfatta, per andare a sedersi nella metà della navata vuota, su due panche, l’uno dietro l’altra. La donna si fece il segno della croce, si inginocchiò, poi prese posto a sedere, mentre lui già seduto, fissava il pavimento. Marta si domandò come mai le donne fossero sempre le più devote. Immaginò che fossero venuti alla piccola abbazia per prendere accordi sul matrimonio e valutò come quello stile romanico, quieto e spirituale fosse perfetto per una cerimonia sobria ed elegante, il tipo di cerimonia adatta a un matrimonio tardivo, in cui il fiume di auguri per i figli futuri, gli schiamazzi e gli scherzi goliardici lasciano spazio ad abbracci affettuosi, tavolate contenute con menù nouvelle cousine e una sottile nostalgia per quei parenti a cui lo scorrere del tempo non ha permesso di presenziare. I due si alzarono dopo pochi minuti, lei cinse il braccio di lui e uscirono nel sole.

Nuovamente sola in quel silenzio riposante Marta tornò a guardare il cartello. Lo fissò immobile cercando di capire cosa volesse dire: doveva riferirsi alla possibilità di farsi confessare da qualche frate della Comunità dei Fratelli di San Francesco in qualsiasi momento. Mancava qualcosa però, per poter chiamare: un numero di telefono. Continua a leggere

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Fazzoletto

Salivo le scale nell’oscurità. Scalino dopo scalino, la mano aggrappata alla ringhiera di metallo, le mie gambe si muovevano meccanicamente, ripetendo un ritmo familiare, l’altezza degli scalini ormai impressa nella mia memoria cellulare. Giunta al pianerottolo girai a sinistra, verso le stanza che molti anni prima aveva ospitato i miei giochi di bambina. La stanza non era più come la ricordavo. Vent’anni prima l’avevo lasciata piena di giocattoli e cianfrusaglie, e sempre qui veniva stipato il grano dei campi, in sacchi di tela grezza addossati alle pareti. Un letto matrimoniale troneggiava ora al centro, occupando gran parte dello spazio a disposizione: potevo vederlo nella penombra, e percepivo che il letto era occupato, senza capire da chi. Chiunque fosse in quel letto dormiva profondamente, la regolarità del respiro mi fece capire che la mia presenza non l’aveva svegliato. Avevo bisogno di luce e per trovarla mi voltai d’istinto verso la finestra a nord, che dava su un piccolo terrazzo: tirai su la tapparella di scatto, facendo molto rumore.

– Chi c’è lì? – dissi ad alta voce. Continua a leggere

Ingenuità

In questi giorni ci sono stati tanti commenti sul caso di Vanessa Marzullo e Greta Ramelli, le due volontarie italiane rapite in Siria. Tanti, tantissimi  di offesa, scherno, con parole che prendono due giovani vite, le mettono su un piatto della bilancia, e sull’altra buttano i soldi “di noi contribuenti” chiedendosi quanto ci costerà la trattativa coi rapitori per riportarle a casa. Come se si potesse anche solo pensare alla “convenienza”, in questi casi… vien davvero da credere che a qualcuno la logica consumistica del profitto si sia infiltrata dagli occhi al cervello e da lì sia arrivata a mangiarne il cuore.  Solo così mi spiego come possa risultare tanto difficile restare umani. Sentirsi così tranquilli nell’usare certe parole. Quel “se la sono andata a cercare” è la frase più odiosa che si potesse scrivere, la più dolorosa da leggere, ancora di più di quel commento in cui veniva loro augurato di godersi la festa che i rapitori avrebbero fatto ai loro lati A e B. Da dove nasce tanto astio? Continua a leggere