La vita di Adele

Adele SPaghettiFinalmente sono riuscita a vedere il film “La vita di Adele”, di cui avevo sentito molto parlare, nel bene e nel male. E l’ho trovato bellissimo. Non è una storia d’amore “saffica”, come è stato detto: è la storia del passaggio dall’adolescenza alla vita adulta di una ragazza, che ad un certo punto si innamora. E che si innamori di una donna poco importa, in questo film. Vi è qualche accenno alla “problematicità” di questa relazione, ma solo a livello sociale, per paura dello scherno delle amiche o dell’incapacità di comprendere della famiglia e dei colleghi. Ma chiunque può ritrovarsi nelle dinamiche raccontate e interpretate così bene, in quelle atmosfere. Adele è una giovane liceale,  naif, intrigante e seducente quasi senza volerlo. Ha i capelli lunghi e raccolti in un crocchio alla meno peggio, con ciocche ribelli che le incorniciano il viso. E così, i capelli disordinati e vestiti scelti a caso, va incontro all’amore con spontaneità e totale apertura. Ama Emma, artista, studentessa di Belle Arti, che la considera la sua musa ispiratrice e la rende protagonista di tutti i suoi quadri. Sono due mondi diversi quelli che si incrociano e si uniscono, quello intellettuale di Emma, in cui l’arte è una parte imprescindibile della vita, che pone le persone davanti a continue ricerche e riflessioni, e quello pratico di Adele, che ama leggere, ma non sente nessuna spinta creativa, desidera fare la maestra e sembra trovare la felicità nelle piccole cose quotidiane, come l’abbraccio di uno dei bambini a cui, ormai diplomata, insegna, o l’amore che mette nel preparare i pasti per la sua Emma. Un film che dipinge le diverse fasi di una relazione con tratti dai colori tenui e armonici: la brillantezza dei momenti iniziali, le tonalità di azzurro che fanno da sfondo al momento della passione, le luci soffuse delle scene più  “intellettuali”, quelle accese della vita di tutti i giorni. Continua a leggere

Un periodista no es un publicista del poder

Lydia CachoIl Ridotto del Teatro Comunale di Ferrara è gremito di gente: più di un’ora di fila per entrare, per assicurarsi la possibilità di ascoltarla. La protagonista dell’incontro è Lydia Cacho, giornalista messicana invitata a Ferrara come ospite del Festival di Internazionale, edizione 2014. Dieci anni fa, a seguito di una denuncia di stupro di una ragazzina di tredici anni, Cacho inizia ad indagare sul caso e scopre una gigantesca rete di pedofili che coinvolge politici, imprenditori e polizia. Spuntano fuori nomi importanti, nomi di politici. Lydia, che al tempo lavorava come giornalista del piccolo schermo, questi nomi li pronuncia alla televisione. E inizia a riceve minacce di morte. Non solo: accusata di diffamazione, un giorno, mentre si sta recando nel suo ufficio (siamo nella città di Cancun) viene arrestata dalla polizia, in una vera e propria scena da film, in cui due macchine chiudono la strada  e da una terza scendono degli uomini che, puntandole una pistola contro, la obbligano a salire su una delle vetture. Sono tutti in borghese e nessuno di loro si identifica, cosa che in un primo tempo le fa pensare che si tratti di un sequestro. La aspetta un lungo viaggio, duemila chilometri in cui subisce continuamente torture e minacce di morte. Questo brutale episodio però non la coglie impreparata: aveva da tempo predisposto una serie di contatti che il marito e i suoi colleghi avrebbero dovuto chiamare in caso di una sua sparizione. Continua a leggere