Piacere senza compiacere

Riuscire a piacere senza compiacere. Facile da scrivere, difficile da praticare. Soprattutto se hai un pensiero che si muove in direzione opposta alla corrente e che non puoi fare a meno di manifestare. Pensiero che, una volta reso pubblico, darà fastidio a qualcuno, non sarà in linea con le sue idee, dimostrerà che si può essere dissidenti. Francamente non so spiegare perché io sia spinta a dire sempre quello che penso, mi pare sia sempre stato così e mi è sempre sembrato ovvio: ho ragionato su una cosa, la penso e quindi te la dico. A ben vedere, nonostante tutti i problemi che questo possa creare, non posso farne a meno. Certo, ne ho pagato le conseguenze: dicevo quello che pensavo, in una riunione, in un gruppo di amici o a un consiglio comunale; quello che pensavo non era in linea con quello che pensavano gli altri: qualcuno mi guardava storto, qualcuno mi redarguiva, qualcuno se la prendeva. Quando me ne rendevo conto, di primo acchito mi chiedevo se avessi dovuto spiegarmi meglio, magari la gente non aveva capito  perché io avevo posto la questione nei termini sbagliati. Ma poi mi sono detta: tant’è. Questo io penso e lo penso in questi termini, perché deve sempre essere mia la fatica di farmi comprendere? Continua a leggere

Ancora sulla libertà di espressione

Dopo un post pieno di domande, condivido qualche spunto di riflessione, augurandomi possa essere utile a elaborare delle risposte.

Un tarlo che mi rodeva, fra tutti, era il fatto di non riuscire a spiegarmi la profonda irritazione che provavo nel veder proliferare articoli a meno di ventiquattr’ore dalla strage di Parigi. Mi chiedevo da dove nascesse questo fastidio, visto che di libertà di espressione si stava parlando e che avrei dovuto essere felice che ci fossero tante persone desiderose di ragionare su questo tema. Eppure. Eppure, nei primi giorni successivi a quel 7 gennaio, dopo aver letto tutto e il contrario di tutto (SonoCharlie, NonSonoCharlie, SonoCharliePerò…) l’unica riflessione in cui mi ritrovavo era quella di Terzani, in un passo della sua lettera a Oriana Fallaci:

“[…] Il tuo sfogo mi ha colpito, ferito e mi ha fatto pensare a Karl Kraus. “Chi ha qualcosa da dire si faccia avanti e taccia”, scrisse, disperato dal fatto che, dinanzi all’indicibile orrore della Prima Guerra Mondiale, alla gente non si fosse paralizzata la lingua. Al contrario, gli si era sciolta, creando tutto attorno un assurdo e confondente chiacchierio. Tacere per Kraus significava riprendere fiato, cercare le parole giuste, riflettere prima di esprimersi. […]“.

E così era per me: più leggevo articoli, più sentivo il bisogno di silenzio, di spazi di riflessione. Ieri, leggendo le parole di Loredana Lipperini, ho realizzato definitivamente quale fosse il motivo del mio fastidio:

“Oh sì, i commenti e le analisi, per oggi, restino ad altri. A quelli che hanno scoperto ieri l’esistenza di Charlie Hebdo, a quelli che, in rete come in metropolitana, sussurrano di complotti, a quelli che hanno già (sempre, ce l’hanno, e mi piacerebbe sapere come fanno) il quadro compiuto davanti agli occhi, e dunque sanno, e dunque teorizzano. Io non so. […]“.

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Cosa significa “Libertà di Espressione”?

libertàHo molti pensieri in testa in seguito alla questione Charlie Ebdo, pensieri, anzi domande, che girano intorno al tema della libertà di espressione e al suo significato. In questi giorni ho letto tante riflessioni sulla libertà, il sunto che le accomuna grosso modo è “Se la satira ti offende nessuno dice che tu debba stare a guardare, puoi criticarla, ma c’è la libertà di pensiero e quindi ha il diritto di stare lì e dire quello che vuol dire, anche se offende qualcuno”.

Allora m’è venuto da pensare alle famose vignette di un noto settimanale di cruciverba, di un sessismo allucinante. E mi si potrà rispondere: “puoi non comprare quel settimanale”, così come in molti hanno risposto, a chi si sentiva offeso, che era libero di non comprare Charlie Ebdo. Ma si risolve così la questione? Questo ragionamento mi fa scivolare verso il tema a me tanto caro della pubblicità sessista: immagini che rappresentano stereotipi, che ritengo offensive, che sono la prima a denunciare e che mi auguro di non vedere più… sto impedendo la libera espressione di un concetto? Sono bravissima a difendere la libertà di parola quando – come nel caso di Charlie Ebdo –  l’offesa non mi tocca personalmente, ma quando invece mi tocca? Chi ha libertà di parola? Ce l’ha chi condivide il pensiero dominante? Chi la pensa come me? O tutti? La satira ridicolizza, anche le vignette del settimanale sopracitato ridicolizzano le donne, come molte pubblicità sessiste. Qual è la differenza? Che la pubblicità è fatta per vendere, la vignetta del settimanale per umorismo di bassa lega, mentre l’irriverenza di Charlie Ebdo è un atto politico? Siamo in molti a dire che il problema della cattiva televisione non si può risolvere semplicemente spegnendola. La differenza principale tra la televisione (secondo me) offensiva e un giornale che pubblica vignette (secondo alcuni) offensive è l’impatto altissimo che la televisione ha sulle vite delle persone (pubblicità compresa), a differenza di un giornale di nicchia. Ma la libertà che andiamo teorizzando, difendendo, rivendicando non può essere una questione di numeri.

In tutti gli scritti letti finora a tal proposito non ho ancora trovato risposte convincenti. Perché non sono nemmeno sicura che il problema sia una questione di confine sottile tra umorismo e offesa. Credo invece che il problema sia a monte e stia, appunto, nel tentare di definire cosa significhi libertà di espressione. Significa poter dire pubblicamente qualsiasi cosa si pensi, qualunque essa sia? Se è così, perdono di senso le condanne dell’hate speech.  Molti dei commenti che ho letto rispondono a questa mia domanda dicendo che quando le offese superano il limite ci sono modi per difendersi, ad esempio denunciando: ci sarà poi qualcuno che sulla base di un sistema valoriale condiviso giudicherà l’offesa. Un sistema valoriale condiviso da chi? Per questa ragione c’è chi dice che la satira, per definizione, non dovrebbe essere ingabbiata nei limiti. E c’è anche chi accusa l’Italia di essere il posto in cui la satira muore a colpi di querele per diffamazione. Quindi anche quell’ipotetico strumento di difesa dall’offesa rischia di diventare liberticida. Diversi interventi ragionavano sul fatto che un giornale come Charlie Ebdo in Italia non potrebbe esistere, e infatti a ben vedere da noi di satirico c’è pochissimo (il Vernacoliere e il Nuovo Male).

La libertà d’espressione non può prescindere da coordinate morali condivise? E in base a cosa le condividiamo? E se ci sono coordinatate, c’è libertà?