What love is and isn’t

L’amore ci coglie sovente di sorpresa. Soltanto quando incontriamo l’uomo, la donna che soddisfa la nostra aspettativa quell’aspettativa si rivela a noi. Ma già prima però avevamo in noi, mascherato o travestito, quel vuoto, quell’aspettativa. Non ti innamori quando sei completamente felice o sulla cresta dell’onda, ma solo quando la vita ha perso il suo sapore. Non ti innamori neppure alla vigilia di un lungo viaggio, ma piuttosto in un ambiente estraneo e soprattutto nel dispiacere di veder finito quel viaggio.

[…] E’ quando diventa evidente la monotonia del mondo che cominci a sognare nuovi orizzonti.

 da “What love is and isn’t”
Simone de Beauvoir

Annunci

Madri surrogate e altre questioni

Oggi un’amica mi ha chiesto un parere su quest’articolo di Marina Terragni, uno dei tanti scritti in questi giorni a seguito dell’intervista a Dolce e Gabbana, in cui i due stilisti (dichiaratamente omosessuali) difendono la famiglia “tradizionale”, definendo bambini sintetici i figli nati da “uteri in affitto” e dichiarando che sì, vorrebbero dei figli, ma che non li avranno perché sono gay, e così sia.

Terragni nel suo articolo difende la libertà di espressione di Dolce e Gabbana e mette in campo questioni come lo sfruttamento degli uteri in affitto, la necessaria presenza di una donna (“La questione non è affatto l’essere gay o etero. La questione è l’essere uomini. Ci vuole sempre una donna, per mettere al mondo un figlio”e la conseguente sparizione della madre nell’utilizzo della maternità surrogata (“Uno può mettere al mondo un figlio con una donna, in una relazione affettuosa, anche se è gay: il punto non è questo. Il punto è pretendere di far sparire la madre”).

D&G possono dire quello che vogliono, su questo non ci sono dubbi. L’errore è considerare queste parole come una sorta di verità rivelata, come se in virtù della loro posizione sociale elevata, anche le loro opinioni si dovessero elevare al di sopra di quelle degli altri. Nella loro intervista si legge Un figlio? Sì, lo farei subito. Ma sono gay, e non posso avere un figlio. Credo che non si possa avere tutto dalla vita, se non c’è vuol dire che non ci deve essere. È anche bello privarsi di qualcosa” . Questa affermazione, per me, è uguale a quella che potrebbe fare una coppia etero che dice “vorrei un figlio, ma non arriva”. C’è chi riesce a vivere serenamente l’assenza di figli dettati dalla propria condizione, chi invece no e dunque si fa aiutare dalle tecniche biomediche. A me, ad esempio, risulta molto difficile capire come la gente coscientemente faccia figli, ma indipendentemente dalle mie convinzioni personali accetto che esistano persone che vivano la procreazione come uno degli obiettivi irrinunciabili della vita.
Non condivido poi l’obiezione che fa Terragni sul fatto che il problema non sia essere gay, ma essere uomini. Come a dire che una donna (o una coppia di donne) che vuole un figlio sia naturalmente avvantaggiata perché è sufficiente che faccia sesso con un donatore X. Ho due amiche lesbiche che grazie all’inseminazione artificiale hanno avuto tre splendidi figli, ma questo non può portare a sindacare automaticamente che sarebbero arrivate a fare sesso con qualcuno per raggiungere il loro obiettivo. Magari per loro avrebbe significato sottoporsi ad una violenza, chi può saperlo? Capisco che si possa pensare che donare un ovulo o un utero sia più invasivo di altre procedure di fecondazione medicalmente assistita, ma chi siamo per sovradeterminare le scelte degli altri e decidere una graduatoria definitiva delle pratiche “meno invasive”? Un atto sessuale con un uomo inteso come “donatore” potrebbe essere considerato da moltissime donne (lesbiche e non) altamente invasivo.
.
Dare poi per scontato che tutte le donne vivano la gravidanza e la nascita di un figlio con il medesimo legame e carico emotivo è una generalizzazione che non aiuta la comprensione. Nella Francia  del ‘600 le donne affidavano i figli a una balia subito dopo aver partorito e li rivedevano – se andava bene – quando avevano due o tre anni. Secondo Terragni, il vero problema intrinseco  sarebbe far sparire la madre, come se una donna che partorisce debba essere sempre e comunque legata indissolubilmente a quel figlio, come se non ci fosse differenza tra madre genetica e madre (o padri) che allevano quel bambino. Il concetto di “istinto materno innato” fa parte di una retorica falsa e stantia, utile solo a sovraccaricare di ansia e aspettative le future madri e che impedisce di ragionare lucidamente su un tema ancora troppo poco esplorato come il maternity blues. Come dice Badinter,  questo presunto istinto andrebbe chiamato invece con il giusto nome, ovvero “amore in più“. Perché la relazione madre figlio è unica per ogni donna e ognuna la sviluppa (o non sviluppa) a modo suo.
.
Questione costi e sfruttamento. Certamente ci sono esseri umani che – come su ogni cosa che muove denaro – tendono a sfruttare le situazioni che possono arricchirli: persone abiette che sfruttano altre persone in condizione di povertà per loro beneficio, ma questo vale su tutto, dalla donazione di sangue a quella di organi, dalla produzione di vestiti al cibo… perché chiamarla in causa solo quando si toccano temi “bioetici”? L’esperienza di Claudio Rossi Marcelli, molto ben descritta nel suo libro “Hello Daddy”, offre un punto di vista diverso rispetto a chi punta il dito contro alla maternità surrogata perché fonte di sfruttamento. Ci racconta che esistono stati in cui la maternità surrogata è regolamentata in modo da evitare che le donne portino in grembo il figlio di qualcun altro solo perché spinte dalla povertà, ad esempio inserendo nell’elenco delle donatrici donne che hanno già dei figli (e siano quindi consapevoli di cosa significhi sia fisicamente che emotivamente una gravidanza) e che non si trovino in situazioni di indigenza. Non è la soluzione perfetta, forse. Ma il punto è che se il problema di una determinata pratica è il timore che possa portare a sfruttare economicamente degli esseri umani, la questione non si risolve vietando la pratica, ma regolamentandola in modo da evitare la possibilità di sfruttamento.
Il fatto che personalmente non ci si offrirebbe mai come madre surrogata non significa che non possano esserci persone che acconsentirebbero liberamente a farlo. Sarebbe bello che se ne potesse discutere tenendo in considerazione anche l’esistenza di chi, che ci piaccia o no, la pensa diversamente da noi.

“Senza prima, prima vederlo” (ovvero riflessioni su Cinquanta sfumature di grigio)

Burattinaio - Tina Modotti

Burattinaio – Tina Modotti

Il tempo per il libro mi sembrava davvero troppo. Mentre quello che avrei impiegato per il film è parso un compromesso accettabile tra la volontà (come dice Rino) di non criticare un film senza prima vederlo e il desiderio di non impegnare il mio tempo inutilmente. E così ho visto “Cinquanta sfumature di grigio”.

Il clamore suscitato dalla storia ruota attorno al fatto che la ventenne protagonista (vergine) si invaghisce di un uomo che le fa scoprire un mondo in cui il piacere sessuale è collegato a pratiche di sottomissione e gesti atti a procurare dolore. La spiegazione spiccia che la storia ci offre riguardo ai particolari gusti sessuali di Mr. Grey (“ho avuto un’infanzia difficile”) racconta una visione desolatamente riduttiva della questione, ricalcando lo stereotipo secondo cui chi ha fantasie erotiche al di là del sesso convenzionale debba necessariamente essere reduce da una famiglia violenta o avere qualche turba psicologica. Personalmente penso che ognuno in camera da letto (o in cucina, o sui prati, o ovunque) sia libero di gioire, godere e sperimentare quanto e come vuole, decidendo liberamente i limiti delle proprie fantasie. La relazione tra piacere e dolore, i cui confini non sono mai così definiti e variano ulteriormente a seconda delle persone coinvolte, meriterebbe di essere narrata in maniera più complessa del semplice menar le mani a causa di abusi subiti da piccoli, come avviene in questa storia.

“Cinquanta sfumature di grigio” non è solo un film noioso, ma è anche – e soprattutto – un film che normalizza la violenza, ma non per via della frustate o delle sculacciate. La violenza vera è fuori dalla “camera dei giochi” – la camera tappezzata di rosso in cui Mr.Grey mette in pratica le sue fantasie sessuali – ed è una violenza infima, perché travestita da premure, gesti d’amore e protezione. Si crede che la violenza sia in sei cinghiate date sul corpo nudo di una ragazza che piange (nonostante sia stata sua la scelta di sottoporsi a questa pratica e decida di sopportarla fino alla fine) e moltissime donne un po’ ovunque nel mondo hanno considerato questi episodi come note stonate di un rapporto da sogno con un uomo bello, ricco e affascinante: ma è proprio quel “rapporto da sogno” ad essere esso stesso violenza. L’infatuazione mondiale nei confronti del personaggio di Mr.Grey ci conferma quanta fatica si faccia, ancora, a riconoscere la violenza quando è nascosta, ad esempio, in un “salvataggio” da avances particolarmente insistenti, o in un regalo costoso. Sapere che il mio bello è arrivato nel pub in cui mi trovavo (discretamente ubriaca) insieme a degli amici, liberandomi dai tentacoli di un amico-piovra, perché ha rintracciato la mia posizione dal gps del cellulare da cui gli ho telefonato (solo per parlargli, non di certo per chiedere aiuto) mi farebbe venire un’ansia infinita. E sarei davvero inquietata, da questa persona: inquietata, non affascinata. Nè tantomeno grata. Allo stesso modo se qualcuno si permettesse di buttare via la mia vecchia macchina e me ne facesse trovare al suo posto una nuova fiammante, senza avermi chiesto nulla a riguardo, lo denuncerei. Figuriamoci poi come potrei sentirmi se mentre sto bevendo un cocktail con mia madre che non vedo da tempo e che per questo sono andata a trovare in non so quale città degli Stati Uniti, mi arrivasse una sua telefonata in cui capisco che mi ha seguita fin lì e mi sta osservando. Questa non è dedizione, non c’entra nulla con l’amore: è desiderio di possesso, controllo ossessivo. E’ violenza che toglie libertà e fa molto più male dei giochetti fatti nella camera rossa. Mi chiedo se il successo derivi dal fatto che  tante donne pensino che subire attenzioni (maniacali), gelosie (oltre misura) e controllo (totale) della propria vita sia comunque meglio di non ricevere nessuna attenzione dal proprio partner, dell’essere date per scontate. Vorrei augurarmi di no, ma temo di sì, e mi si stringe il cuore. E raccontare queste prevaricazioni come gesti eccezionali di un grande amore romantico, in una storia il cui motto è “con il tuo amore lui cambierà e vivrete felici e contenti” sono gli aspetti più squallidi e irritanti di tutta la faccenda.