Del (non) fare figli

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Madonna Votiva – Abbazia di Pomposa

L’altro giorno mi è venuto in mente quell’attrezzo di plastica trasparente che si usa per grattugiare la mela da dare ai piccoli ancora senza denti. E ho pensato “Dio mio. Che palle.”

Sono la maggiore di tre sorelle, con le quali ho una differenza d’età sufficiente ad avermi collocato in un ruolo a mezza strada tra madre e sorella. Essendomi occupata molto di loro ho ben presente la fatica che un figlio richiede, tanto che quella grattugia, la consistenza della mela ridotta in purea, le bocche che si spalancavano davanti al cucchiaino e i bavaglini macchiati compongono un ricordo sorprendentemente vivido. La sensazione che mi lasciano è di estrema contentezza per il fatto che quel periodo sia finito: quando ci ripenso mi sento ancora come se mi fossi liberata l’altro ieri dalle rinunce e dalla fatica che inevitabilmente i bambini piccoli comportano.

“Si vede che non hai ancora trovato quello giusto”, oppure “un figlio è una gioia inimmaginabile, non sai cosa ti perdi”, o ancora “dare la vita è un’esperienza incredibile” sono le frasi che generalmente corredano la fatidica domanda: “perché non hai figli?”. A me invece parrebbe più logico il contrario: ogni volta che vedo donne con figli, o pance, faccio una fatica enorme a comprendere il perché. Perché fate figli? Nella mia testa non c’è una sola motivazione sufficiente per farmi scegliere di affrontare tutto ciò che un figlio comporta. Non parlo solo di stanchezza, mancanza di sonno, di tempo libero, di spazi. Parlo anche di generare qualcuno che sarà – si spera! – nella tua vita per sempre. A cui sarai legata per sempre. E che ti legherà per sempre alla persona con cui lo farai, indipendentemente da come andranno le cose fra voi.

Ho conosciuto molta, moltissima gente che fa figli a caso, senza una ragione, senza un perché. Senza farsi delle domande, senza l’umiltà di andare a cercare – o ascoltare – le risposte.  Donne che mi raccontano di come abbiano deciso di farne dopo il terrorismo del loro ginecologo (Signora, guardi che qui l’orologio sta per scadere!), altre che mi confidano di essere pentite del part time (Se tornassi indietro resterei al full time, è davvero una fatica passare il tempo con loro), altre ancora che non sono state in grado di insegnargli l’autonomia (Come ha fatto a prendere quattro nel compito di italiano? Ma se la prosa della poesia gliel’ho scritta io!), per non parlare di quelle (e sono tante) che l’hanno fatto per salvare un matrimonio in crisi.

“Sono le persone come te, con la tua capacità di analisi e di farsi domande, che dovrebbero fare figli. Solo che poi le persone come te non li fanno”. (Amica V.)

Sono sicura che per chi ha questo desiderio nella propria lista, il dare la vita e l’essere genitori possano essere esperienze davvero belle. E sono d’accordo sul fatto che non siano paragonabili con altro. Allo stesso tempo però credo che ci siano altre esperienze intensissime non paragonabili a questa. Perché c’è questa necessità di classificare? Di dover stabilire sempre cosa sia più importante/significativo/emozionante? Mi dispiace che per descrivere le donne come me si usino definizioni in negativo (non-madri, senza figli) perché non rendono correttamente l’idea: descrivono un mondo in cui la madre è la regola retta e il non esserlo una devianza. Definirmi “senza figli” pone l’accento su una mancanza, una mancanza che io non avverto. La mia realizzazione personale passa per altre strade: prima di tutto quella professionale, nella costruzione di una professione che  possa aiutare a cambiare alcune delle cose che non vanno nella società. Che possa portare la gente a riflettere, che generi consapevolezza. Ma non è solo una questione di nobili intenti: mi piace avere del tempo per me e poterlo gestire – per quanto possibile – in relazione alle mie sole esigenze. Amo dedicarmi alle amicizie più care, che siano di vecchia data o sintonie perfette appena sviluppate. Amo esserci per gli altri, quando e se hanno bisogno. E, soprattutto, sto amando l’improvvisazione. In tutto questo, lo dico con grande serenità, per un figlio non c’è spazio.

“In realtà io voglio dei figli perché il mio vero desiderio è di essere nonna. Potrei adottarli già diciassettenni”. (Sorella C.)

Altre parole e opinioni a riguardo, che si aggiungono alle mie, si trovano qui: Lunàdigas, un bel documentario con testimonianze di donne che non hanno fatto figli. Come certe sante ad esempio, che vogliono “moltiplicarsi” in maniera spirituale e non carnale, o scrittrici che che parlano di esistenze individuali come fini e non come mezzi, o ancora donne che spiegano semplicemente di non aver mai sentito quel tipo di desiderio. E’ bello ascoltare queste vite, sentire le ragioni delle loro scelte, le riflessioni diverse che le hanno condotte su una medesima strada. Perché la pressione che la società esercita sulle donne affinché diventino madri genera un rumore assordante, a volte. Talmente forte da non farci sentire le voci dentro di noi che ci dicono cose diverse, o da farci credere che quelle voci siano sbagliate, da farci sentire sbagliate.

“Per un periodo di tempo non era tanto il fatto che non avessi avuto un figlio… è che pensavo che esistesse l’istinto materno e mi dicevo da che mondo è mondo ci deve essere questa spinta che non solo porta a procreare, ma anche ad affezionarsi a questa creatura e dicevo io non la sento e mi sono fatta un problema di una cosa che non sentivo. Poi ho capito che non è così”. (da Lunadigas)