Cronaca di una giornata decisamente femminista

La sveglia suona alle 6.

Io e G. ci alziamo, ci prepariamo e saliamo in macchina: direzione Bologna, contromanifestazione che si terrà in piazza Maggiore in occasione della giornata di preghiera non stop che gli antiabortisti hanno organizzato davanti alla chiesa di San Domenico. Parcheggiamo la macchina e percorriamo via Zamboni, la via universitaria, solitamente affollata e rumorosa e ora assolutamente silenziosa e soleggiata, in questo sabato mattina militante. Arriviamo in piazza e ci uniamo al gruppo già formato, leggiamo i cartelli, ci danno un foglietto con le canzoni che verranno cantate nel corso della manifestazione. Dopo una mezz’ora, mentre aspettiamo che il corteo abbia inizio, lasciamo la piazza e andiamo a vedere dove sono questi oranti e appena costeggiamo lateralmente la chiesa di San Petronio ciò che vediamo ci colpisce: decine di poliziotti, diverse camionette e appoggiati a una colonna in bella mostra tanti scudi protettivi antisommossa. Ma davvero? mi chiedo. Vorrei dire “Ragazzi, guardate che è tutto sbagliato: state difendendo delle persone che pensano che ciò che io posso contenere dentro di me sia più importante della me che vi cammina qui davanti. Che sia più importante una vita ideale e potenziale di una vita reale ed effettiva, la mia. Che vorrebbero leggi che come unica conseguenza costringeranno le donne ad abortire nel pericolo, rischiando la vita. Perché una donna che non vuole portare avanti una gravidanza non può essere obbligata a farlo, è mostruoso chiederglielo. Perché quella donna, ve lo assicuro, troverà il modo di abortire. Guardate che non dovreste essere qui, ma dove la legge è violata: negli ospedali in cui rifiutano alle donne di abortire, o negli ambulatori in cui non prescrivono la pillola del giorno dopo, o nelle farmacie in cui non la consegnano“. Ci raggiunge poi V. cara amica dalle domande spiazzanti che guardando il numero di persone ci chiede “Ma dov’è la società civile?!?”. E lo so che per una che è in piazza ce ne sono tante a casa che condividono il nostro pensiero, ma credo che il tempo di stare a casa sia finito (se mai ce ne sia stato un in cui non partecipare è stato giustificato). Mai come ora penso che sia importante esserci ed essere tante, fare fronte comune e occupare gli spazi, tutti: fisici e virtuali. Proprio il giorno prima tentavo di spiegare ad un amico su Facebook che in una discussione liquidare chi si mostra in disaccordo con te definendola “femminista un tantino suscettibile” è maschilismo. E potrei dispiacermi del fatto che a non capirlo sia una persona che si definisce di sinistra. Potrei, ma non mi dispiaccio, perché come dice Simone de Beauvoir in questa intervista, gli uomini progressisti (e anche le donne, aggiungo io)  sono comunque imbevuti di cultura maschilista. Essere “di sinistra” non è automaticamente un antidoto al sessismo.

Dobbiamo aspettare un paio d’ore prima che il corteo parta e in quel paio d’ore l’arrivo anticipato di 10 giorni delle mestruazioni mi costringe a ricerche di bagni vari ed eventuali, mi provoca dolore fitto al bassoventre e una sensazione di disagio che rende difficoltosa la partecipazione all’evento. E mi pare che anche questo imprevisto si collochi perfettamente nella mia giornata decisamente femminista: ripenso alla vicenda di quel ragazzino che con una foto su Instagram invitava suoi amici maschi ad aiutare le ragazze premurandosi di avere un paio di assorbenti in tasca per venire incontro alle loro esigenze improvvise. Lasciamo il corteo verso le 10, decidendo di tornare a casa per recuperare energie (sono a pezzi), in modo da poter poi tornare a Bologna la sera, per vedere il documentario “India’s Daughter”. E così facciamo.

Il documentario ci scuote molto. Racconta dello stupro avvenuto a Delhi nel 2012 ai danni di una ragazza talmente brutalizzata da morire 72 ore dopo. Racconta di come la società civile abbia reagito manifestando per oltre un mese, non rassegnandosi alle violente cariche della polizia, alle manganellate, agli idranti, tanto da costringere il Primo Ministro ad intervenire promettendo nuove misure in difesa dei diritti delle donne. La folla inferocita grida “impiccate i mostri”, ma troppo facile considerare “mostri” gli autori di questo reato. Perché farlo significa prenderne le distanze, definirli come “scarti della società” e non riconoscere invece che queste persone sono i prodotti voluti dalla società, una società che va a consolare – quasi come fossero condoglianze – la famiglia a cui è nata una figlia femmina. Una società che nutre prima i maschi, in cui bambini vedono una continua disparità di trattamento nei confronti delle loro sorelle, a cui viene dato meno latte a colazione, che aspettano di mangiare per ultime. Troppo facile considerarli bifolchi, umanità traviate dalla povertà degli slum in cui sono cresciuti, perché le dichiarazioni di uno dei loro avvocati in seguito alla lettura della loro condanna a morte ci dicono che questi non sono pensieri legati alla povertà, all’ignoranza, alla miseria, ma profondamente connessi alla loro cultura. L’avvocato visibilmente adirato definisce ingiusta la sentenza, perché la colpa è della donna e davanti alle telecamere dichiara che lui stesso se sua figlia osasse andare al cinema con un uomo che non è suo marito e tornare a casa alle nove di sera, sarebbe il primo a prendere la figlia, portarla nella sua fattoria, versarle addosso una tanica di benzina e darle fuoco. Gli stessi stupratori dicono di essere stati così violenti con lei perché alle loro domande su cosa ci facesse una donna non sposata fuori la sera con un uomo, lei rispondeva invece di stare zitta, e questo li ha mandati in bestia. E le hanno dato una lezione. E mentre le davano una lezione, lei ha resistito, mentre si sarebbe dovuta far violentare senza opporre resistenza, così non l’avrebbero massacrata di botte e sarebbe ancora viva. Insomma: se è stata violentata è colpa sua. Se è morta è colpa sua. Donne che non rispettano il loro confine e per questo vengono rimesse al loro posto.

Esco dal cinema e penso a due cose. La prima: questo documentario non parla dell’India, parla di tutto il mondo. Nell’interessante dibattito seguito alla proiezione, la regista  Leslee Udwin ha raccontato di aver ricevuto moltissime lettere di uomini indiani, la cui sostanza essenzialmente era sempre la stessa: scrivevano di rispettare le donne, giuravano di non aver mai alzato una mano contro la moglie o la figlia, ma nel guardare il documentario si erano resi conto di riconoscersi nelle parole pronunciate dagli stupratori e dagli avvocati. E questo li metteva profondamente a disagio. Il pensiero di quegli stupratori e di quegli avvocati non è un pensiero limitato alla cultura indiana. Restiamo di sasso a sentire certe dichiarazioni fatte alla luce del sole, davanti alle telecamere, solo perché qui siamo abituate ormai ad un politically correct che fa sì che certe cose non si dicano o si dicano in modo diverso. Ma quante volte ogni giorno nella nostra avanzatissima Italia una donna viene rimessa al suo posto?  Non ce lo raccontano solo le vicende processuali dei casi di stupro in cui succede sempre che la difesa agisca screditando la donna e cercando di farla diventare da vittima a colpevole: ce lo dicono anche vicende e gesti quotidiani, come l’esempio di L., amica che ha visto con noi il documentario, che fuori dal cinema parla di quanto spesso la succeda di trovarsi a camminare sola per strada ed essere apostrofata malamente da qualcuno (e no, “Ciao bella!”, “Vieni qui”, “Eddai sorridi” non sono complimenti graditi): nel momento in cui li manda a quel paese viene sempre ricoperta di insulti: cos’è questo se non un modo di “rimetterla al suo posto”? Tu cammini per strada, sei una donna e il semplice fatto che tu lo sia autorizza un gruppo di uomini sconosciuti a rivolgerti attenzioni non gradite (ma davvero pensate che dicendo “ciaobbella” per strada a una questa vi lascerà il suo numero di telefono? Diciamo piuttosto che quella modalità di approccio non è altro che esercizio di “virilità da branco”, che nulla ha a che fare con corteggiamento o reali intenzioni di conoscere quella persona). Tu reagisci, invece di stare zitta, chinare il capo e sorridere lieta di queste attenzioni non volute, e cosa succede? Hai sovvertito l’ordine, hai messo in discussione i ruoli, hai risposto con un “vaffanculo” a chi non sapendo nulla di te ti dice pure di sorridergli, ché sei troppo seria. E questi ti insultano tirando fuori un’aggressività inquietante. E magari qualcuno penserà “E’ colpa tua, sei stata scortese”. Eh, già. Di nuovo quel mantra: la donna è un fiore, la donna è gentile, gli uomini sono cacciatori, sei tu che oltre a subire devi anche reagire educatamente. Se no… se no?

Secondo pensiero: dopo quello stupro terribile in India l’intera società civile si è mobilitata, sfidando le cariche della polizia per più di un mese. E qui? Cos’è successo dopo lo stupro dell’Aquila, in cui una ragazza è stata violentata e lasciata a dissanguarsi fuori da un locale finché un addetto alla sicurezza non l’ha trovata e soccorsa? Molte donne con cui ho parlato del documentario erano conoscenza della vicenda indiana, ma non sapevano nulla di quella nostrana: gridiamo “al mostro!” quando l’efferatezza è lontana, ma fatichiamo persino a leggerne le notizie sui giornali quando succede da noi. Forse perché crediamo che quello sia un gesto estremo, altro da noi, dalla nostra cultura, invece no: “India’s daughter” ci racconta che la figlia dell’India è la figlia di tutte le nazioni del mondo, compresa la nostra, perché i pensieri che sottendono quei gesti sono insiti anche nella nostra cultura.  Siamo tutt* allevati da una cultura profondamente maschilista e questo fa sì che maschilisti siano i pensieri di fondo delle persone, anche di quelle che si sentono e credono più libere da questi preconcetti. E non posso escludere che lo siano anche i miei. Per questo è necessario ragionare su questi temi, porre attenzione sul nostro agire e prima ancora sul nostro pensare. Perché temo che quel giustificativo “se l’è cercata” ci riguardi molto più da vicino di quanto pensiamo.

Quarant’anni e non sentirli

Un’intervista a Simone de Beauvoir in cui spiega perché è femminista.

Parla dell’indipendenza economica come strumento fondamentale di autonomia e libertà per le donne. Cita Elena Giannini Belotti per spiegare come la “femminilità” o la “mascolinità” non siano doti naturali, ma modi di essere e relazionarsi col mondo indotti nel comportamento di bambine e bambini non dalla biologia, ma dal modo in cui ci relazioniamo ad essi.

Racconta di uomini “di sinistra”, favorevoli alla lotta di classe, di come siano imbevuti di cultura maschilista e patriarcale, di come sia necessario che la battaglia per i diritti delle donne sia una battaglia a se stante, legata sì alla lotta di classe, ma non contenuta in essa.

E alla domanda su i passi in avanti che ha fatto il governo, istituendo ministeri a favore delle donne, risponde definendoli “mistificazione”, “un osso gettatoci in bocca da sgranocchiare”, un contentino per calmarci, ma che nei fatti non serve a nulla, perché è un’istituzione senza fondi e sempre assoggettata al voto maschile, per qualsiasi cambiamento.

Spiega l’origine e il significato della parola “sessismo”, e molte altre cose. Ascoltatela. Era il 1975, ma potrebbe essere un’intervista andata in onda ieri sera.

Quarant’anni e non sentirli.