La nonviolenza ai tempi del terrorismo

Dopo i fatti di Parigi siamo stati letteralmente inondati da servizi giornalistici che non hanno fatto altro che ribadire come il terrorismo abbia colpito le persone nella vita di tutti i giorni, contribuendo così portare a livelli esponenziali la sensazione diffusa che non esista più uno spazio in cui sentirsi al sicuro. E le risposte di pancia non hanno tardato a pronunciarsi: guerra, bombardamenti per annientare il nemico.

Ma davvero giunti a questo punto è la guerra l’unica strada possibile?

Hanno le idee molto chiare in proposito Corrado e Agnese, volontari di Operazione Colomba. Tre anni fa hanno lasciato il lavoro in Italia per impegnarsi in progetti di pace in Palestina per poi spostarsi in Libano, dove hanno vissuto per quasi un anno in un campo profughi siriano. La parola “NONVIOLENZA” svetta sulle loro teste, proiettata nel titolo dell’incontro svoltosi in una parrocchia di Bologna. Prima di raccontare la loro esperienza parlano della mancanza di conoscenza e consapevolezza da parte degli italiani sui numeri dell’immigrazione nel nostro paese. Secondo una ricerca Ipsos Mori l’Italia evidenzia una forte ignoranza su molte questioni, tra cui la reale percentuale di immigrati e la percentuale di musulmani: gli immigrati rappresentano il 7% della popolazione italiana e i musulmani il 4%, niente a che vedere quindi con il pericolo di “invasione” gridata da esponenti di partito e dalle prime pagine di molti giornali, generando e alimentando quell’errata percezione, che ci ha fatto guadagnare il primo posto nella classifica dell’ignoranza. Segue una breve spiegazione sulle ragioni della guerra in Siria e la proiezione di dati che mostrano come se da un lato l’Isis ha avuto un’enorme risonanza mediatica – tanto da essere percepito come l’unico nemico da combattere –  a ben vedere è Bashar al-Assad il principale responsabile dei morti siriani: nei primi sei mesi del 2015 le sue Forze Governative hanno ucciso sette volte più dell’Isis, facendo uso tra l’altro dei barili bomba, barili di metallo riempiti di tritolo e ferri che sganciate sopra le case dei civili producono in pochi secondi effetti devastanti.

 

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Fonte Irin

Le risposte messe in campo finora sono state il bombardamento della Siria (anche se è difficile considerare risposta un attacco militare iniziato ben prima degli attentati di Parigi), la chiusura delle frontiere, la militarizzazione dei territori e la dichiarazione dello Stato di Emergenza con conseguente sospensione della democrazia.

Secondo i volontari di Operazione Colomba invece c’è un’unica risposta possibile, diametralmente opposta a tutte quelle fornite finora: la nonviolenza. E a chi dice che la nonviolenza ha tempi troppo lunghi, la riflessione di Agnese si manifesta chiara:

“Dall’11 settembre in poi è evidente come non ci sia stata nessuna convenienza nell’uso della forza: quella che doveva essere una guerra lampo al terrorismo a seguito dell’attentato alle Torri Gemelle non solo sta continuando tutt’ora, ma non ha fatto altro che inasprire le tensioni con conseguenti creazioni di nuovi gruppi terroristici. La modalità “occhio per occhio” non solo non funziona, ma è completamente priva di giustizia perché la guerra colpisce in primo luogo i civili, da una parte e dall’altra. Hollande ha bombardato Raqqa come risposta agli attentati del 13 novembre, ma  Raqqa non è solo la roccaforte dell’Isis, è anche una città in cui vivono civili che subiscono la guerra, parenti di molti dei rifugiati del campo dove abbiamo vissuto. Qualcuno li chiama “effetti collaterali”. Dovremmo chiederci allora: quanti bambini morti siamo disposti a tollerare per sentirci più sicuri? Quanti civili, da entrambe le parti?”

Inasprire il conflitto porta inevitabilmente ad un’escalation di violenza, che solo la mediazione e la riconciliazione delle parti può fermare. E’ questa la tesi di fondo di Operazione Colomba e a suo sostegno vengono riportati i risultati del loro progetto in Palestina.

“Da dieci anni sosteniamo la resistenza nonviolenta di un villaggio palestinese a sud di Hebron: grazie a questa scelta il villaggio ha ottenuto acqua, luce e scuole, tutte cose che per i villaggi vicini che non hanno compiuto questa scelta sono solo un sogno”

Vivere insieme ai profughi siriani in Libano ha permesso loro di farsi conoscere dall’Altro e, allo steso tempo, ha permesso ai siriani di sapere che l’occidente non è solo bombardamenti e frontiere chiuse, ma anche persone che volontariamente scelgono di condividere con loro questa vita così faticosa, nella loro stessa maniera. Perché lo fanno? Lo fanno perché come parte terza si pongono in un’ “equivicinanza” tra le parti in conflitto, nel caso specifico i siriani rifugiati e i libanesi, popolazione composta da quattro milioni di persone di cui un milione e mezzo sono profughi siriani e mezzo milioni sono palestinesi profughi in libano dal 1948. Inevitabili dunque le tensioni e la difficoltà di convivenza, che non possono essere risolte con la violenza, ma con la mediazione.

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Campo profughi siriano in Libano – Fonte foto: Operazione Colomba

“Viviamo con loro, come loro, quindi anche noi in una tenda, fatta di cartone, plastica e tessuto. Lo facciamo per garantire una presenza internazionale in modo che possano sentirsi più sicuri e per far sapere loro che non sono soli. Il nostro essere lì restituisce dignità a persone che non hanno più nulla, che nessuno vuole e che si umiliano quotidianamente nel dover chiedere, chiedere in continuazione per sperare di avere qualcosa di più. Nella convivenza invece è successo spesso che fossimo noi a chiedere aiuto a loro, che hanno molta più esperienza di cosa sia la vita in un campo profughi: le volte in cui è piovuto a dirotto ad esempio e la nostra tenda non reggeva, sono stati loro ad aiutarci a risistemarla. E anche quando ci invitano a cena, l’essere ospiti è un ruolo che ancora una volta restituisce loro dignità, la dignità di chi pur nella povertà e nella necessità desidera condividere il con te suo pasto frugale e insieme a questo la sua storia, la sua vita e le sue domande. Adesso sanno che per ognuno di noi volontari presenti al campo profughi, ci sono in Italia tante altre persone il cui lavoro, il cui impegno e le cui donazioni ci permettono di essere qui. Nel sentirsi abbandonati da tutti, la nostra presenza dà loro speranza”.

Oltre alla condivisione della vita nel capo profughi, Operazione Colomba ha fatto una specifica richiesta di resettlement al Governo italiano: se verrà accettata 75 profughi siriani potranno arrivare in Italia in aereo, senza dover rischiare la vita sui barconi. Nell’oceano dei profughi che le guerre generano questi 75 possono sembrare ai nostri occhi una goccia nel mare, ma non lo sono per i volontari di Operazione Colomba, la cui esperienza ha trasformato questi 75 da numeri a persone, conoscenti, amici. E a noi, che di loro non abbiamo conoscenza diretta, sia sufficiente pensare che in fondo è proprio di questo che è fatto il mare: un insieme di minuscole gocce.

Grazie, Fatema

“Fu in un grande magazzino americano, nel corso di un fallimentare tentativo di comprarmi una gonna di cotone, che mi sentii dire che i miei fianchi erano troppo larghi per la taglia 42. Ebbi allora la penosa occasione di sperimentare come l’immagine di bellezza dell’Occidente possa ferire fisicamente una donna e umiliarla tanto quanto il velo imposto da una polizia statale in regimi estremisti quali l’Iran, l’Afghanistan o l’Arabia Saudita”.

Fatema Mernissi,  “L’harem e l’Occidente”