Per colpa di chi?

Questa la conclusione di un articolo di Repubblica sulla terribile morte di Sara Di Pietrantonio:

“Ha acquistato l’alcol. Si è appostato. L’ha seguita. E il resto è orribile cronaca. Che si sarebbe potuta evitare – dicono gli inquirenti – se solo lei avesse avuto il coraggio di denunciare le continue vessazioni psicologiche. Se solo gli amici, le amiche e i familiari non avessero sottovalutato. Se solo quei due che sono passati in macchina si fossero fermati.”

Ma di cosa stiamo parlando?
Conosco donne che hanno denunciato uomini stalker e a cui per tutta risposta è stato consigliato di “cambiare casa per un po’ ” e la notifica di denuncia all’uomo in questione non ha fatto altro che rendere ancora più furiosa la sua rabbia.
Conosco amiche e amici di queste donne che non hanno affatto sottovalutato, ma che anzi le hanno aiutate in tutto e per tutto, ma cosa possono fare amiche e amici volenterosi nei confronti di qualcuno che nonostante le denunce e gli atti vandalici commessi è ancora a piede libero?
E buttare addosso tutta la colpa dell’ennesimo femminicidio ai passanti che non si sono fermati sposta di nuovo la responsabilità sul singolo, quando da anni stiamo dicendo che l’unico modo per fermare questi delitti è ragionare sulle relazioni uomo – donna, sul potere degli stereotipi di genere, dei ruoli, su cosa sia e soprattutto COSA NON SIA L’AMORE.


Non è ciò che non hanno fatto i passanti per strada, le mancanze degli amici o l’assenza di coraggio delle donne uccise a far crescere i numeri dei femminicidi: è ciò che non fa lo Stato, che potrebbe creare leggi e tribunali ad hoc come in Spagna, che dovrebbe investire in formazione e progetti nelle scuole, che dovrebbe fare in modo che bambine e bambini, ragazze e ragazzi ragionino su amore, gelosia e libertà.
E se proprio vogliamo trovare qualcuno nella società civile responsabile di quanto accaduto e di quanto continuerà ad accadere, allora quel dito puntiamolo contro i cosiddetti “no gender”, quelli che si impegnano tanto per impedire questi progetti nelle scuole.

Solo e soltanto queste azioni avrebbero potuto evitare che la vita di una giovane donna finisse raccontata in una “orribile cronaca”.