Serra, livelli di (auto)analisi e presa di parola maschile

Domenica scorsa Michele Serra, giornalista ed editorialista del quotidiano “La Repubblica”, ha scritto questo articolo: “Femminicidio: l’ossessione dei maschi che uccidono“.

Un mio contatto su facebook ha pubblicato uno stato in cui criticava l’articolo e a seguire diverse persone hanno condiviso quelle critiche, che in buona sostanza potrebbero riassumersi in un “Serra non sa di cosa parla, ci sono persone che studiano e si occupano di queste cose da anni, avrebbero dovuto chiedere un contributo a loro e lui avrebbe fatto meglio a stare zitto invece di dire delle castronerie”. Non sono d’accordo e non perché io condivida pienamente l’articolo di Serra, ma perché credo che trovare sulla prima pagina di un quotidiano a diffusione nazionale un articolo che ragioni su questo tema scritto da un uomo che – ci piaccia o no – è molto letto e seguito, sia importante.

E, come ho scritto pari pari su FB, poi ci possono stare i “se” e i “ma”, ma preferisco che un articolo del genere ci sia stato e che noi possiamo stare qui a disquisire dei se e dei ma, piuttosto che il silenzio totale. E non si tratta di un discorso stile “meglio il meno peggio che il peggio”, perché per me quella di Serra è una risposta a quelle richieste che tante volte abbiamo fatto anche noi ai tempi della nostra trasmissione radiofonica in cui ci occupavamo di queste tematiche: uomini dove siete? Perché non vi pronunciate? Però quella richiesta prevede anche che ognuno si pronunci coi suoi strumenti, al livello di analisi a cui è arrivato. E sulla base delle parole pronunciate si può discutere, ma senza nemmeno quelle è difficile.

Il personale è politico. Serra ha scritto che “il privato è politico” e gli si rimprovera anche la citazione sbagliata di un famoso slogan femminista degli anni ’60-’70: certo, un bello scivolone da parte di un professionista dell’informazione.  Ma a me leggerlo è piaciuto lo stesso: leggerlo su un quotidiano nazionale che non leggo praticamente mai, di cui critico molte cose. Ed è bello anche leggervi che “Io sono mia” è la più grande rivoluzione. Poi certo, lo so bene che potrebbe esserci scritto di meglio, che Serra potrebbe redarguire i suoi giornalisti che scrivono malamente di femminicidi, fare i conti con la sua colonna destra infame e via dicendo, ma sarà che l’esperienza in una radio indipendente e di sinistra mi ha insegnato che le contraddizioni interne alle persone sono tante, infinite e che capita anche che quelli che sentono la necessità di fare un approfondimento sulla violenza contro le donne sono gli stessi che poi non notano la violenza di genere insita in una canzone che scelgono come corredo a quell’approfondimento.

Mi si dice che sono “altri” i modi di parlare di questi temi, altre le parole giuste e mi si consiglia un racconto riportato sul blog di Malapecora (che consiglio caldamente di leggere). Io Malapecora la conosco dal Feminist Blog Camp del 2011, lo stesso in cui nella plenaria ci fu una divisione tra chi diceva “continuiamo queste iniziative in spazi occupati autogestiti” e “facciamoli anche in luoghi altri in cui intercettare chi un centro sociale occupato non lo frequenta come ad esempio – ommioddio! – nei centri commerciali” e apriti cielo. Ecco, quella discussione su FB mi ha ricordato molto quel momento del Feminist Blog Camp e ne ho avuto la stessa sensazione: di stare a guardare troppo il proprio ombelico. Non solo i Serra e compagnia bella lo fanno, forse inconsciamente lo facciamo tutti/e più di quanto crediamo.

So bene che ora si parla molto di femminicidio e spesso se ne parla male. Ma se il personale è politico – e lo è – il mio personale non è fatto solo di approfondimenti alla mia portata, ma anche di mia madre che mi segnala quell’articolo di Serra come qualcosa di importante, che nel suo personale le aveva detto (o ricordato) qualcosa: e io devo e voglio tenerne conto. Mi si potrebbe rispondere che questa è l’ennesima conferma che Serra fa dei danni, e io ripeterò – di nuovo – che non sono d’accordo. Perché mia mamma e chi come lei in un centro sociale non ci va, che troverebbe ostiche le verità delle parole del blog di una porno attivista, ha comunque domande nella testa spesso senza spazi e linguaggi adatti a dar loro risposta, e forse il semplice leggere (o ri-leggere?) “io sono mia” nelle pagine di un giornale può far avanzare e consolidare le proprie riflessioni. Poi siamo tutti liberi di criticare e scrivere lunghi post sulle mancanze dell’uno e dell’altro: benissimo,  leggerò tutto con interesse. Ma resta il fatto che sono felice che mia madre mi abbia mandato un link ad un articolo in cui c’è scritto “Io sono mia”. Non necessariamente questo è “l’arrivo” delle riflessioni di chi condivide questo articolo: potrebbe anche essere solo una tappa. Chissà, magari un giorno me la troverò a commentare il blog Malapecora.

La domanda che mi rimane in testa è: chiediamo continuamente la presa di parola da parte degli uomini, ma poi la riconosciamo come tale solo se dicono esattamente quello che vogliamo sentirci dire? Possono parlare solo se hanno studiato Foucault o Butler? O forse  potremmo ascoltare anche (e soprattutto) ciò che deriva dalla loro esperienza individuale, privata e da lì ragionare? Perché io non pensavo che “il personale è politico” valesse solo per noi.