Lettera alla mia amica che non riesce ad avere figli

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fonte foto Pinterest

Carissima,

questa primavera mi hai raccontato di quell’esame che inaspettatamente ti ha confermato qualche sospetto, apparentemente prematuro, riguardo al fatto che dopo qualche mese di tentativi tu non sia ancora riuscita a rimanere incinta. Una tuba è ostruita e l’altra forse sì, forse no, chissà… Mondo misterioso quello del nostro sistema riproduttivo, l’ho imparato qualche anno fa, quando un’altra cara amica in cerca da anni del secondo figlio ha provato a capire cosa non andasse: stesso responso, tube bloccate. Eppure un primo figlio l’aveva avuto senza problemi! A quanto pare non conta, non importa, chissà.

Ci siamo riviste quest’estate e mi hai parlato delle lacrime versate quando dopo tutto l’amore che tu e il tuo compagno vi siete scambiati nel corso del mese buono (quello della tuba funzionante) sono arrivate implacabili le mestruazioni. E ora ti osservo, mentre provi a cercare delle risposte, che più o meno inconsapevolmente prendono il sapore delle colpe. Hai aspettato troppo? Hai condotto una vita troppo sregolata? Forse quei jeans stretti nell’adolescenza? Ed ecco che questa assenza assume pian piano le sembianze di una punizione. Per aver scelto l’indipendenza economica prima di un figlio, per esserti voluta godere per un po’  le vacanze a due (o da sola, o a cinque). Scelte che hanno occupato i tuoi vent’anni e ti hanno fatto fare i conti col desiderio di maternità nei trenta inoltrati.

La mia posizione in materia di figli la conosci bene, ma il fatto che io non ne voglia non significa che non possa comprendere la sofferenza generata da un desiderio profondo non realizzato, che in questo caso è ampliata dalle forti pressioni culturali e sociali sull’essere madre: “l’esperienza più bella per ogni donna”, “la nostra naturale vocazione”, “l’istinto che tutte hanno”. Balle, l’ho già detto. Balle che appesantiscono la vita di chi non ne vuole, ma anche di chi ne vorrebbe e non riesce ad averne. Ci hanno così riempito la testa sull’ovvietà e la scontatezza del fare figli, che in generale non viene nemmeno presa in considerazione l’idea che possa essere un problema. E non per qualche caso sporadico, ma per molte coppie. Sono in tanti a non rendersi conto di quanto possa essere violenta la domanda “A quando un bambino?”. Fare figli è complicato. E’ complicato restare incinta, è molto più complicato di quello che crediamo portare a termine una gravidanza. Penso ad un’altra cara amica che aveva appena perso il bambino e si è trovata a rispondere alla domanda fatta da una donna che giocava con la primogenita: “E allora? Non lo vogliamo dare un fratellino a questa piccolina?”

Così amica mia, coi pensieri sul passato e il cuore sospeso nel futuro, ragioni sulle possibilità del presente e ti trovi a fare i conti con l’idea di “un figlio in un barattolo”, come lo chiami tu. La cosa ti appare poco romantica e tra i tuoi dubbi serpeggia una questione “etica”: ti inquieta l’idea che nel far nascere “i figli in barattolo” non ci sia nulla di naturale e che secondo le regole di selezione della specie tu e il tuo compagno non dovreste riprodurvi. Ti senti di andare contro natura.

Se c’è una cosa che il femminismo mi ha insegnato è a stare molto molto attenta quando sento usare la parola natura nell’ambito dei comportamenti umani. Perché guarda caso della natura ci ricordiamo generalmente quando abbiamo a che fare con donne, sesso e identità sessuali (e infatti dobbiamo sorbirci quanti dicono che contro natura è una donna senza figli, un gay, un trans…), ma ce ne ricordiamo molto poco quando compriamo un paio di occhiali da vista senza i quali non potremmo leggere, scrivere, guidare e lavorare, o quando prendiamo medicine senza le quali non saremmo vivi, o quando passiamo le notti al computer invece di seguire i ritmi luce/buio della natura, o quando ci sembra ovvio l’uso del deodorante, la depilazione delle gambe (femminili, of course) e l’estrazione del dente del giudizio. E anche in materia di gravidanza ci siamo abituate a considerare naturale prendere ferro o integratori, fare ecografie e esami del sangue, far nascere bambini podalici con parti cesarei, far sopravvivere i nati prematuri con incubatrici o interventi. Cosa avrebbe a che fare la natura con tutto questo? E cosa succederebbe in questi casi se davvero lasciassimo fare alla natura?

Cara amica mia, questa lettera non potrà di certo darti quello che in questo momento desideri più di tutto, ma spero che possa servire a farti sapere che non sei anomala, non stai venendo punita per aver deciso di creare una famiglia solo dopo esserti resa indipendente economicamente. Conoscevo una ragazza che lavorava in una clinica per la fertilità e una sera mi disse che a forza di vedere quotidianamente così tante donne con problemi di fertilità, le era venuta voglia di fare un figlio per l’ansia che questi numeri le avevano fatto montare. La difficoltà a procreare accomuna tantissime donne, ma spesso le donne non ne parlano, se non con persone molto intime, a volte nemmeno con quelle. Sebbene a volte il “mal comune mezzo gaudio” può portare il sollievo che deriva dal fatto di sapere di non essere l’unica, quello che mi preme più dirti non è tanto che non sei la sola, ma soprattutto che non sei sola.

Ti abbraccio.

Imparare a guardare

“Per diverso tempo non ho saputo che la sua faccia “strana” era dovuta a una fucilata in faccia, regalo del suo ex”. Le parole della mia amica S. accompagnano  questa notizia. Conosce molto bene la donna di cui si parla nell’articolo: è stata la sua professoressa di educazione fisica alle superiori.

Ricordo i primi tempi in cui iniziai a conoscere il fenomeno della violenza contro le donne, con un tirocinio universitario presso la Casa delle Donne per non subire violenza di Bologna. Piano piano, sotto ai miei occhi, venivano illustrati dati e statistiche, frutto di anni di lavoro dei centri antiviolenza italiani e internazionali. Per le donne tra i 16 e i 44 anni la violenza da parte di un partner, marito, fidanzato, padre è la prima causa di morte e invalidità permanente. Una donna su tre ha subito (o sta subendo) una qualche forma di violenza. Imparavo a conoscere un fenomeno immenso, diffusissimo in tutte i continenti senza eccezioni, un fenomeno che c’era sempre stato e che continuava imperterrito ad esserci, ma che fino a quel momento mi pareva come invisibile.

Molti gli elementi che contribuivano alla sua invisibilità: una cultura che ti sussurra continuamente ciò che devi fare per essere una donna giusta ( ti ho visto le mutande mentre scendevi dallo scivolo, non rispondere con quel tono, perché non sorridi mai, non ti tieni abbastanza, la scienza è roba da uomini, mangia composta, torna presto la sera, avere una figlia femmina è più facile, i maschi sono così esuberanti…). Una cultura che ti dice che i panni sporchi non si lavano in piazza e che fra moglie e marito non bisogna mettere il dito. Una cultura che parla di re e condottieri e relega le donne a mogli, concubine, serve, bottino di guerra nel corso della storia. Una cultura che ti dice che se quel vecchio ti ha messo una mano sulle tette e ti ha baciato in bocca sei di certo tu che non hai capito le sue intenzioni, che ti sei sbagliata, ché lui è un tipo molto espansivo, perché mai avrebbe dovuto fare questa cosa proprio a te? Una cultura che dice che certe cose succedono solo negli ambienti degradati, non di certo fra persone rispettabili.

Poi accade qualcosa che squarcia questo velo e impari a dire NO.

No, non devo sorridere per forza.
No, ci sono state tantissime scienziate nella storia di cui non mi avete mai raccontato.
No, i maschi sono esuberanti perché permettete loro di fare quello che non permettete a noi.
No, le donne nella storia ci sono state eccome, siete voi che non le avete messe nei miei libri di storia.
No, nelle liti fra moglie e marito bisogna mettere di tutto: bussare alle porte, chiamare i carabineri, offrire sostegno, fornire i numeri di telefono dei centri antiviolenza, non voltarsi dall’altra parte.
No, io ho capito benissimo le intenzioni di quel vecchio, non sono idiota e so distinguere la lussuria dall’espansività.

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E no, queste cose non succedono solo in contesti degradati, ma in tutti gli ambienti, in maniera trasversale. E si vedono chiaramente, se si impara a guardare. Appaiono anche se si guarda con gli occhi della memoria. Così oggi ripenso anche io a una mia professoressa del liceo, una donna mite, dolce, paziente. Rivedo i sui lividi sulle braccia o sulle gambe, quel livido sullo zigomo. Ricordo che era l’unica a firmare col cognome del marito. Mi ritorna alla memoria quella volta in cui la videro con un brutto segno sulla guancia e qualcuno le chiese cosa le fosse successo, mi sorprende ora pensare a come tutti quanti ritennero la sua risposta convincente “Stavo stirando, è suonato il telefono e sbadatamente ho risposto col ferro da stiro”. La violenza era già tutta lì, davanti ai nostri occhi, ma non la vedevamo, non sapevamo guardare.

Un tempo, una persona a me molto vicina mi disse che quella proporzione, quell’ “una donna su tre”, non era possibile. “Allora scusa, alla cena di ieri c’erano dieci donne, sulla base di quello che dici tu dovrebbero essere in tre a subire violenza! Onestamente mi pare che i conti non tornino, le conosco tutte, nessuna di loro è mai stata picchiata”.

Tornano, eccome. Devi solo imparare a guardare.