Decostruire uno stereotipo consolidandone un altro

Sulla vicenda di Gorino, tutto questo evidenziare che “erano donne e bambini” alla fine della giornata mi turba. Perché sembra sottintendere che se fosse stato un pullman con 20 uomini, allora un po’ di paura sarebbe stato lecito averla, la si sarebbe se non capita di più, forse colpevolizzata di meno. Invece, erano “solo” donne e bambini! Mi pare che come spesso accade quando si è animati dalle migliori intenzioni, non si stia facendo altro che decostruire uno stereotipo consolidandone un altro.

Chi non conosce la storia…

La vicenda di Gorino (FE), in cui gli abitanti del paese hanno creato barricate per impedire al pullman che portava 11 donne e 8 bambini profughi di arrivare nella struttura che avrebbe dovuto accoglierli, mi ha riportata con la mente alla gita scolastica di 20 anni fa al campo di concentramento di Dachau. A quell’unica domanda che martellava la testa della me quindicenne di allora (“Come? Come è stato possibile?), do oggi una risposta sempre più chiara.

 

Grazie, signora del caffè

Signora che lavori in ospedale e che stamattina sei uscita per portare un caffè al ragazzo che chiedeva l’elemosina in ginocchio davanti all’ingresso. Signora che, una volta rientrata, sei andata di nuovo verso le macchinette a prendere un altro caffè (per te questa volta) e che per ciò che avevi appena fatto sei stata apostrofata con biasimo dalla vecchina seduta sulle sedie lì a fianco. Volevo dirti grazie. Per il gesto, per la risposta che le hai dato, pacata e definitiva. Per avermi risollevato la giornata. Per rendere il mondo un posto migliore.

Bambini, bambole e giustificazioni

 

 

Sono venuta a conoscenza di questo spot perché condiviso da tante persone, tutte commosse dalla bella storia raccontata. Tra le tante che l’hanno apprezzato ce n’erano diverse che so essere sensibili alle tematiche di genere. Beh, in effetti già dalla prima scena gli ingredienti giusti per  conquistare chi è attento a questi temi ci sono tutti: bambino maschio con in mano bambola rosa alla fermata dell’autobus con tre ragazzini bulli che lo prendono in giro.

Wow! – ho pensato guardando la prima scena – una pubblicità contro gli stereotipi di genere!

Un pensiero – ahimè – durato pochissimo. Perché a ben vedere questo non è affatto uno spot contro gli stereotipi di genere, anzi: è esso stesso costruito su un ENORME stereotipo di genere. Se l’immagine del bambino con la bambola ha generato in me aspettative molto alte,  nel momento in cui l’ho visto infilare tutù e scarpette in valigia sotto lo sguardo amorevole di una madre sorridente qualcosa mi ha fatto pensare di non starmi trovando davanti ad un novello Billy Elliot. E infatti, ecco che arriva il finale: la bambola rosa non è sua, né è suo l’amore per la danza. Non stiamo assistendo alle difficoltà di una nuova stella del balletto classico, ma a quelle di un bambino molto legato alla sua sorellina, tanto da volerne alleviare il ricovero in ospedale portandole i suoi (di lei) oggetti più cari.

Forse mi si accuserà di avere un cuore di pietra, ma non riesco proprio a commuovermi per questa storia. Perché è vero che il bambino viene vessato a causa di una bambola e di un tutù, e certo fa tenerezza vederlo resistere e continuare per la sua strada, ma qual è la vera morale in tutto questo? Una: “i bambini con le bambole non si prendono in giro perché alla fine dei conti potremmo scoprire che la bambola non gli interessa affatto! Visto qui com’è andata a finire? Non aveva con sé una bambola perché gli piaceva giocarci, non portava in giro un tutù rosa perché la danza era la sua passione. Erano tutte cose di sua sorella ovviamente, non sue! Ma perché, cosa avevate pensato? Lui è un bambino normale!”.

E così tutto torna nella norma, i ruoli si ristabiliscono, e quanto ci sembrava strano in questa storia (“Che? Un maschio con il tutù?”) ecco che trova la sua giustificazione: il rosa e la bambola tornano all’unica proprietaria ammissibile, il personaggio principale (maschile) raccoglie la stima di tutti per il coraggio e la determinazione (caratteristiche molto maschie) e tutti vissero felici e contenti.

Si vivrebbe tutti felici e contenti, se non fosse che nella vita vera esistono (e sono tanti) bambini che amano il rosa, le bambole, la danza, giocare a cucinare, avere i capelli lunghi. Sono cose che piacciono a loro, non motivate dalla presenza di sorelle o cugine. Piacciono, e basta. Come scrive Chiara Lalli in “La storia del bambino che ama vestirsi di rosa“:

“L. ha otto anni e i suoi vestiti preferiti sono rosa. Sembra perfino bizzarro che sia necessario giustificare questa preferenza, visto che il rosa non è connotato intrinsecamente come tipico o esclusivo di un genere – proprio come alcuni tratti caratteriali, considerati come femminili o maschili, sono il risultato di processi storici e culturali, mutevoli e casuali. Eppure, un bambino che ama il rosa e La sirenetta suscita sorpresa, prese in giro e condanne. Per qualcuno dovrebbe essere addirittura “aggiustato” a forza di magliette blu e giocattoli da piccolo Schwarzenegger.”

Sarebbe stato bello che la morale di questa storia fosse stata semplicemente non si prendono in giro i bambini con le bambole. Punto. Perché come ha risposto L. quando la madre gli ha chiesto se voleva andare a parlare con una psicologa:

“Mamma, ma io non ho nessun problema a vestirmi di rosa, sono gli altri che devono andare dalla psicologa”.

Eh, già. Servirebbe una bella terapia di gruppo.