#nonunadimeno

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Duecentocinquantamila donne e uomini contro la violenza alle donne, contro gli stereotipi di genere, contro le gabbie che costringono le nostre libertà. Due le urgenze: fondi ai centri antiviolenza e incentivi ai progetti scolastici sulle tematiche di genere, perché è necessario curare, ma se vogliamo che questa violenza sia eliminata è fondamentale prevenire e la prevenzione può avvenire solo tramite un cambiamento culturale. 

Impedire questi progetti nelle scuole è violenza di genere.

Lo sappiano i genitori, i professori e i dirigenti che vi si oppongono: queste violenze pesano anche sulle vostre coscienze, di voi che avete il potere di fare tanto e invece fate di tutto perché non venga fatto nulla. 

 

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Sala d’aspetto

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Di fronte a me c’è un piccolo tavolo colorato e una sedia, altrettanto piccola. Nella bassa libreria nera giochi in scatola e testi di pedagogia. Una mucca a dondolo, un minicarrello della spesa e due contenitori di plastica in cui si dividono lo spazio pupazzi, un pallottoliere, una casetta senza porte né finestre, mattonicini per le costruzioni. Completano l’arredamento due poltrone. Su una è seduta una signora bionda, intenta a leggere un libro. Sull’altra ci sono io. È la sala d’aspetto di un centro antiviolenza, un luogo in cui le donne che subiscono violenza domestica vengono per chiedere e ricevere aiuto.

Dodici anni fa ho passato diversi mesi qui dentro nel corso del mio tirocinio universitario, mesi in cui questo posto mi era diventato familiare e con esso il fenomeno della violenza di genere e tutto quanto fosse ad essa correlato. Eravamo diverse tirocinanti, da varie facoltà e il nostro tirocinio prevedeva una serie di ore tutte insieme, dedicate alla formazione teorica. Durante uno di quegli incontri un’operatrice ci chiese se qualcuna di noi avesse mai vissuto un episodio di violenza e se avesse voglia di condividerlo col gruppo. Eravamo circa una decina in quella stanza: tutte ebbero una risposta da dare e la voglia di raccontarla. Così, racconto dopo racconto, mettemmo in fila manate sul culo ricevute al bar mentre si camminava tra i tavoli con un vassoio in mano, atti osceni in luogo pubblico subiti da bambine, fidanzatini gelosi e ossessivi, molestie sui mezzi pubblici, zii molestatori e famiglie che li difendevano, schiaffi. A dire il vero, ho sbagliato: non tutte avevamo qualcosa da dire. Una ragazza alta e riccioluta, studentessa di psicologia, ci tenne a precisare che lei considerava gli uomini come amici, mica era femminista! Con loro si trovava bene, non li odiava. Sentii subito una sorta di stridore, come un fastidio da unghie sulla lavagna e potrebbe anche darsi che io abbia fatto il gesto di chiudere gli occhi e stringere le spalle, tanto quel suono disarmonico mi pareva autentico. Se una donna giovane, istruita, quasi psicologa, che volontariamente aveva scelto di terminare il suo percorso di studi in un centro antiviolenza pensava che il femminismo significasse odiare gli uomini… beh, il lavoro culturale di mistificazione operato nel corso degli anni nei confronti di questo termine e di tutto ciò che rappresenta era stato fatto veramente bene. E il risultato era desolante. Questo pensai allora, questo mi torna alla mente adesso.

L’appuntamento era alle due di pomeriggio, siamo arrivate con un po’ di anticipo. Dico “siamo” perché non sono qui per me, ma per accompagnare una donna a cui tengo molto. C’era un’altra coppia di donne quando siamo arrivate, presumibilmente madre e figlia, di età indefinita (non sono mai stata brava con queste cose). Per qualche minuto siamo state tutte in piedi in questa piccola stanza. Nell’attesa, guardando l’altra coppia di donne, davo per scontato che fosse la madre ad accompagnare la figlia, ma poi mi sono detta che avrebbe anche potuto essere il contrario: la violenza di genere non ha età. Secondo i dati più recenti forniti dai centri antiviolenza ora in media le donne aspettano dai tre ai cinque anni prima di chiedere aiuto. All’inizio degli anni Novanta la media era di circa dieci anni: non per uscirne, per iniziare il faticoso percorso d’uscita. La mia amica si è seduta su una poltrona, sull’altra si siede la ragazza e questo gesto mi fa pensare che sì, sia proprio la ragazza che verrà chiamata tra poco e non la madre. Nel frattempo è arrivata una terza donna, ci salutiamo, e dopo poco lascia la saletta d’aspetto perché viene chiamata. Suona il telefono, suona il citofono, si aprono porte, un colloquio finisce, si sentono parole di saluto che dicono “Ora cerca di mangiare qualcosa, ci sentiamo presto. E mi raccomando, stai attenta”. La porta si chiude. Dopo un’attesa di una ventina di minuti la ragazza viene chiamata, dopo poco chiamano anche la mia amica dicendole che se non le dispiace faranno il colloquio in cucina perché tutte le stanze-colloquio sono occupate.

Ricordo come cambiò la mia vita in quei mesi di tirocinio: leggevo, studiavo, imparavo. Vedevo tutti i giorni un flusso di donne entrare e uscire dal centro. Le ragioni di questa violenza erano sempre più chiare: solo una matrice culturale può essere all’origine di un fenomeno di così grande portata, visto che non si tratta di singoli comportamenti devianti, o raptus (parola tanto cara ai giornalisti che ne scrivono senza sapere), ma di una violenza endemica, risultato di una specifica cultura che, sia apertamente che velatamente, discrimina le donne. E così le battute sessiste tra amici, la scontatezza che siano le dipendenti donne a dover portare il caffè al titolare o a fare l’albero di Natale in ufficio, la leggerezza dell’uso di appellativi quali “troia” o “baldracca” (ovviamente in occasioni che nulla avevano a che fare con la compravendita di sesso), le cene tutti gli uomini da una parte e le donne dall’altra, le amiche che raccontavano di faccende domestiche non ripartite ” tanto mi tocca ripassarci perché lui non le fa bene”… insomma: tutto mi parlava di quelle diseguaglianze, di quella cultura maschilista che ci ha allevati e allevate. Tutt*: uomini e donne. Non fu un periodo facile, la socialità divenne un po’ più complicata, difficile trovare chi fosse sulla mia lunghezza d’onda rispetto a questa sensibilità, che comprendesse l’importanza del corretto utilizzo delle parole, la portata culturale di una “semplice” battuta. Mi sentivo in lotta tutti i giorni e a volte le forze per questa battaglia le venivano meno: il continuo spiegare, argomentare, sopportare di essere considerata “pesante”. Dopo il tirocinio, dopo la laurea, pian piano ho frequentato sempre meno quel centro. Credo di aver avuto bisogno di chiudere gli occhi per un po’ sul mondo che avevo imparato a guardare, sulle tante cose che mi si erano chiarite in testa, anche retroattivamente. Sulla pesantezza di tutto questo. Un piccolo fenomeno carsico della mia psiche, che allora credevo di aver messo in atto per “riposarmi”, ma oggi penso si sia trattato di un mettermi alla prova. E il risultato è stato:  posso anche fingere che tutto questo non esista, ma esiste. E l’ho continuato a percepire, in maniera sempre più intensa. Sul lavoro, per strada, in viaggio, alle cene tra amici, nella mia quotidianità, nelle donne a cui in questi anni ho dato il numero di quel centro antiviolenza. Esiste. A me scegliere da che parte stare.

Dopo mezz’ora la mia amica torna nella saletta: il colloquio è finito. Andiamo a prenderci un gelato, in  questa situazione sospesa. Mentre torniamo alla macchina noto sotto al portico un portone aperto da cui si scorge un bellissimo giardino alla fine di un lungo corridoio: mi fermo e la fermo. Sbirciamo dentro ed è lei che mi dice col sorriso e occhi pieni di meraviglia: “Entriamo e andiamo a vedere!”. Mi sorprende la sua proposta, non me l’aspettavo. Entriamo, complici e contente di stare facendo una cosa che normalmente non faremmo. La facciamo perché ci piace. La facciamo perché siamo curiose. La facciamo perché non tutto quello che insegnano essere giusto e “a modo” ha davvero a che fare con la felicità.

Scoprendo Pia Pera

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Una donna scoperta troppo tardi. Tra le sue tante qualità, l’utilizzo di un’ironia sottile capace di lasciare che le contraddizioni emergano da sé, come olio che affiora sull’acqua.

Al mattino si alza prestissimo e lascia ordini sul tavolo di cucina.
Li scrive sul rovescio della brutta copia dei suoi scritti di giurista: ha sempre detestato lo spreco della carta e va considerato un pioniere del riciclaggio ecologico. Uno di questi rovesci era lo stralcio di un suo articolo «Sulla questione femminile»: «Sarebbe preferibile, sul piano dell’autenticità, che le donne, ormai del tutto giuridicamente emancipate, conquistassero per forza loro propria sempre più avanzate posizioni di rilievo nella società civile e in quella politica. L’ascesa per forze solo proprie è gratificante; quella parzialmente indotta per disposto di legge lo è assai meno». Questo invece l’ordine indirizzato, nella sua eccentrica calligrafia tutta spigoli, alla moglie (mia madre): «Per favore. 1) prendere i giornali stamani. 2) Comprami un pigiama – Che i calzoni siano aperti davanti per pisciare tranquillamente. 3) Il quadro Luiso potrebbe essere messo giù in sala sopra la porta falsa dove un tempo erano i liquori. Cerca di farlo mettere oggi». 

Pia Pera, da “San Michele e il drago“.

Pepe Mujica e il mio hard disk

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“Conosci te stesso”

Quanto può durare un paio di pantaloni? E una borsa? E una macchina? E per quale ragione smettiamo di usare cose ancora integre e funzionali per comprarne altre praticamente identiche?

Intorno a queste domande ruota il pensiero politico di sobrietà di Pepe Mujica, ex Presidente dell’Uruguay, che durante il suo mandato ha rinunciato al 90% del suo compenso e ha preferito vivere nella sua fattoria piuttosto che negli appartamenti presidenziali.

“Io consumo il necessario ma non accetto lo spreco. Perché quando compro qualcosa non la compro con i soldi, ma con il tempo della mia vita che è servito per guadagnarli. E il tempo della vita è un bene nei confronti del quale bisogna essere avari. Bisogna conservarlo per le cose che ci piacciono e ci motivano. Questo tempo per se stessi io lo chiamo libertà. E se vuoi essere libero devi essere sobrio nei consumi. L’alternativa è farti schiavizzare dal lavoro per permetterti consumi cospicui che però ti tolgono il tempo per vivere… Lo spreco è [invece] funzionale all’accumulazione capitalista [che implica] che si compri di continuo [magari indebitandosi] sino alla morte.  »

fonte Wikipedia

Le sue parole sono arrivate chiare in una delle conferenze organizzate in Italia per la presentazione dell’ultimo libro a lui dedicato “Una pecora nera al potere”. Era mercoledì 9 novembre, il giorno in cui ci si è svegliati con la notizia dell’elezione di Trump. Non poteva esserci balsamo migliore della voce di quest’uomo ottantenne per riuscire a mutare una giornata iniziata decisamente male.

“Dobbiamo sapere chi siamo, cosa c’è dentro al nostro hard disk”.

Questa affermazione dell’ex Presidente uruguaiano mi è rimasta nel cuore. Sono giorni in cui il bisogno di autenticità si fa sempre più urgente, dopo essermi trovata diverse volte a dover occultare parti di me in funzione di una molteplicità di compromessi. E mentre li fronteggiavo, mi chiedevo in continuazione quale fosse il livello di compromesso accettabile e, improvvisamente, ieri l’ho capito.

Stavo sistemando il CV per inviarlo ad una posizione in ambito comunicativo che mi interessava. In quel CV avevo inserito in precedenza anche il link a questo blog poiché richiesto da un’altra posizione nello stesso ambito per cui l’avevo preparato. Per un attimo mi sono domandata se sarebbe stato meglio toglierlo, se avrebbe potuto svantaggiarmi in qualche modo un link ad un blog in cui le mio essere progressista, femminista e antirazzista è espresso in maniera inequivocabile.

Ho deciso di no.

Non voglio fingere di essere una persona che non sono, nemmeno quando la finzione passa per la semplice omissione di informazioni. Le idee qui espresse sono parti fondanti della mia persona e anche se io togliessi i riferimenti dal mio CV, la sostanza non cambierebbe: verrebbero fuori da me in ogni momento. Sì, per qualcuno potrebbero rappresentare un problema, una ragione per non scegliermi. Ne sono consapevole e sono disposta a correre il rischio. Anche perché diversamente cosa ne otterrei? La possibilità di avere un ingresso economico pagata quotidianamente con il dover essere “meno” di quello che sono: non è un compromesso accettabile. Perché  un ambiente di lavoro in cui il mio essere femminista e antirazzista dovesse essere considerato un problema non è l’ambiente in cui voglio lavorare.

Durante quell’incontro su felicità e futuro, Mujica parlò di economia, etica e scelte.

“Uno può decidere se lavorare per quarant’anni per una multinazionale, oppure fare scelte diverse”.

Se non a tutti, a molti nel sentire questa frase sarà balenato il pensiero “Fare scelte diverse in un mercato del lavoro come il nostro? In cui i livelli di disoccupazione sono altissimi? In cui la difficoltà a trovare un posto fa si che ci si tenga stretti qualunque cosa e si accetti qualsiasi livello di compromesso?”.

Ma di certo questo pensiero, se c’è stato, sarà davvero durato il tempo di formularlo,  perché a parlare di scelte c’era un uomo che ha pagato la fedeltà alle proprie idee con dodici anni di prigione in isolamento, in condizioni talmente dure da cibarsi di mosche intrappolate nelle ragnatele, sotto la costante minaccia di fucilazione (e nota bene: della durezza della sua vita in prigione non ne parla mai). Un uomo che quelle idee le ha portate con sé nel suo mandato presidenziale, mostrando al mondo che si può fare politica in maniera diversa da cui siamo abituati, opponendo alla fede nella crescita continua la filosofia della sobrietà. Idee che riempiono saloni e aule magne di persone disposte a stare in piedi ore per ascoltarle.

Tutte le volte che io e la mia visione del mondo non abbiamo camminato insieme, le volte in cui le ho lascito la mano, ho sbagliato. Così come so di non poter andare da nessuna parte senza conoscere me stessa, allo stesso modo sono consapevole che non arriverò nei posti giusti se mi abbandonerò per strada ora per un motivo, ora per un altro, che sia un colloquio, o il semplice (e diabolico) “quieto vivere”.

Non c’è una formula magica, una ricetta che assicura la buona riuscita di sogni, progetti e ideali. Sta tutto il quel nostro hard disk: conosci te stesso.

E agisci di conseguenza.

 

Vergognarsi

Iotti e Anselmi, donne contro gli stereotipi

“C’erano una volta Tina Anselmi e Nilde Iotti, poi sono arrivate Mussolini, Minetti, Carfagna, Zanicchi, Meloni, Santanchè, Lorenzin, Finocchiaro, Boschi… e le donne hanno iniziato a vergognarsi”

Così recita il commento in calce a questa foto, postati dalla pagina Vento Ribelle.

Le donne hanno iniziato a vergognarsi” Ma che significa questa frase? No, perché una volta c’erano anche Berlinguer e Moro, poi sono arrivati Craxi, Berlusconi e Borghezio (e chi più ne ha più ne metta) e non mi pare che gli uomini abbiano iniziato a vergognarsi, né che qualcuno supponga che lo stiano facendo.

Di cosa poi dovrebbero vergognarsi le donne? Di essere donne? Dovrebbero vergognarsi perché ci sono donne che agiscono in un modo e altre in un altro? Ma davvero nel 2016 dobbiamo ancora ribadire che non esiste la donna, ma esistono LE donne? Che non siamo un blocco unico, con un unico modo di pensare, scegliere, agire? Che siete voi che ci appiccicate continuamente addosso un presunto generico mono-carattere che dovremmo tutte condividere solo perché ci è capitato di nascere con un sesso piuttosto che un altro?

Provate davvero, per un attimo, a immaginare la stessa foto, condita dalla stessa frase, ma al maschile: non farebbe altrettanto presa, giusto? Questo dovrebbe essere un campanello d’allarme e farci capire che ancora una volta si stanno cavalcando degli stereotipi, tra l’altro calpestando la memoria di chi quegli stereotipi ha passato la vita a decostruirli.