Guance rugose e margherite salvifiche

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L’effetto che mi fa leggere “li brucerei” e “io sono una buona persona” nella stessa frase è quello di uno schiaffo in pieno viso, dato a mano aperta.

Ci sono momenti in cui la banalità del male ti piomba addosso in maniera violenta, ti schiaccia, facendoti sentire impotente, quasi come se tutto fosse perduto. I funesti presagi dello scenario internazionale, gli ignobili individui che gettano fuoco sulla paura delle persone coltivandone l’intolleranza portano a chiedersi dove sia possibile ripararsi, fuggire, per essere al sicuro da questa violenza, da questo abbrutimento culturale che sembra assediarci.

Oggi pomeriggio mia nonna, costretta in casa negli ultimi mesi dell’aggravarsi esponenziale della sua instabilità motoria, ha potuto finalmente uscire e godersi il sole grazie alla sua nuova sedia a rotelle. Mentre passeggiavamo mia sorella ha raccolto una margherita e gliel’ha messa fra le dita. Lei l’ha annusata: ha detto che era bella, anche se non faceva profumo. E nonostante le sue mani rispondano a fatica ai suoi comandi, è riuscita a portare il fiore all’altezza del viso per sfiorarsi le guance con i suoi petali. Felice per quella sensazione  che forse pensava di non poter provare più, sul suo volto è apparsa una luce che non le si vedeva da tempo.

Quel gesto, che so esserle costato molta fatica, è stato di una bellezza commovente. In quella bellezza oggi trovo rifugio dalle brutture del mondo.

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A colei che mi ha fatta uscire dalla stanza

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Spesso, quando mi trovo a spiegare cosa siano le questioni di genere, mi capita di usare un’immagine: quella di una stanza con le pareti dipinte di azzurro.

Immaginate di essere nate e cresciute in una stanza con le pareti dipinte di azzurro. Crederete che quel colore sia la normalità, che tutto il mondo sia fatto di stanze con pareti azzurre. Fino a quando qualcuno entra, vi prende per mano e vi accompagna fuori. Allora non solo scoprite che l’azzurro non è l’unica scelta possibile per quelle pareti, ma anche che possono esserci altri modi di abitare o ripararsi, che le pareti possono essere fatte  di materiali diversi o addirittura potrebbero pure non essere necessarie.

Ieri è morta Anna Rossi Doria, colei che mi ha fatta uscire dalla stanza. Mi ha portata a vedere cosa ci fosse fuori, un’ora dopo l’altra, in quella che nel corso di laurea si chiamava “Storia delle donne in età contemporanea”, ma che lei ci disse essere una dicitura non corretta, perché non si stava facendo una storia delle donne, separata da quella degli uomini: piuttosto si sarebbe dovuta chiamare “Storia di genere”, perché era delle attribuzioni culturali dei ruoli che si stava parlando. Con l’auspicio che un giorno non fosse più necessario un corso “altro” e che si potesse chiamare finalmente “Storia” una disciplina in cui metà dell’umanità non fosse più assente.

E così, nel corso delle sue lezioni, si sgretolarono le verità assolute, come quella della generica bontà delle donne, smentita ad esempio dai focus sul ruolo attivo delle donne nel nazismo .

Ci si fece domande su concetti assodati, come quello della virilità. Cos’è la virilità? E soprattutto: perché è molto facile sentire frasi come “comportati da uomo! dimostra di essere un vero uomo!”, mentre ad una donna non si chiede mai di dimostrare di essere “vera” e si dà per scontato che lo sia? E perché la performance della virilità sembra passare dal rinnegare tutto ciò (comportamenti, inclinazioni) che è ritenuto femminile?

Si scoprì che quello delle donne durante la Resistenza non fu un “contributo”, come ce lo raccontarono a scuola in un trafiletto grigio a lato della storia importante – quella fatta dagli uomini ovviamente – ma che senza le donne non ci sarebbe stata nessuna resistenza. Ci si fermò a riflettere sulla scelta volontaria di chi, tenuta da sempre lontana dalla politica e non obbligata come gli uomini a scegliere tra leva obbligatoria e clandestinità, divenne partigiana. E ci si amareggiò nell’ascoltare che a liberazione avvenuta tutte queste storie furono occultate, a partire dalle sfilate nelle piazze liberate, sfilate in cui alle donne fu proibito di partecipare.

Ogni lezione una scoperta, una prospettiva nuova che ridimensionava quella stanza azzurra e che non solo mi ha dato la capacità di vedere che c’era un mondo altro già nel mondo in cui vivevo, ma ha fatto molto di più. L’azione di svelare qualcosa che fino a quel momento era nascosto ai nostri occhi può avere due effetti opposti:  essere un’esperienza illuminante o risolversi in un trauma. Dipende da come lo svelamento viene gestito, se vengono forniti strumenti adeguati alla comprensione o se dopo che il velo è stato sollevato si viene abbandonate a se stesse nella nuova complessità del mondo.

Per me si è trattato di una vera e propria illuminazione, perché nell’uscire da quella stanza ho portato con me due abilità: senso critico e capacità di analisi. Doni preziosi costruiti pazientemente spiegazione dopo spiegazione, pagina dopo pagina, libro dopo libro, che mi permettono oggi di vedere la vita da una prospettiva diversa e  allo stesso tempo di comprendere ciò che la nuova prospettiva di volta in volta mi svela . Non credo di essere in grado di pensare per me stessa a doni più belli.

Le tematiche di genere fanno paura perché ci dicono che quel che abbiamo sempre creduto essere naturale in realtà è solo abituale. Ci fanno paura perché gli stereotipi semplificano la complessità: quello è da maschio, quello è da femmina, se sei maschio fai così, se sei femmina fai colà. Le donne sono sempre state in casa a pensare ai bambini, gli uomini al lavoro e nella cosa pubblica. Questo è bene, quello è male, le stanze o sono azzurre o non sono.

Gli stereotipi che prendiamo per verità ci risparmiamo domande e ragionamenti, ci danno una stanza azzurra in cui chiuderci per ripararci dalla complessità del mondo, facendoci credere che quello sia il mondo. Ma per quanto timore abbiamo, per quanto vogliamo ostinarci a restare nella stanza, quella stanza non è il mondo: è solo una stanza.

E io sarò per sempre grata a colei che da lì mi ha fatta uscire.