#LottoMarzo e la fatica di staccarsi dal lavoro di cura

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L’avevo già percepito al tavolo tematico di Non Una di Meno a cui ho partecipato, quando nella seconda delle due giornate dello scorso febbraio ci siamo messe a ragionare sullo sciopero e a elencare in che modo ognuna di noi avrebbe aderito.

I primi interventi parlavano di questa giornata come un giornata di sensibilizzazione: qualcuna avrebbe dedicato le lezioni al tema della violenza contro le donne, all’educazione senza stereotipi, qualcuna avrebbero chiesto la collaborazione dei commercianti del suo paese per diffondere la notizia e sensibilizzare, ma non voleva chiamarlo sciopero “perché è un termine che fa paura e allontana”. C’era chi diceva che lavorava al nido e non avrebbe scioperato per non far venire meno quel percorso educativo costruito giorno dopo giorno con bambini e bambine, per non creare problemi alle colleghe, disagi ai genitori. E ancora oggi su Facebook leggo post di persone che appoggiano lo sciopero, ma non sciopereranno.

A me e alle amiche che erano con me, molte delle quali con lavori con pochissime tutele e contratti assurdi, ha fatto molto effetto sentir dire dalla voce di chi ha il diritto di sciopero che farà questo e quello, ma non sciopererà. Allora vorrei dirlo chiaro e forte: il senso di questo 8 Marzo 2017 non è quello di creare una giornata in cui sensibilizzare facendo lezioni ad hoc. Abbiamo tutti gli altri 364 giorni a disposizione per sensibilizzare a lezione: questa è la giornata in cui non fare lezione. In questa giornata non è possibile salvare capra e cavoli, dire di sostenere lo sciopero e poi andare a lavorare, magari vestite di nero e con un fiocco fuxia diffondendo qualche volantino stampato a proprie spese.  Sappiamo benissimo in che mondo del lavoro viviamo, quanto possa pesare la giornata decurtata dallo stipendio, le possibili ritorsioni, il senso di solitudine sul luogo di lavoro, ma è necessario avere  coraggio.

Sciopero sarà anche una parola che fa paura a qualcuno, che forse non dirà più niente a molti, ma di sciopero si tratta, non di altro. E sciopero significa incrociare le braccia. Creare problemi, disagi. Significa mettersi al centro almeno per un giorno, pensare prima a noi e non ai propri studenti, ai possibili disagi delle altre famiglie e nemmeno ai possibili disagi della nostra famiglia. Siamo chiamate ad incrociare le braccia nei confronti di tutti i lavori, quelli pagati e quelli non, quindi anche nei confronti del lavoro di cura quotidiano.

Questo crea un problema? Certo: crea un enorme problema. Ed è questo il senso di questa giornata. Le nostre vite contano. Il nostro lavoro conta, ma il nostro lavoro tutto: anche quello dentro casa che, udite udite, non è un destino e non è scontato, tant’è che potremmo anche non farlo. Guardateci: ora incrociamo le braccia. Che succede se non lavoriamo né dentro né fuori casa?

“Sciopero è una parola che fa paura”. “Sciopero è una parola che al giorno d’oggi non vuol dire più niente”. Esattamente quello che si dice della parola femminismo. Questo 8 Marzo potrebbe essere una giornata epocale, ma lo sarà sulla base di ciò che ognuna di noi sceglierà di salvare: o la capra o i cavoli.

Verso #LottoMarzo

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Fonte foto: NonUnaDiMeno

Mi raccontano di Comuni della provincia in cui sciopereranno tutt* per 3 ore. Di riunioni coi genitori di asili nido per spiegare le ragioni dello sciopero. Di uomini che diffondono la notizia. Ci sono donne che mi dicono che aderiranno senza ombra di dubbio. E che ne parleranno con le loro amiche “che credono di essere libere ed emancipate ma dai loro racconti della vita di tutti i giorni si capisce che non è così”. Aumentano i sindacati che lo sostengono. Gli articoli di giornali che ne parlano.

Si diffonde, piano piano questo sciopero globale che è partito dal basso e in basso lavora, si organizza, si promuove, convince, coinvolge. Tutto questo è bellissimo. Mi fa sentire parte di qualcosa di grande, di giusto, di bello, di forte.

Sono in trepidante attesa di questo 8 Marzo.