Non siamo a disagio col potere in sé, ma con le donne

9788806234935_0_0_1576_80Due giorni fa mi trovavo per ragioni di lavoro nella sala d’attesa del poliambulatorio del mio paese. Due file di sedie, messe una di schiena all’altra, si affacciavano sulle porte degli ambulatori dei medici di base.  Mentre aspettavo, un vecchio dietro di me parlava col suo vicino. Si lamentava di tutte le cose che non vanno nel paese. Di quelli del sud che sono tutti carabinieri perché non sanno cosa voglia dire lavorare, del fatto che lui a quindici anni aveva chiesto all’impiegato delle poste del suo paese di trovargli un lavoro come il suo, ma a lui non l’avevano trovato, a quelli del sud sì. E poi di quella legge fatta da quella donna “quella là, come si chiamava… insomma non ricordo il nome, ma solo che era brutta. Non come la Maria Elena Boschi, che quella lì è proprio una bella donna. Che nel governo Renzi c’erano due donne molto belle, ma le altre erano dei cessi che non si guardavano. Perché quelle lì sono dei cessi che gli uomini non le vogliono, e visto che non le vuole nessuno allora si mettono a fare politica, perché gli uomini le schifano e quelle si inacidiscono e infatti sono brutte, acide e cattive”.

Può sembrare – come qualcuno mi ha detto – un semplice parlare di un imbecille. Ma no, non è solo questo. Sempre di più mi accorgo di come la vox populi si manifesti puntualmente nelle sale d’aspetto degli ambulatori. E a questa voce occorre prestare attenzione, per comprendere i nostri tempi: liquidare tutto con “sono solo le parole di un povero imbecille” non ci permette di guardare in faccia la realtà, fatta di un luogo pubblico in cui si pensa sia normale pronunciare ad alta voce queste parole, che nella loro pochezza tanto hanno da dire sulla visione sessista che si ha delle donne, e delle donne di potere nello specifico.

“Ti ricordi quanto abbiamo riso anni fa per un articolo su di me scritto in modo atroce? L’autore mi aveva accusata di essere “arrabbiata”, come se “essere arrabbiata” fosse qualcosa di cui vergognarsi. Certo che sono arrabbiata. Mi arrabbio per il razzismo. Mi arrabbio per il sessismo. Ma mi sono accorta di recente che mi arrabbio di più per il sessismo che per il razzismo. E la ragione è che nel mio essere arrabbiata per il sessismo mi sento spesso sola. Perché amo e vivo in mezzo a gente che è più disposta a riconoscere un’ingiustizia di razza che un’ingiustizia di genere

Non ti dico quante volte le persone a cui voglio bene – uomini e donne – mi hanno chiesto di attestare la questione del sessismo, di “portare le prove” per così dire, mentre non si sono mai aspettati che lo facessi per il razzismo (È ovvio che nel vasto mondo a troppe persone si chiede ancora di “dimostrare” il razzismo, ma non nella mia cerchia ristretta). Non ti dico quante volte persone a cui voglio bene hanno negato o minimizzato situazioni sessiste.

Come il nostro amico Ikenga, sempre pronto a negare che la misoginia sia un problema, senza mai voler ascoltare o confrontarsi, sempre ansioso di spiegarti che in realtà sono le donne ad essere privilegiate. Una volta mi ha detto: – “Anche se l’opinione generale è che a casa nostra comanda mio padre, è mia madre che in realtà dirige da dietro le quinte – . Pensava in quel modo di confutare il sessismo, in realtà avvalorava la mia tesi. Perché “dietro le quinte”? Se una donna ha il potere, perché dobbiamo fingere che non ce l’abbia?

Ma ecco la triste verità: il nostro mondo è pieno di uomini e donne a cui non piacciono le donne di potere. Siamo stati così condizionati a pensare che il potere è maschio, che una donna potente è un’aberrazione. Così le teniamo gli occhi addosso. Delle donne di potere ci chiediamo: è umile? Sa sorridere? È abbastanza riconoscente? Ha un suo lato domestico? Le stesse domande non le rivolgiamo a uomini potenti, a dimostrazione del fatto che non siamo a disagio col potere in sé, ma con le donne”. 

da “Cara Ijeawele, ovvero quindici consigli per crescere una bambina femminista”
Chimamanda Ngozi Adichie

Davanti a un’ingiustizia la neutralità non esiste

“L’uomo etico dà regole a se stesso e il moralista dà sempre regole agli altri. […] Il patriarcato ci attraversa tutti e tutte e tutti siamo chiamati a prendere una posizione. Non posso dire “Io che c’entro?”, non puoi dire “Non mi riguarda” perché siamo tutti chiamati in causa. Davanti ad una ingiustizia non esiste la neutralità. O la combatti oppure la sostieni, o attivamente o col tuo silenzio. […] Se guardi le ingiustizie e non fai nulla le stai facendo anche tu”.

Vietato l’ingresso ai ragni e ai visigoti

Lo scorso pomeriggio ero a una riunione con alcuni esponenti di associazioni e insegnanti che si occupano di decostruzione di stereotipi di genere. Si parlava dei progetti fatti, delle modalità utilizzate e delle difficoltà che nel corso della propria esperienza si sono incontrate. Si parlava anche dell’effetto degli attacchi che questi progetti subiscono un po’ ogni dove in nome di una fantomatica teoria (che non ho più voglia di nominare) che serve solo a confondere le idee e a impedire di riflettere su stereotipi, accettazione dell’altro, violenza e uguaglianza. Tra i vari episodi condivisi ce n’è stato uno, in particolare, che mi ha colpita brutalmente: lo riportava un ragazzo che si occupa di progetti di contrasto al bullismo omotransfobico. Il progetto in questione, approvato dalla scuola, si sviluppava in più incontri, negli ultimi dei quali era prevista la partecipazione di alcune persone gay, lesbiche e trans che avrebbero raccontato la loro esperienza di vita. Ebbene, la scuola ha richiesto espressamente che i trans non entrassero fisicamente nell’edificio a portare la loro testimonianza.

Io sono rabbrividita. Letteralmente.

Vietato portare una persona transessuale? E se tra gli alunni di quella scuola superiore ci fosse stato un/una trans l’avrebbero sbattuto fuori? Cosa rispondono alla famiglia di un ragazzo transgender che lì vorrebbe iscrivere il proprio figlio? Che per lui  l’ingresso è vietato? Ho sentito anche racconti di progetti che sono stati fatti solo in modalità “contraddittorio”: hanno concesso a un ragazzo omosessuale di parlare a patto che ci fosse anche un altro omosessuale “pentito”, di quelli che sostengono di voler curare la propria omosessualità con le medicine. Perciò, seguendo questa logica, mi chiedo come mai quando a scuola si spiega che la terra è tonda non si abbia la stessa premura e non si inviti anche un esponente della Flat Hearth Society a dire che invece è piatta.

La domanda dentro cui si snoda tutta la questione è: perché è ritenuto lecito che una scuola pronunci frasi come “non portate i trans”? Nel cercare la risposta bisognerebbe tenere molto bene in mente che la strada dell’esclusione non prevede ritorno. Dal momento che in quello che dovrebbe essere il luogo di inclusione per eccellenza è possibile escludere qualcuno, chi decide il limite?  Se faccio un comitato genitori contro la Giornata della Memoria posso chiedere che a scuola non si portino gli ebrei a parlare dei campi di sterminio? Potrebbe infastidire i negazionisti. E poi chi? Le donne che lottano per la parità dei sessi? Potrebbero disturbare l’armonia familiare con le loro folli idee sui lavori domestici equipartiti. E dopo? Tutti quegli esseri umani che non presentano caratteristiche caucasiche? I bambini bianchi si potrebbero turbare dall’arrivo dell’uomo nero delle favole.

La realtà dei fatti, riscontrabile tutti i giorni, ci racconta di bambini e ragazzi fortemente omofobi, basti pensare a quale sia la parola principale che scelgono per offendersi l’un l’altro. E chi fa progetti su questi temi si rende conto continuamente di quanto il sessismo, l’omofobia e il razzismo alberghino nelle loro giovani menti e trovino un terreno fertile nella società che li (e ci) circonda. Non possiamo permetterci di far scivolare in secondo piano ciò che riguarda l’inclusione, la conoscenza dell’altro, il rapporto e la relazione con chi è diverso da noi: sono tempi in cui è assolutamente necessario che questi temi emergano con forza e in cui mi piacerebbe che nel leggere la frase “vietato l’ingresso ai trans” saltassimo sulla poltrona, tutti. Soprattutto se pronunciata dentro a una scuola.