Siete donne e femministe, è normale che lavoriate gratis

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Un paio di giorni fa l’associazione di cui faccio parte e con cui sviluppo progetti sugli stereotipi di genere nelle scuole riceve una mail da un comune con cui abbiamo collaborato, portando nel corso dell’anno scolastico due progetti nelle scuole secondarie di primo grado del territorio. La mail recita più o meno così: “Gentilissime, vi inviamo copia dei vostri progetti scolastici inseriti nel POT (Piano Offerta Territoriale) 2016-2017 e chiediamo la vostra proposta da inserire nel POT del 2017-2018”.

Rispondiamo, inviando una proposta con descrizione dei nuovi progetti, modalità di esecuzione, durata, personale coinvolto e costi. I costi erano pressoché identici a quelli dei progetti già sviluppati (e pagati).

Risposta del comune: “L’amministrazione non prevede nessun contributo economico. Vi chiediamo cosa siete disposte a fare a titolo gratuito”.

Ciò che istintivamente avrei voluto scrivere è  “Gentilissima,  ha presente quello che è disposta a fare lei sul suo posto di lavoro se non fosse pagata per quello che fa? Ecco, a gratis facciamo esattamente la stessa cosa”.

Poi, mentre pensavo al fatto che è talmente normale credere di poter avere gente che lavora gratis che non ci si preoccupa nemmeno di inserire in una mail del genere qualche espressione di scuse del tipo “purtroppo quest’anno” o “siamo davvero spiacenti” o “ci rendiamo conto che la richiesta può sembrare offensiva” (può sembrare offensiva perché in effetti lo è), mi sono venute in mente un paio di altre situazioni che dicono tanto in merito a questo tipo di lavoro.

Un episodio riguarda una sindacalista femminista che votò contro i progetti della nostra associazione proposti all’interno della sua scuola. La motivazione? “Sono tematiche troppo alte, troppo etiche per essere monetarizzate. Non si possono chiedere soldi per progetti così importanti”.

Il secondo episodio invece vede come protagonista l’assessorato alle pari opportunità di un grande comune che ci aveva commissionato un lavoro discretamente impegnativo su comunicazione e analisi dei dati. Abbiamo lavorato al progetto per diversi mesi e poco alla volta le nostre referenti mostrano di avere le idee poco chiare su quello che  vogliono da noi, fino ad arrivare a chiederci cose completamente diverse da quelle concordate (e approvate!). Alla nostra ennesima mail di chiarimenti rispondono dicendo “Scusate ma dobbiamo chiarirci le idee, grazie di tutto e alla prossima!”.

Non metto in discussione i tempi di crisi che stiamo vivendo e il fatto che i soldi che si investono in cultura siano molti meno di quelli di un tempo. Però credo che non siano i soldi il vero problema, ma la percezione di questo tipo di lavoro e soprattutto delle donne che svolgono questo lavoro. 

Prendiamo il commento della sindacalista: perché nei confronti dell’archeologa che nella stessa scuola è pagata per fare i progetti di archeologia non solleva la stessa problematica? Cosa vuole dire che sono temi “troppo alti per essere monetarizzati”? Questa riflessione è specchio di una società troppo abituata all’idea che le donne impegnate in qualcosa lo debbano fare per passione, “per il cuore”, senza nessun interesse. Ricordo anche i commenti di alcune ex consigliere comunali nel corso di un incontro che abbiamo tenuto in Basilicata sul tema del rapporto tra donne e politica: “Le donne sono diverse, per loro la politica è servizio!”. Come se ricevere soldi per un lavoro svolto sminuisse quel lavoro, come se per essere credibili bisognasse allontanare il più possibile da sé la parola “denaro” e stranamente questo avviene solo quando si parla di certi temi, come se il fatto di essere pagate per la propria professionalità quando si sviluppano progetti su tematiche di genere ci macchiasse di qualche onta, dimostrasse che non siamo abbastanza pure, abbastanza dedite alla causa da farlo gratis. Poi però stiamo a sperticarci in immensi ragionamenti sul reddito femminile, sulle donne che guadagnano meno degli uomini, sulle donne che non hanno indipendenza economica e che questa mancanza è una delle ragioni principali per cui una donna fatica a uscire da situazioni di violenza. Mi sarebbe piaciuto chiedere a questa sindacalista in che modo mi sarei dovuta mantenere, io che ho l’ambiziosa pretesa di campare con ciò che mi appassiona fino al midollo – e questa cosa, guarda un po’, ha proprio a che fare con il femminismo e le tematiche di genere. Forse la soluzione è quella di trovare un buon partito? Un uomo ricco che mi mantenga mentre mi diletto con queste cose così etiche ed elevate? Ripeto: una sindacalista.

E che dire dell’assessorato alle pari opportunità che non vede la benché minima contraddizione nel promuovere politiche di parità e organizzare iniziative sul lavoro femminile e allo stesso tempo dare il benservito a donne che hanno lavorato per loro, senza nemmeno pensare di doverle quantomeno rimborsare delle spese sostenute per il lavoro che hanno svolto? Non fa pensare alla parabola della pagliuzza e della trave?

Tornando alla mail iniziale, ho pensato di usarla per farmi almeno quattro (amare) risate e prenderla con ironia, dando via a un contest di risposte possibili. Per ora le/i partecipanti hanno proposto queste:

-“Ah, quindi anche il sindaco non prende un compenso e lo fa per il bene della comunità?”

-“Gentilissima, lieta di apprendere che sul vostro territorio comunale la richiesta preventivi funzioni così. Potrebbe cortesemente inviarmi il contatto di un dentista residente nel vostro comune? E di un idraulico, grazie”.

-“A titolo gratuito verremmo a scuola a insegnarvi a fare la marmellata con la frutta della merenda che i bambini non mangiano, così potreste fare un bel banchetto di autofinanziamento e raccogliere i soldi PER PAGARCI”.

-“Dopo che hai finito la lezione puoi passare con un cappellino in mezzo al pubblico di bambini e dire che se non ti pagano arriva la blue whale”.

-“Distribuisci in classe bigliettini col tuo IBAN”.

-“Siamo spiacenti, ma se digitiamo la chiave di ricerca ‘gratis’ nel nostro database di proposte formative, il sistema non fornisce risultati”.

-“Una passeggiata”.

Se desiderate continuare con l’ironia, nei commenti c’è tutto lo spazio che volete.

ps. Aggiornamento con nuovi suggerimenti! 🙂

-“Io risponderei: ‘In che senso?’ ”

-“La risposta è: Il preventivo!”

-“Manda una mail dicendo che hai chiesto consiglio ad amici e parenti e invii tutte le risposte”.

-“Non ho tempo libero”

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5 thoughts on “Siete donne e femministe, è normale che lavoriate gratis

  1. La risposta che proponi tu stessa mi sembra geniale, e veramente, di tutto cuore, l’avrei inviata.
    Ormai sono del parere che su questi temi non ci si debba censurare, e che certe persone debbano chiaramente capire che questo tipo di domande è ridicolo e non sta ne in cielo ne in terra.
    La tua analisi si basa su esperienze reali e mi fa accapponare la pelle; allo stesso tempo però, leggendo ho più volte pensato che quello che racconti non si limiti a una questione di genere.
    Io lavoro in campo informatico, per un plugin WordPress, quindi i miei clienti sono persone che lavorano a loro volta sul web: non hai idea di quante persone pretendono che i nostri servizi vengano offerti gratuitamente.
    Cioè, si stupiscono proprio che ci sia un prezzo da pagare.
    Ho iniziato a rispondere gentilmente per le rime, facendo capire che se sono lì a rispondere alle loro email è perché mi pagano. Quindi aggratis non forniamo nulla, sorry.

    • Ciao Giulia,

      grazie per la tua osservazione stimolante, sì quanto dici è vero, soprattutto nel mondo dei “creativi” il pagamento sembra essere qualcosa di superfluo 🙂 Nella situazione economica attuale tanti e tante si sentono proporre di lavorare gratis, o per paghe ridicolissime, penso al lavoro di copywriter le cui proposte indecenti non guardano in faccia al genere. Però per la mia esperienza di questi anni, questo connubio di lavoro su temi etici + donne a svolgerlo fa uscire le peggio reazioni, situazioni impensabili che non ho mai trovato tali in altre modalità di lavoro. Una su tutte la sindacalista (che quindi difende il diritto dei lavoratori) femminista (che quindi dovrebbe aver presente ANCHE le maggiori difficoltà economiche che trovano le donne a vedere riconosciuto il loro lavoro) che boicotta i nostri progetti argomentando che sia un ambito troppo etico per meritare un pagamento, come se i soldi ci sporcassero la coscienza, come se non fosse conciliabile l’idea di spendersi per un ideale e allo stesso tempo riuscire a campare di ciò. Vabè anche l’assessorato alle pari opportunità che fa progetti sul lavoro femminile e non ti paga per il tuo lavoro genera un bel cortocircuito logico 🙂 Non ho visto, sempre riguardo la mia esperienza, analoghe situazioni nel connubio lavoro su temi “etici” + uomini che ci lavorano. Non dico che non succeda, ma fa riflettere che rompendo questo connubio le cose cambino: nei confronti di te donna che fai progetti su tematiche di genere sia dà per scontato che tu li faccia gratis, mentre l’uomo che viene a promuovere il suo libro (quindi che si fa pure pubblicità) su tema etico/ambientale può tranquillamente richiedere corposo cachet che gli viene accordato senza battere ciglio. Così come nella stessa scuola a te donna che proponi progetti in tema archeologia ti si paga e nessuna sindacalista te li boicotterà dicendo che è un tema troppo etico per essere monetarizzato.

      Un saluto!

      • No ma hai perfettamente ragione, per quello che ti dicevo che gli esempi che fai mi fanno venire i brividi!
        È un mondo difficile già di suo, per noi donne che cerchiamo anche di fare il nostro meglio e bene…pure di più 🙂
        Per me l’opposizione ragionata come quella che fai tu è la strada. Basta vergognarsi, mandiamo quelle mail in cui diciamo NO e a voce ben alta!

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