I vaccini e la nostra idea di mondo

Sono il genere di persona che si è sempre interessata alla cultura “altra”, lontana dal mainstream. Sarà perché perché non sono dogmatica, sarà per la tendenza alla diffidenza, ma difficilmente ho trovato qualcosa che mi convincesse al primo impatto. Il mio atteggiamento è analitico e nelle situazioni a cui mi avvicino tendo generalmente a fare l’avvocata del diavolo per mettere alla prova teorie e ragionamenti.
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La mia attrazione nei confronti di modi alternativi di vivere, mangiare, lavorare, relazionarsi è iniziata in giovanissima età. Ho sperimentato varie dimensioni di vita comunitaria o in condivisione, la sobrietà negli acquisti, sono consapevole di votare ogni volta che faccio la spesa. Ho provato a produrre quanto più possibile il cibo che ho mangiato, ho cercato canali altri in cui acquistarlo al di fuori della grande distribuzione. Ho ragionato sulla mia alimentazione, ho sperimentato a lungo la dieta vegana, vegetariana, non mi sono fatta mancare pure qualche breve periodo crudista e sono stata attenta agli effetti di queste scelte sul mio corpo e sul mio benessere in generale. Ho viaggiato in modi nuovi, facendomi trasportare da e trasportando a mia volta sconosciuti e dormendo a casa di gente mai vista prima. Ho conosciuto realtà di comunità ed ecovillaggi molto diverse tra loro, da quelli spirituali a quelli in cui la praticità e la concretezza del fare venivano prima di tutto (a discapito a volte della bellezza). Anni fa, quando diverse amiche hanno avuto figli e mi parlavano delle loro perplessità nei confronti dei vaccini mi sono sentita fortunata a non dovermi preoccupare di queste cose, che mi parevano enormi e complessissime.
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Nel tempo erano sempre di più le persone intorno a me con figli (o in attesa) che manifestavano molti dubbi sulla reale necessità dei vaccini e prendeva piede l’idea che i rischi di queste somministrazioni potessero essere più alti dei benefici. Parlai, da profana, con madri che si erano documentate, avevano letto manuali vari e avuto informazioni da associazioni. E che avevano provato a cercare risposte nei luoghi deputati ai vaccini sui propri dubbi, senza trovarne nessuna o addirittura incontrando personale sanitario che “metteva le mani avanti” rispetto ad alcuni vaccini. Io, di mio, ero felice di non dover fare questo tipo di scelta non avendo figli (ma intanto nei miei viaggi extra europei ho sempre continuato a fare tutte le vaccinazioni del caso, senza nessun dubbio). Insomma questo punto di vista sulla dannosità dei vaccini e sulla loro presunta inutilità – visto che le molte malattie erano scomparse nel corso degli anni – apparteneva a sempre più persone intorno a me e così quando il tema da semplice chiacchierata tra amiche a cena è diventato argomento dominante nel dibattito pubblico, pur non dovendo decidere su nessun figlio, ho deciso di provare ad informarmi. Ho parlato con una cugina medico di base su dubbi, paure e perplessità e ho letto un libro* che mi ha chiarito davvero tante, ma tante cose. Ora non avrei dubbi se fossi un genitore. Qualcuno dirà: “sì, il libro che hai letto tu dice così, ma quello che ho letto io dice colà”. Ed è proprio questo il dramma dei nostri tempi: che tutti possano pubblicare libri, dicendo tutto e il contrario di tutto: e chi controlla che ciò che viene spacciato per verità rivelata sia effettivamente tale? Una cosa in particolare nella mia ricerca mi ha colpita. La mia amica mi disse che nelle sue letture aveva trovato un grafico che mostrava che alcuni vaccini erano stati introdotti quando determinate malattie stavano già scomparendo “da sole”. Questa immagine del grafico mi rimase in testa e mi colpì molto quando la trovai trattata nel libro di cui sopra. In poche parole l’autore diceva che quel grafico era sì vero, ma era stata una menzogna far vedere solo l’andamento della malattia nelle poche decine di anni precedenti, perché quel morbo (il morbillo mi pare) si caratterizzava con picchi di epidemie e poi bassissimi livelli di contagio, a cui però seguivano altri picchi di epidemie. L’introduzione del vaccino (che non avveniva – a differenza di quanto riportato – nel momento in cui la malattia stava scomparendo da sola, ma semplicemente nella fase di calo dopo il picco) ha fatto sì che dall’ultimo picco il calo dei contagi fosse costante fino ad arrivare quasi allo zero. Usare in un libro informativo solo il pezzettino di grafico che è utile ad avallare i propri ragionamenti mi sembra davvero ignobile. E quel che mi preoccupa di più è vedere tanta gente intorno a me che (come me) non sa nulla di immunologia condividere post fiume del dottore X o della dottoressa Y che mescolano dati, leggi, reazioni chimiche, nomi di metalli, malattie in un modo che rende impossibile per chi legge poter dire con cognizione di causa “Sì, ha ragione” o “No, è una cretinata”.
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Se sono sempre stata attratta dagli stili “alternativi” è perché so per certo di non vivere nel migliore dei mondi possibili. Nello specifico, riguardo al tema di questo post, malasanità, corruzione, farmaci ritirati dal mercato perché nocivi e, diciamocelo pure, il poco tempo “comunicativo” che (spesso) si dedica al paziente sono elementi che hanno irrobustito la diffidenza delle persone (o meglio: di alcune persone) nei confronti del nostro sistema sanitario. Mi pare però che ci sia un’altra questione di fondo da mettere sul piatto, ovvero il fatto che chi abbraccia uno stile di vita alternativo lo fa per sentirsi libero, non incasellato, e nell’abbracciarlo è consapevole di stare uscendo da quella casella. Ma se nell’uscire da una casella dovesse entrare in un’altra, di questo avrà consapevolezza? Certo non voglio fare di tutta l’erba un fascio, ma dalla mia esperienza e dalle mie osservazioni di questi anni è così. Cibo bio, alimentazione vegetariana o vegana, scuole alternative, no vaccini, cure omeopatiche o di medicina cinese o altro, tendenza a vedere tutto nell’ottica del complotto, tendenza a non riconoscere nulla di positivo nella nostra società o nel nostro essere Stato. A volte mi sembra che nel costruire su questi blocchi la propria identità poi non si dia più possibilità al pensiero di cambiare, come se tornare sui propri passi su un aspetto della vita (come può essere quello sanitario e nello specifico vaccinale) potesse poi far cadere a pezzi tutto il resto.
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Nel corso delle mie personalissime ricerche e sperimentazioni, una fedelissima compagna di viaggio mi è sempre accanto: la capacità di mettere in discussione posizioni precedentemente assunte a fronte di nuove informazioni che, una volta soppesate, ritengo credibili e degne di far mutare le conclusioni a cui ero arrivata. È questa compagna di viaggio che mi fa sgranare gli occhi e un po’ preoccupare davanti alle parole di amiche vicine e lontane che dicono di aver già dedicato ormai troppo tempo alla questione vaccini, che la loro decisione è stata presa anni fa e tale rimane, senza appello.
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E questo approccio ritengo che dipenda dal fatto che molto poche delle persone che conosco sono disposte a mettere in discussione la loro visione della vita, o meglio: ciò in cui vorrebbero credere. Ma come diceva Elena Cattaneo in questa interessantissima intervista** che consiglio di guardare, “Il nostro è un cervello emotivo che fa fatica a convivere con la scienza. La scienza ci strappa via le emozioni ci porta a dover accettare la nuda realtà che tutti vorremmo fosse diversa”.
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Ci sono persone vicine a me, a cui tengo molto, che continuano a condividere articoli del tipo “Ecco la verità che nessuno ti dice, qui gli studi che dimostrano che i vaccini provocano l’autismo!” e io provo un’immensa fatica nel pensare alle parole giuste per rispondere. Le uniche che mi tornano continuamente alla mente sono quelle del grande Pepe Mujica (e se non è alternativo lui…) quando all’incontro a Ferrara disse: “Noi crediamo di pensare e poi parlare, ma di fatto prima parliamo e poi andiamo a cercare tesi a sostegno di quel che vogliamo credere, prima parliamo e poi pensiamo”. Ciò è molto vero, lo noto anche in me stessa. Lo noto nella mia reazione all’intervista alla Cattaneo quando parla delle conclusioni a cui è arrivata sugli OGM, mi accorgo che d’istinto mi verrebbe da dire “No, sicuramente c’è qualcosa di sbagliato nelle sue ricerche!”. Io che dico così a una grande scienziata? E sulla base di cosa? Lei ha letto 10.000 pagine di ricerche… e io? Cos’è più probabile, che lei dopo decenni di studi e ricerche non sappia fare il suo lavoro o che io con la mia visione della vita abbia una resistenza a qualcosa che non voglio accettare nella mia idea di mondo? E nel mondo dell’informazione di adesso è ancora più evidente: molti usano solo facebook come spazio di informazione senza sapere che questo social propone sempre notizie simili ai propri interessi. Così la cara persona a cui tengo continuerà a leggere post antivaccinisti e complottisti e crederà di conoscere la verità, quando la verità già di per sé è davvero difficile da trovare, ma diventa impossibile se non si hanno strumenti giusti per affrontare la complessità. E quegli strumenti per me sono cultura, cultura e ancora cultura. Quella vera però. Perché su certi temi non tutte le opinioni valgono alla stessa maniera. Perché il metodo scientifico non è un’opinione, il tetano nemmeno. Il metodo scientifico ci insegna a dubitare. Bene, dubitiamo dunque, ma perché dubitare a senso unico? Perché dell’intera comunità scientifica si può dubitare e del Dottor Tal Dei Tali invece ci si fida?
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Ultimo inciso: quello che non capisco da parte di chi vede complotti dappertutto è questo. Ormai lo dicono anche i muri che le compagnie farmaceutiche non si arricchiscono producendo vaccini, tant’è che molte si sono sfilate da questo tipo di produzione. L’ambito in cui invece si arricchiscono è proprio quello dei medicinali per curare le malattie. Allora mi dico che se io fossi un’amante della teoria del complotto, delle due mi chiederei: a chi giova l’abbassarsi della copertura vaccinale, l’assenza dell’immunità di gregge, il ritorno di malattie dolorose, debilitanti e potenzialmente mortali?
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E se malattie che non si vedevano più da decenni tornassero a manifestarsi con forza, chi sarebbero i più esposti?
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A voi le risposte.
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*libro: “Il vaccino non è un’opinione” – Burioni
**intervista Cattaneo:  http://www.huffingtonpost.it/2017/04/21/nella-scienza-le-opinioni-valgono-zero-sia-benedetta-la-ricerc_a_22049141/

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One thought on “I vaccini e la nostra idea di mondo

  1. Carissima, sono molto colpita da questo tuo post, e immagina di vedere le mie braccia irrompere dal monitor del tuo pc per venire ad abbracciarti. L’argomento che affronti mi sta estremamente a cuore e mi trovo a parlarne praticamente tutti i giorni. La medicina è il mio lavoro: mi sto specializzando per fare il medico di medicina generale (di base, di famiglia…quello), quindi puoi immaginare quanto sia importante saper scegliere le parole giuste per aprire gli occhi a genitori (ma non solo) dubbiosi quando si tratta di vaccinare i propri bambini. Perché qui non si parla di convincere, ma di dare i giusti strumenti per capire l’importanza di un atto del genere.
    Non so davvero come sia possibile che teorie complottiste, la famigerata big pharma, “siamo tutti delle cavie”, si siano insinuate nella testa delle persone con tanta facilità, ma ancor più mi spavento quando mi vedo linkare da qualcuno che mi dice “mi sono informata” papiri pieni di paroloni in medichese, trattati di fanta-immunologia privi di qualsiasi senso a difesa dell’antivaccinismo. E non sai quante volte mi sono trovata a spiegare a persone che stimo che se girano il mondo senza prendere la polio è perché da piccoli (quando era obbligatorio) li hanno vaccinati, che non hanno mai visto nessuno morire di pertosse o morbillo perché ancora le coperture vaccinali sono decenti (ma non ottimali), che non è dimostrabile che il ragazzo disabile che conoscono lo sia diventato per un effetto avverso da vaccino mentre molti lo sono per complicanze di malattie che a loro dire “ce le siamo fatti tutti ed eccoci qui”…Concetti così semplici, eppure anche a questo punto, c’è qualcuno che se ne esce con “dodici vaccini sono troppi, i bambini sono troppo piccoli, servono esami prevaccinali”.
    Non immagini la mia frustrazione e la mia stanchezza in questi casi, quando so di avere gli strumenti per spiegare, per fare chiarezza, e non basta lo stesso a vincere una rigidità mentale che rende addirittura obnubilati, incapaci di vedere l’evidenza (e, sono sincera, mi spaventa).
    Spesso i più agguerriti sono persone colte, con alti livelli di educazione, e, come scrivi, mi dispiace profondamente che il grosso dell’astio contro i vaccini (e la medicina in generale) venga da persone di cui condivido e stimo lo stile di vita: perché se sono vegetariana o quasi, faccio yoga, amo la natura e gli animali, acquisto equosolidale e dai produttori locali, devo per forza essere ANCHE convinta che i medici e i farmaci (e con loro i vaccini) siano il demonio?
    Io stessa non dovrei fare il medico, allora.
    Avere una mente non strutturata in caselle è fondamentale, e non voglio parlare di mente “aperta” perché detta così sembra che ci si possa autoconvincere a buon diritto di qualsiasi cosa, anche della peggiore sciocchezza: ad esempio, sono la prima a consigliare i biancospino per l’insonnia prima delle benzodiazepine e il mirtillo rosso per le infezioni urinarie ricorrenti, ma nonostante la mia predilezione per erbe e natura non potrei mai fare l’omeopata, perché alla base non c’è il metodo scientifico. è una questione di professionalità, di scienza, non di fede.
    Proprio per questo, un fatto che mi fa profondamente vergognare è che ci siano miei colleghi medici che si professano loro per primi contrari ai vaccini, e questo resterà sempre incomprensibile per me. Purtroppo è un problema, un fatto che destabilizza e di cui non capisco la ragione.
    Il dott. Buorioni è un personaggio che stimo molto la battaglia che sta portando avanti sui social, proprio là dove è nata e si alimenta quotidianamente questa sorta di “guerra” fra il sì e il no, che trovo alienante proprio perché come dice lui con la sua famosa frase “il vaccino non è un’opinione”.
    Sicuramente c’è molta sfiducia nella medicina, e questo mi porta a voler fare meglio e di più, a dirmi ogni giorno che quando avrò “i miei” pazienti dovrò essere aggiornata e preparata il più possibile per aiutarli a capire, perché ha ragione Burioni quando dice che “la scienza non è democratica”, ma il luogo in cui può diventare facile ed accessibile a tutti è un ambulatorio medico, non Facebook.

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