Annibali, Travaglio e l’importanza della delicatezza

imageLucia Annibali, avvocata sfregiata con l’acido da due uomini assoldati dal suo ex, ha puntato il dito contro le parole di Marco Travaglio che aveva precedentemente twittato

“la legislatura che sta per essere sciolta (si spera nell’acido) è stata una delle peggiori della storia repubblicana”.

La risposta di Annibali è stata

“Chi, come me, ha conosciuto gli effetti dell’acido, per sua sfortuna, si augura invece che questo non debba mai accadere a nessuno, nemmeno per scherzo”

Travaglio non solo non si è scusato ma ha rincarato la dose dicendo:

“Mi spiace che Lucia Annibali si sia offesa per il mio augurio semiserio che questa orribile legislatura venga sciolta nell’acido. Non sapevo che anche la parola ‘acido’ fosse stata proibita dall’Inquisizione del Politicamente Corretto. In attesa che l’Alto Tribunale comunichi quali vocaboli si possono ancora usare e quali è meglio di no (‘acidità di stomaco’, per dire, sarà offensiva?), il mio unico commento è che non ci sono più parole. Ma nel vero senso della parola”

Spiace che non si colga (o non si voglia cogliere) il cuore della questione, che non ha a che fare con “parole vietate” , ma con la delicatezza e il contesto.  E tanto più la delicatezza pare stia passando di moda, tanto maggiore è la necessità di riappropriarsene.
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Travaglio sa di avere uno stila caustico (mai come in questo caso la parola calza a pennello), ma alla scelta di uno stile deriva poi l’assunzione di  responsabilità.
Raramente le espressioni sono neutre e certamente l’espressione “sciogliere nell’ acido” nell’immaginario collettivo di base non richiama nulla di neutro: dubito che chi legge pensi alle lezioni di chimica delle superiori, credo che più probabilmente il richiamo sia a fatti di cronaca che hanno riguardato mafia, bambini, violenza di genere e donne. Sarebbe auspicabile che le parole non si scegliessero a vanvera, capisco che le sensibilità sono tante e che sia facile incorrere in degli scivoloni. Ma se qualcuno ti fa notare il fastidio e la violenza verbale insita in una tua espressione, perché continuare difendendo a spada tratta la propria posizione e chiamando in causa la censura? Se le parole scelte feriscono e una persona nota a tutti proprio per una di quelle parole si dice risentita, perché fare l’offeso? Si potrebbe chiedere scusa e dire che non si pensava di offendere nessuno: così facendo non solo si sarebbe fatta una migliore figura, ma si sarebbe dato un esempio utile di questi tempi.
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Ragionare e ripensare al linguaggio è molto faticoso, ma è un atto essenziale, ci porta a renderci conto della portata delle parole, di tutte, in particolare di quelle che diamo per scontate, dato che anche (e direi soprattutto) le parole scontate veicolano sempre e comunque concetti e immaginari. E non capisco perché secondo alcuni (Travaglio compreso) una maggior attenzione alle parole scelte debba automaticamente fare rima con “mancanza di libertà di espressione” e una minor attenzione alle parole sia invece da applaudire come qualcosa di positivo.
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Peccato che si sia persa un’ottima occasione di far sapere al pubblico che sì, si può ancora chiedere scusa, non solo: lo si può fare anche quando l’intento originario delle nostre parole non era quello di ferire, quando la ferita è stata “solo” un effetto collaterale. Si può tornare sui propri passi, si può dire “ho sbagliato”, “mi dispiace”, “non volevo”. 
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Credo fermamente che avere più delicatezza e sensibilità ci possa rendere persone migliori.
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La questione è chiederci se vogliamo essere quel tipo di persone.
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