GPA, Chakra e arrocchi: parliamone

ArroccoNella puntata del 7 ottobre di Chakra (programma di Rai 3, condotto da Michela Murgia,  in onda il sabato alle 18.10)​  si è parlato di gravidanza per altri (GPA) e una bufera si è scatenata nei confronti della trasmissione, dopo che diverse associazioni femministe hanno espresso la loro indignazione su come il tema è stato trattato.

Un anno e mezzo fa ho scritto un post a riguardo, prendendo spunto dalla richiesta da parte di un’amica di una mia opinione in merito a un articolo contro la GPA. La firmataria di quell’articolo è una delle firmatarie del nutrito gruppo che ha condiviso la lettera di accusa.

Quello che penso sulla gestazione per altri è ancora tutto scritto in quel post.

Parliamone.


Madri surrogate e altre questioni

Oggi un’amica mi ha chiesto un parere su quest’articolo di Marina Terragni, uno dei tanti scritti in questi giorni a seguito dell’intervista a Dolce e Gabbana, in cui i due stilisti (dichiaratamente omosessuali) difendono la famiglia “tradizionale”, definendo bambini sintetici i figli nati da “uteri in affitto” e dichiarando che sì, vorrebbero dei figli, ma che non li avranno perché sono gay, e così sia.

Terragni nel suo articolo difende la libertà di espressione di Dolce e Gabbana e mette in campo questioni come lo sfruttamento degli uteri in affitto, la necessaria presenza di una donna (“La questione non è affatto l’essere gay o etero. La questione è l’essere uomini. Ci vuole sempre una donna, per mettere al mondo un figlio”e la conseguente sparizione della madre nell’utilizzo della maternità surrogata (“Uno può mettere al mondo un figlio con una donna, in una relazione affettuosa, anche se è gay: il punto non è questo. Il punto è pretendere di far sparire la madre”).

D&G possono dire quello che vogliono, su questo non ci sono dubbi. L’errore è considerare queste parole come una sorta di verità rivelata, come se in virtù della loro posizione sociale elevata, anche le loro opinioni si dovessero elevare al di sopra di quelle degli altri. Nella loro intervista si legge Un figlio? Sì, lo farei subito. Ma sono gay, e non posso avere un figlio. Credo che non si possa avere tutto dalla vita, se non c’è vuol dire che non ci deve essere. È anche bello privarsi di qualcosa” . Questa affermazione, per me, è uguale a quella che potrebbe fare una coppia etero che dice “vorrei un figlio, ma non arriva”. C’è chi riesce a vivere serenamente l’assenza di figli dettati dalla propria condizione, chi invece no e dunque si fa aiutare dalle tecniche biomediche. A me, ad esempio,  risulta molto difficile capire come la gente coscientemente faccia figli, ma indipendentemente dalle mie convinzioni personali accetto che esistano persone che vivano la procreazione come uno degli obiettivi irrinunciabili della vita.
Non condivido poi l’obiezione che fa Terragni sul fatto che il problema non sia essere gay, ma essere uomini. Come a dire che una donna (o una coppia di donne) che vuole un figlio sia naturalmente avvantaggiata perché è sufficiente che faccia sesso con un donatore X. Ho due amiche lesbiche che grazie all’inseminazione artificiale hanno avuto tre splendidi figli, ma questo non può portare a sindacare automaticamente che sarebbero arrivate a fare sesso con qualcuno per raggiungere il loro obiettivo. Magari per loro avrebbe significato sottoporsi ad una violenza, chi può saperlo? Capisco che si possa pensare che donare un ovulo o un utero sia più invasivo di altre procedure di fecondazione medicalmente assistita, ma chi siamo per sovradeterminare le scelte degli altri e decidere una graduatoria definitiva delle pratiche “meno invasive”? Un atto sessuale con un uomo inteso come “donatore” potrebbe essere considerato da moltissime donne (lesbiche e non) altamente invasivo.
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Dare poi per scontato che tutte le donne vivano la gravidanza e la nascita di un figlio con il medesimo legame e carico emotivo è una generalizzazione che non aiuta la comprensione. Nella Francia  del ‘600 le donne affidavano i figli a una balia subito dopo aver partorito e li rivedevano – se andava bene – quando avevano due o tre anni. Secondo Terragni, il vero problema intrinseco  sarebbe far sparire la madre, come se una donna che partorisce debba essere sempre e comunque legata indissolubilmente a quel figlio, come se non ci fosse differenza tra madre genetica e madre (o padri) che allevano quel bambino. Il concetto di “istinto materno innato” fa parte di una retorica falsa e stantia, utile solo a sovraccaricare di ansia e aspettative le future madri e che impedisce di ragionare lucidamente su un tema ancora troppo poco esplorato come il maternity blues. Come dice Badinter,  questo presunto istinto andrebbe chiamato invece con il giusto nome, ovvero “amore in più“. Perché la relazione madre figlio è unica per ogni donna e ognuna la sviluppa (o non sviluppa) a modo suo.
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Questione costi e sfruttamento. Certamente ci sono esseri umani che – come su ogni cosa che muove denaro – tendono a sfruttare le situazioni che possono arricchirli: persone abiette che sfruttano altre persone in condizione di povertà per loro beneficio, ma questo vale su tutto, dalla donazione di sangue a quella di organi, dalla produzione di vestiti al cibo… perché chiamarla in causa solo quando si toccano temi “bioetici”? L’esperienza di Claudio Rossi Marcelli, molto ben descritta nel suo libro “Hello Daddy”, offre un punto di vista diverso rispetto a chi punta il dito contro alla maternità surrogata perché fonte di sfruttamento. Ci racconta che esistono stati in cui la maternità surrogata è regolamentata in modo da evitare che le donne portino in grembo il figlio di qualcun altro solo perché spinte dalla povertà, ad esempio inserendo nell’elenco delle donatrici donne che hanno già dei figli (e siano quindi consapevoli di cosa significhi sia fisicamente che emotivamente una gravidanza) e che non si trovino in situazioni di indigenza. Non è la soluzione perfetta, forse. Ma il punto è che se il problema di una determinata pratica è il timore che possa portare a sfruttare economicamente degli esseri umani, la questione non si risolve vietando la pratica, ma regolamentandola in modo da evitare la possibilità di sfruttamento.
Il fatto che personalmente non ci si offrirebbe mai come madre surrogata non significa che non possano esserci persone che acconsentirebbero liberamente a farlo. Sarebbe bello che se ne potesse discutere tenendo in considerazione anche l’esistenza di chi, che ci piaccia o no, la pensa diversamente da noi.

 

 

 

 

 

 

 

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Sfortune inaccettabili

Frecciabianca, direzione sud.

Ho un biglietto di prima classe, salgo, mi siedo e resto piacevolmente colpita dalla temperatura: si sta bene, l’aria condizionata c’è ed è piacevole, non di quelle che ti fanno rimpiangere il cappotto anche se è agosto. Il treno parte e dopo un po’ diverse persone iniziano ad arrivare nella carrozza in cui sono, accompagnate dalla capotreno. Scopriamo che nella carrozza adiacente alla nostra l’aria condizionata non va e la capotreno sta verificando i posti liberi per far sedere i passeggeri che causa cattiva sorte hanno comprato il biglietto nella carrozza sbagliata. Tutti gli altri passeggeri sono bendisposti ad aiutarli, poveretti, mica è colpa loro!

Piano piano le persone aumentano, voci di corridoio dicono che altre due carrozze sono senza aria condizionata, qualcuno dice tre. Continuano ad arrivare persone. Persone che avevano comprato in biglietto di seconda classe e che vengono in prima (che abbiamo poi scoperto essere stata declassata a seconda) alla ricerca di un po’ di refrigerio, ci raccontano che negli altri vagoni la gente gira a torso nudo, qualcuno si chiede come stiano sopportando questo viaggio le persone anziane. Si spegne l’aria condizionata anche da noi e inizia ad andare ad intermittenza. Fa caldo, davvero caldo e nonostante questo continuano ad arrivare i passeggeri. La ragione è semplice: qui si sta male, ma nelle altre carrozze si sta peggio. E questa semplice ragione la capiscono tutti, a nessuno è venuto in mente di dire ai trasbordati “Cavoli vostri se vi è capitata in sorte la carrozza sbagliata, non venite qui che a forza di persone si crea l’effetto stalla e non ci fate godere nemmeno quel filo d’aria condizionata che abbiamo”.

Allora se il ragionamento è chiaro e condivisibile, sarebbe interessante capire perché quando in questa storia si sostituiscono le carrozze del treno con altri stati del mondo, la mancanza di aria condizionata con la mancanza di democrazia/libertà/futuro/diritti umani e un biglietto del treno che ti ha assegnato un posto sfortunato con un passaporto che non ti permette di viaggiare legalmente in molte parti del mondo la risposta invece spesso diventa “Cavoli vostri se vi è capitata in sorte la carrozza sbagliata”.