Quella cosa intorno al collo

Quella cosa“Era giunta alla convinzione che essere genitori in America fosse un destreggiarsi fra ansie prodotte dall’eccesso di cibo: la pancia piena dava agli americani il tempo di preoccuparsi che i figli fossero affetti da una malattia rara di cui avevano appena letto, li faceva pensare che avessero il diritto di proteggere i figli da delusioni, mancanze e fallimenti. La pancia piena concedeva loro il lusso di autocompiacersi di essere buoni genitori, come se prendersi cura di un figlio fosse l’eccezione e non la regola”.

Non c’è tempo per la perfezione

typewriter-801921_1280Il grande romanziere americano Robert Stone disse una volta, con una battuta, di possedere le due qualità peggiori per chi voglia fare lo scrittore: sono pigro, affermò, e perfezionista. Se volete una vita creativa soddisfacente, date retta a me, evitate di farne uso. Al contrario, dovrete imparare a diventare una disciplinatissima schiappa.

La prima cosa da fare è dimenticare la perfezione. Non c’è tempo per la perfezione. E, in ogni caso, la perfezione è irraggiungibile. É una leggenda, una trappola, una ruota per i criceti che vi porta dritti alla morte. Lo spiega molto bene Rebecca Solnit: “Siamo in tanti a credere nella perfezione, e questo rovina tutto, perché la perfezione non solo è nemica del bene, ma anche della realtà, del possibile, del divertimento”.

Il perfezionismo ci impedisce di portare a termine un lavoro, ma peggio ancora spesso ci impedisce di iniziarloI perfezionisti decidono in anticipo che il risultato finale non potrà mai essere soddisfacente, quindi non ci si mettono nemmeno.

E l’inganno peggiore del perfezionismo è che si maschera da virtù. Ai colloqui di lavoro, ad esempio, la gente spende il perfezionismo come se fosse un punto di forza, mostrandosi fiera di qualcosa che invece impedisce di godere appieno di una vita creativa. Le persone si appuntano al petto il perfezionismo come se fosse una medaglia all’onore, simbolo di gusti raffinati e standard altissimi.

Io la vedo in modo diverso. Credo che il perfezionismo sia una versione esasperata e griffata della paura, niente di più. Credo sia semplicemente paura, agghindata con un paio di scarpe alla moda e una pelliccia di visone, che finge eleganza per allontanare il terrore. Perché sotto la patina lucente del perfezionismo si nasconde una profonda angoscia esistenziale, che sottintende questo pensiero: “Non sono abbastanza bravo e non lo sarò mai”.

É un’esca pericolosa in particolar modo per le donne, che a mio parere sono più esigenti con se stesse rispetto agli uomini. Ci sono molte ragioni per cui ai giorni nostri le voci e le visioni delle donne non sono sufficientemente rappresentate in campo creativo. Parte della loro esclusione si può imputare alla solita vecchia misoginia, ma anche al fatto che molto spesso sono proprio le donne ad astenersi dal parteciparne. Non mettono in gioco le loro idee, il loro contributo, la loro capacità di leadership e il loro talento. Sono ancora troppo convinte di non meritare il permesso di farsi avanti fino a quando non reputano che il loro lavoro sia perfetto e al di sopra di ogni possibile critica.

D’altro canto, il fatto di proporre qualcosa di decisamente non perfetto raramente impedisce agli uomini di partecipare al dialogo culturale. Dico per dire. E non è una critica agli uomini, in ogni caso. Mi piace questa loro caratteristica, questa loro assurda sproporzionata fiducia in se stessi che li porta a dire: “Sono qualificato al quarantuno per cento per questo compito, quindi datemi il lavoro!”. Certo, a volte i risultati sono disastrosi e ridicoli, ma per quanto possa sembrare strano, altre volte funziona – e così, un uomo che apparentemente non è pronto per un dato compito, che non ne è all’altezza, chissà come accresce in un batter d’occhi il proprio potenziale, con uno di quei balzi sconsiderati che si fanno quando credi davvero in qualcosa.

Mi piacerebbe ci fossero più donne disposte a fare questi balzi sconsiderati.

E invece ho sempre visto sin troppe donne fare esattamente il contrario: Ho visto sin troppe ragazze brillanti e dotate dire: “Sono qualificata al novantotto per cento per questo compito, ma finché non mi guadagno quello spicchio di competenza che mi manca me ne resto in disparte, per sicurezza”:

Non riesco proprio a immaginare perché mai le donne pensino di dover essere perfette per poter essere amate o avere successo. (Ah ah ah, sto scherzando! Me lo immagino benissimo: è colpa di tutti i messaggi che la società ci invia ogni giorno da sempre! Grazie, storia dell’umanità!) Ma noi donne dovremmo spezzare questa catena dentro di noi – e siamo davvero le uniche a poterlo fare. Dobbiamo capire che tendere al perfezionismo è una corrosiva perdita di tempo, perché niente è mai al riparo delle critiche. A prescindere da quanto vi dedichiate a tentare di rendere impeccabile qualcosa, ci sarà sempre qualcuno che ci troverà una pecca (c’è ancora qualcuno che considera le sinfonie di Beethoven un tantino troppo… come dire… rumorose). A un certo momento dovete mettere uno stop al vostro lavoro e lasciarlo andare così com’è – se non altro per avere la possibilità di mettervi a fare altro, con il il cuore risoluto e contento.

da “Big Magic”,
Elizabeth Gilbert

(corsivo suo, grassetto mio)

Da alcuni anni cerco di “spacciare” il più possibile questo interessantissimo articolo di Internazionale sulla fiducia che le donne hanno in loro stesse.  L’articolo riguarda un libro che ha fatto molto discutere negli Stati Uniti e il tema centrale è il tentativo di rispondere alla domanda su come mai pur studiando, lavorando e facendo carriera, le donne guadagnino meno degli uomini e non arrivino quasi mai ai vertici. Si parla di questioni fondamentali, tra cui l’approccio al fallimento, che per ragioni culturali viene appreso in maniera diversa da uomini e donne, insegnando indirettamente ai primi che il fallimento fa parte della vita, è solo uno degli step possibili, mentre per le donne il peso del fallire è quello di una scure che cade sulla propria autostima. Molto interessanti e valide anche le considerazioni differenti, a latere, di Jessica Valenti.

Da quando faccio girare questo articolo sono state molte le donne che si sono riconosciute in toto o in parte nelle considerazioni in esso contenute: a proposito della stima dello stipendio atteso, ad esempio, o dell’approccio nella ricerca del lavoro (sostanzialmente quanto dice Gilbert nel brano qui riportato). Mi è piaciuto integrarlo col discorso sul perfezionismo, lo trovo molto aderente alla realtà, mia ma non solo. E trovo che sia una prospettiva molto interessante quella di guardare al perfezionismo dal punto di vista della paura.

Se l’articolo di Internazionale + citazione Gilbert vi susciterà qualche riflessione, sarò felice di ospitarla.

Scoprendo Pia Pera

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Una donna scoperta troppo tardi. Tra le sue tante qualità, l’utilizzo di un’ironia sottile capace di lasciare che le contraddizioni emergano da sé, come olio che affiora sull’acqua.

Al mattino si alza prestissimo e lascia ordini sul tavolo di cucina.
Li scrive sul rovescio della brutta copia dei suoi scritti di giurista: ha sempre detestato lo spreco della carta e va considerato un pioniere del riciclaggio ecologico. Uno di questi rovesci era lo stralcio di un suo articolo «Sulla questione femminile»: «Sarebbe preferibile, sul piano dell’autenticità, che le donne, ormai del tutto giuridicamente emancipate, conquistassero per forza loro propria sempre più avanzate posizioni di rilievo nella società civile e in quella politica. L’ascesa per forze solo proprie è gratificante; quella parzialmente indotta per disposto di legge lo è assai meno». Questo invece l’ordine indirizzato, nella sua eccentrica calligrafia tutta spigoli, alla moglie (mia madre): «Per favore. 1) prendere i giornali stamani. 2) Comprami un pigiama – Che i calzoni siano aperti davanti per pisciare tranquillamente. 3) Il quadro Luiso potrebbe essere messo giù in sala sopra la porta falsa dove un tempo erano i liquori. Cerca di farlo mettere oggi». 

Pia Pera, da “San Michele e il drago“.

Il talento

Owen aveva imparato le note e le scale, non gli mancavano memoria, polmoni e buona coordinazione tra occhi e mani, ma non lo avevamo mai sentito partire per una tangente, sorprendere se stesso con qualcosa di nuovo, bearsi della propria musica. E appena finivano gli esercizi, lo strumento ritornava nel suo astuccio e lì restava fino alla prossima lezione o alla prossima esercitazione. Ciò che ne deducevo io era che tra il sax e mio figlio non si sarebbe mai stabilito un rapporto di gioco;  sarebbe stato per sempre un provare e riprovare. Non bene. Se non c’è gioia, non va bene. E’ meglio dedicarsi ad altro, dove le scorte di talento siano superiori e sia più alto il grado di divertimento.

Il talento toglie significato all’idea stessa di esercizio; quando si trova qualcosa per la quale si ha talento vero, la si fa (qualunque cosa sia) fino a farsi sanguinare le dita o cascare gli occhi dalla testa. Anche se non c’è nessuno ad ascoltare (o a leggere o a guardare), ogni sessione è un’esibizione di bravura, perché il creatore ne è felice. Forse persino estasiato. Questo si applica alla lettura e alla scrittura quanto alla pratica di uno strumento musicale, all’uso di una mazza da baseball, a un giro di pista d’atletica.

Stephen King,  “On Writing”