La giornata della memoria corta

miriamcoverC’è uno splendido libro di Majgull Axelsson che racconta la storia di Malika, adolescente rom che nel corso della deportazione da Auschwitz a Ravensbruck assume l’identità di una ragazza ebrea di nome Miriam. A liberazione avvenuta le è chiaro che la finzione che le ha permesso di sopravvivere all’inferno dei campi di concentramento  dovrà continuare per tutta la vita: anche nella civilissima Svezia in cui si trasferirà e in cui riceverà un’ottima educazione, si sposerà e diventerà madre e nonna, essere una sopravvissuta ebrea sarà di gran lunga meglio che essere una sopravvissuta rom. Malika vive così la vita riservata a Miriam, fino al suo ottantacinquesimo compleanno, giorno in cui circondata dalla famiglia all’improvviso dice “Io non mi chiamo Miriam”, frase che dà il titolo al libro.

La storia di Malika – Miriam ci parla di tentativi di rimozione, delle identità da cui si fugge e verso cui si torna, di vite umane considerate talmente misere da non valer la pena di essere ricordate. Racconta di sopravvissuti di serie A e serie B, di come a guerra finita l’orrore non fosse stato sufficiente ad insegnare il rispetto per la diversità e il diverso fosse accolto e risarcito solo a patto che non fosse poi così diverso.

“[…] Sì, le era stato offerto un risarcimento dopo la guerra, e sì, Olof si era indignato e aveva preteso che lei rinunciasse. E Miriam si era adeguata. Dunque può nascondersi dietro di lui, ma la verità è che non l’aveva fatto per mostrarsi una moglie ubbidiente. E nemmeno per paura che le sue menzogne venissero smascherate. L’aveva fatto per una sorta di lealtà alla rovescia nei confronti del suo popolo. Ai rom non era stato offerto nessun risarcimento. Non erano stati sterminati per ragioni razziali, avevano spiegato le autorità tedesche dopo la guerra, ma perché erano criminali. Fino all’ultimo. Anche le quattordicenni come Anuscha e i bambini come Didi. E gli onesti argentieri come il padre di Malika. Ed era stato per loro che Malika aveva strappato la lettera arrivata dalla Germania”.

E così oggi la nostra Giornata della Memoria ci ricorda quanto questa memoria sia corta, non si può pensare altro guardando le strazianti foto dei migranti in fila sotto la neve a Belgrado per un pasto caldo. E ci ricorda anche quanto questa memoria sia parziale e selettiva, ritenendo degne solo alcune differenze e arrogandosi il diritto di disprezzarne altre.
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Fa male constatare che oggi come allora siamo incapaci di vedere a cosa possano portare i fascismi e le intolleranze quotidiane. Ricordiamocelo quando fra qualche decennio qualcuno chiederà – come ci chiedemmo noi qualche decennio fa – “Ma come è stato possibile non capire? Non sapere? Non immaginare dove si sarebbe andati a finire?”
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Pare che non sia nient’altro che questa la banalità del male: avere davanti agli occhi e non vedere. Avere davanti agli occhi e non solo girarsi dall’altra parte, ma puntare il dito contro. Nel silenzio assordante di chi dovrebbe dire qualcosa e invece tace.

Servi e capitani

L’altra sera, mentre cenavo fuori con mia madre e mia sorella, ecco arrivare al tavolo di fianco a noi un gruppo di genitori più bambini, che si dispone in questo modo: uomini tutti da una parte, donne tutte in mezzo e poi i bambini (“naturalmente” dalla parte opposta rispetto agli uomini, “naturalmente” vicini alle mamme). Chiassosi, tutti: grandi e piccoli. Bambini di cinque anni a cui appena seduti è stato dato in mano il tablet, con giochi a cui non si sono nemmeno presi la briga di togliere la suoneria. Ma come aspettarselo quando la stessa ala  (anagraficamente) adulta  non faceva altro che ascoltare canzoni e video rumorosissimi in vivavoce dai propri smartphone? Musiche e schiamazzi erano tali da non farmi sentire quello che dicevano le mie commensali.

Ieri nel corso di un progetto sulle scienziate che ho tenuto in una scuola media della provincia di Bologna, mentre i ragazzi e le ragazze lavoravano divisi in gruppi, la professoressa mi ha detto “Sono ragazzi brillanti, hanno un’ottima testa, peccato che non siano abituati ad usarla. Più del ragionamento usano l’intuizione, sono bravissimi e velocissimi nell’utilizzo dei programmi, sanno usarli sì, ma non sono in grado di riprodurli: dipendono interamente da qualcosa che altri hanno creato per loro. Saranno dei perfetti esecutori, dei servi perfetti”.

In Italia l’1% della popolazione detiene il 25% della ricchezza complessiva. Come disse Mujica quando lo sentii a Ferrara “Viviamo nell’epoca in cui le macchine e la tecnologia potrebbero rendere la vita più facile a tutti, ma quello che succede è che la ricchezza, come sempre, finisce nelle mani di chi possiede le chiavi di quella tecnologia: a vantaggio di pochi, a discapito di tutti gli altri”.

Ho visto “Captain Fantastic” la settimana scorsa, un film che mi ha emozionata dall’inizio alla fine. È la storia di una famiglia che alleva i suoi figli nel bosco, insegnando loro la meditazione e lo lo yoga, la storia, della letteratura, le lingue, l’anatomia, ma anche a coltivare e procacciare il cibo, insieme all’importanza della musica e delle arti espressive. Il tutto scandito da constante e a tratti duro allenamento fisico. È stato l’unico film che mi ha fatto venire voglia di fare figli (e chi passa ogni tanto di qui sa bene quanto sia difficile che succeda). I temi dell’educazione, delle scuole alternativa a quella statale, i ragionamenti sulla giustezza o meno della disciplina, sulla differenziazione tra autorità e autorevolezza per quel che riguarda l’insegnante, tra motivazione e obbligo per quel che riguarda lo studio mi hanno sempre coinvolta molto. Avendo familiari e amiche che lavorano nella scuola statale, avendo avuto a che fare per tanto tempo con ragazzini che avevano bisogno di un sostegno extrascolastico, vedendo da vicino l’esperienza di chi ha scelto percorsi di educazione alternativa e avendo parlato con diverse persone in vari ecovillaggi rispetto alle scelte più disparate (educazione paterna, familiare, libertaria, montessoriana, statale), ho potuto ritrovare nel film molte delle questioni su cui ho riflettuto in questi anni.

Ogni volta che vado nelle scuole a portare i miei progetti tocco con mano quanta voglia abbiano bambini e bambine, ragazzi e ragazzi di essere messi di fronte a domande che non si erano mai posti, che spesso permettono loro di trovare soluzioni (o iniziare a indagarle) su problemi che percepiscono ma a cui non sanno dare un nome, né una spiegazione. I momenti che amo di più sono quelli in cui colgo nei loro sguardi che piano piano stanno mettendo in fila le informazioni, la luce sta arrivando, la comprensione è vicina. Spesso nei questionari di gradimento scrivono “Grazie per avermi aperto la mente”.

Se mentre otto persone nel mondo detengono la stessa ricchezza del 50% della popolazione  noi stiamo qui a farci la guerra tra poveri, chiudere le frontiere e incolpare gli stranieri per il nostro impoverimento, questo dipende dalla totale assenza di cultura diffusa, dalla completa incapacità di  ragionare con la nostra testa. Viviamo in un mondo di sovra-informazione, in cui non sappiamo più distinguere una bufala da una notizia reale, crediamo che leggere i post su facebook significhi formarci e uscire dall’ignoranza, quando in realtà facebook permette all’ignoranza che abbiamo scelto di rimanere tale, selezionando cosa farci vedere a seconda di ciò che ci piace, il che significa che  se mettiamo un like ad un articolo che parla di una pietra che tenuta in camera cura il cancro, ci verrano fatti vedere altri articoli simili, generando in noi la convinzione che ciò che leggiamo sia vero e di essere nel giusto a pensarlo.

Solo la cultura può generare in noi il senso critico, la capacità di analisi necessaria a non essere solo esecutori, a saper mettere le mani nelle informazioni che riceviamo. E la cultura costa fatica. La lettura dei classici costa fatica, rifare un’equazione che non siamo riusciti a sviluppare al primo colpo costa fatica, il solfeggio costa fatica. Indagare e mettere alla prova i propri pensieri, scrivere e cancellare se il discorso non fila, correggere gli errori quando ci sono, tutto costa fatica.

Questo mi è piaciuto del film: la grande importanza che viene attribuita alla conoscenza, allo studio, alla formazione. Il messaggio è chiaro: per creare un’alternativa bisogna conoscere l’esistente. Solo così si potrà essere liberi: liberi da chi ci darà una lettura della società preconfezionata utile solo al proprio tornaconto, liberi da chi chiederà il nostro voto promettendoci l’impossibile. Liberi anche da chi si proporrà a noi come il cambiamento che cerchiamo, quando invece non potrà cambiare nulla, se non in peggio.

E in un mondo in cui ci dicono che con la cultura non si mangia, che per trovare lavoro bisogna fare i programmatori o studiare economia, che una laurea in filosofia non serve a nulla, un film così andrebbe assunto prima e dopo i pasti.

“I nostri figli potrebbero diventare re filosofi e questo mi rende felice”.

 “Captain Fantastic”

“Senza prima, prima vederlo” (ovvero riflessioni su Cinquanta sfumature di grigio)

Burattinaio - Tina Modotti

Burattinaio – Tina Modotti

Il tempo per il libro mi sembrava davvero troppo. Mentre quello che avrei impiegato per il film è parso un compromesso accettabile tra la volontà (come dice Rino) di non criticare un film senza prima vederlo e il desiderio di non impegnare il mio tempo inutilmente. E così ho visto “Cinquanta sfumature di grigio”.

Il clamore suscitato dalla storia ruota attorno al fatto che la ventenne protagonista (vergine) si invaghisce di un uomo che le fa scoprire un mondo in cui il piacere sessuale è collegato a pratiche di sottomissione e gesti atti a procurare dolore. La spiegazione spiccia che la storia ci offre riguardo ai particolari gusti sessuali di Mr. Grey (“ho avuto un’infanzia difficile”) racconta una visione desolatamente riduttiva della questione, ricalcando lo stereotipo secondo cui chi ha fantasie erotiche al di là del sesso convenzionale debba necessariamente essere reduce da una famiglia violenta o avere qualche turba psicologica. Personalmente penso che ognuno in camera da letto (o in cucina, o sui prati, o ovunque) sia libero di gioire, godere e sperimentare quanto e come vuole, decidendo liberamente i limiti delle proprie fantasie. La relazione tra piacere e dolore, i cui confini non sono mai così definiti e variano ulteriormente a seconda delle persone coinvolte, meriterebbe di essere narrata in maniera più complessa del semplice menar le mani a causa di abusi subiti da piccoli, come avviene in questa storia.

“Cinquanta sfumature di grigio” non è solo un film noioso, ma è anche – e soprattutto – un film che normalizza la violenza, ma non per via della frustate o delle sculacciate. La violenza vera è fuori dalla “camera dei giochi” – la camera tappezzata di rosso in cui Mr.Grey mette in pratica le sue fantasie sessuali – ed è una violenza infima, perché travestita da premure, gesti d’amore e protezione. Si crede che la violenza sia in sei cinghiate date sul corpo nudo di una ragazza che piange (nonostante sia stata sua la scelta di sottoporsi a questa pratica e decida di sopportarla fino alla fine) e moltissime donne un po’ ovunque nel mondo hanno considerato questi episodi come note stonate di un rapporto da sogno con un uomo bello, ricco e affascinante: ma è proprio quel “rapporto da sogno” ad essere esso stesso violenza. L’infatuazione mondiale nei confronti del personaggio di Mr.Grey ci conferma quanta fatica si faccia, ancora, a riconoscere la violenza quando è nascosta, ad esempio, in un “salvataggio” da avances particolarmente insistenti, o in un regalo costoso. Sapere che il mio bello è arrivato nel pub in cui mi trovavo (discretamente ubriaca) insieme a degli amici, liberandomi dai tentacoli di un amico-piovra, perché ha rintracciato la mia posizione dal gps del cellulare da cui gli ho telefonato (solo per parlargli, non di certo per chiedere aiuto) mi farebbe venire un’ansia infinita. E sarei davvero inquietata, da questa persona: inquietata, non affascinata. Nè tantomeno grata. Allo stesso modo se qualcuno si permettesse di buttare via la mia vecchia macchina e me ne facesse trovare al suo posto una nuova fiammante, senza avermi chiesto nulla a riguardo, lo denuncerei. Figuriamoci poi come potrei sentirmi se mentre sto bevendo un cocktail con mia madre che non vedo da tempo e che per questo sono andata a trovare in non so quale città degli Stati Uniti, mi arrivasse una sua telefonata in cui capisco che mi ha seguita fin lì e mi sta osservando. Questa non è dedizione, non c’entra nulla con l’amore: è desiderio di possesso, controllo ossessivo. E’ violenza che toglie libertà e fa molto più male dei giochetti fatti nella camera rossa. Mi chiedo se il successo derivi dal fatto che  tante donne pensino che subire attenzioni (maniacali), gelosie (oltre misura) e controllo (totale) della propria vita sia comunque meglio di non ricevere nessuna attenzione dal proprio partner, dell’essere date per scontate. Vorrei augurarmi di no, ma temo di sì, e mi si stringe il cuore. E raccontare queste prevaricazioni come gesti eccezionali di un grande amore romantico, in una storia il cui motto è “con il tuo amore lui cambierà e vivrete felici e contenti” sono gli aspetti più squallidi e irritanti di tutta la faccenda.

La vita di Adele

Adele SPaghettiFinalmente sono riuscita a vedere il film “La vita di Adele”, di cui avevo sentito molto parlare, nel bene e nel male. E l’ho trovato bellissimo. Non è una storia d’amore “saffica”, come è stato detto: è la storia del passaggio dall’adolescenza alla vita adulta di una ragazza, che ad un certo punto si innamora. E che si innamori di una donna poco importa, in questo film. Vi è qualche accenno alla “problematicità” di questa relazione, ma solo a livello sociale, per paura dello scherno delle amiche o dell’incapacità di comprendere della famiglia e dei colleghi. Ma chiunque può ritrovarsi nelle dinamiche raccontate e interpretate così bene, in quelle atmosfere. Adele è una giovane liceale,  naif, intrigante e seducente quasi senza volerlo. Ha i capelli lunghi e raccolti in un crocchio alla meno peggio, con ciocche ribelli che le incorniciano il viso. E così, i capelli disordinati e vestiti scelti a caso, va incontro all’amore con spontaneità e totale apertura. Ama Emma, artista, studentessa di Belle Arti, che la considera la sua musa ispiratrice e la rende protagonista di tutti i suoi quadri. Sono due mondi diversi quelli che si incrociano e si uniscono, quello intellettuale di Emma, in cui l’arte è una parte imprescindibile della vita, che pone le persone davanti a continue ricerche e riflessioni, e quello pratico di Adele, che ama leggere, ma non sente nessuna spinta creativa, desidera fare la maestra e sembra trovare la felicità nelle piccole cose quotidiane, come l’abbraccio di uno dei bambini a cui, ormai diplomata, insegna, o l’amore che mette nel preparare i pasti per la sua Emma. Un film che dipinge le diverse fasi di una relazione con tratti dai colori tenui e armonici: la brillantezza dei momenti iniziali, le tonalità di azzurro che fanno da sfondo al momento della passione, le luci soffuse delle scene più  “intellettuali”, quelle accese della vita di tutti i giorni. Continua a leggere