Colonia, veli e libertà

Che mille uomini si organizzino con il preciso compito di molestare, derubare e assaltare sessualmente le donne in un luogo pubblico è un fatto gravissimo e inquietante, che ha molti elementi oscuri su cui è necessario fare luce. Mi auguro che a breve le indagini chiariscano le dinamiche e le motivazioni dietro a questi episodi, per poter fare analisi appropriate e non basate solo su supposti scontri di civiltà, chiamando in causa l’Islam e la condizione della donna all’interno di questa religione. Quando si parla di donne e Islam, una delle prime immagini che si materializzano davanti agli occhi è il velo, che nella religione islamica viene motivato come strumento di protezione: nasconde le forme per sottrarre le donne al desiderio sessuale maschile. Siamo sicure che ci sia molta differenza tra un velo imposto per salvarsi dalle attenzioni indesiderate e i consigli rivolti alle donne che la sindaca di Colonia Henriette Reker ha annunciato di voler pubblicare sul sito internet della città con lo stesso scopo? “Tenere una distanza di almeno un braccio tra sé e gli estranei negli spazi pubblici, non isolarsi dal gruppo, chiedere aiuto ai passanti”. Mi auguro che nella pubblicazione ufficiale non compaiano anche consigli in materia di vestiario o orari in cui è sconsigliato uscire di casa. In entrambi i casi, che si tratti di un velo o di un vademecum, troviamo da un lato uomini che esercitano liberamente una prepotenza e dall’altro donne costrette a limitare le proprie libertà per sentirsi in salvo.

Veli: quelli della tradizione islamica sono vari e ben visibili, tanto che stiamo imparando a familiarizzare con i nomi che li distinguono: hijab, niqab,  chador, burqua. Ce n’è uno però, invisibile e senza nome, che non appartiene all’islam, ma alla nostra moderna cultura occidentale.  Pur non vedendolo, ce lo troviamo davanti in molte occasioni: è il velo rappresentato dal politically correct.  Spesso sottilissimo, è teso a nascondere pensieri che solo ad un primo sguardo sembrano non far più parte dei “nostri valori”, ma se siamo capaci di sollevarlo, scopriamo che quei pensieri sono ancora lì, ben incastonati nel comune sentire.

Metti una sera a cena. Tutti a casa di un’amica, è il suo compleanno. Divisi tra cucina e sala mangiamo, chiacchieriamo, passiamo da una stanza all’altra. Chi vuol fumare una sigaretta esce sul terrazzo. In questo andare e venire, mi ritrovo in cucina, unica donna tra uomini. L’occasione è perfetta per raccontarmi una barzelletta. Chiaramente una barzelletta di una certo tipo.

– Ehi, senti questa! Ci sono due trans che parlano. “Sai, la settimana prossima vado a Casablanca a fare un’operazione per diventare donna” e l’altra “Wow! Fantastico!”. Dopo un mese si incontrano e una chiede: “Allora? Com’è stata l’operazione per diventare donna? Dolorosa?” E l’altra: “ Guarda, il taglio del c***o neanche tanto, mi ha fatto più male quando mi hanno ristretto il cervello”.

Ridono, mi guardano. Io ho la faccia seria, ma dentro di me sono furiosa. Mi esce un “complimenti” dichiaratamente ironico e me ne vado nell’altra stanza, dove sono sedute molte donne: chi chiacchiera, chi ascolta. Mi chiedo se quella “barzelletta” sarebbe stata raccontata ugualmente in una situazione invertita, con un solo uomo in mezzo a un gruppo di donne. Erano tutti amici che conosco da anni e so che nessuno si permetterebbe mai di abusare fisicamente di me, ma come catalogare questo episodio, se non come violenza? Cos’altro è una storiella in cui la risata compare nell’evidenziare il binomio donna-stupidità? Io l’ho vissuta così e ho reagito allo stesso modo di quando capita di sentire una mano sul fondoschiena in autobus: sgomento, incapacità di esprimere la mia rabbia e un ricordo dell’episodio che porto dietro da tempo. Mi sono sfogata più volte raccontandolo in giro e chiedendo ad altre che cosa avrebbero fatto al mio posto. Molte mi hanno detto che sarebbe stato inutile dire qualsiasi cosa, tanto non avrebbero capito; qualcuna affermava che non le sarebbe importato nulla di rovinare la festa e si sarebbe infuriata; una mi ha chiesto se davvero quelle persone le considero amiche. Certo, a mente fredda le reazioni potevano essere molte, una tra tutte far presente che mi sentivo offesa. L’ho fatto una volta, anni dopo, in una situazione analoga e uno dei miei amici più progressisti da dietro le spalle ha alzato gli occhi al cielo e fatto un gesto come a dire “Che pesantezza!”.

Grazie alle battaglie e alle conquiste femministe, oggi certi atteggiamenti e abusi sono condannati socialmente, ma ciò non significa che nell’intimo di ognuno vengano ritenuti sbagliati. Sotto il velo del politically correct si scopre tutto ciò che, pur non nominato pubblicamente perché uncorrect,  esiste e viene comunemente fatto e/o pensato. Nessuno mette apertamente in dubbio  il mio diritto a lavorare, ma in ufficio il titolare chiede a me se “gentilmente” gli porto il caffè, non ai miei quattro colleghi uomini. Così come nessuno dice ad alta voce che le donne non debbano partecipare alla vita politica, salvo poi fare entrare dalla finestra il sessismo che solo a parole è stato cacciato dalla porta. Tutti (a maggior ragione dopo i fatti di Colonia) sostengono che le donne abbiano il diritto ad uscire e a godersi la vita, notte compresa, ma che la città per una donna sola sia più piccola è un dato di fatto universalmente riconosciuto, perché certe zone per lei sono off limits e se le è successo qualcosa mentre camminava da sola in una strada poco illuminata, beh… un po’ se l’è cercata. Figurarsi poi se indossava poi una minigonna.

Ripenso a chi mi chiedeva se ritenessi queste persone “amiche”. Di sicuro se dovessi lasciare nella lista degli amici quelli che non solo non fanno battute sessiste, ma sono anche in grado di opporvisi in una situazione come quella di cui sopra, mi ritroverei ad avere in mano un foglietto decisamente sguarnito, per usare un eufemismo. Non è facile, perché come diceva Simone de Beauvoir  quarant’anni fa: “gli uomini progressisti sono comunque imbevuti di cultura maschilista“. E l’esperienza di tutti i giorni ci racconta che non è cambiato molto da allora.

 

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Quarant’anni e non sentirli

Un’intervista a Simone de Beauvoir in cui spiega perché è femminista.

Parla dell’indipendenza economica come strumento fondamentale di autonomia e libertà per le donne. Cita Elena Giannini Belotti per spiegare come la “femminilità” o la “mascolinità” non siano doti naturali, ma modi di essere e relazionarsi col mondo indotti nel comportamento di bambine e bambini non dalla biologia, ma dal modo in cui ci relazioniamo ad essi.

Racconta di uomini “di sinistra”, favorevoli alla lotta di classe, di come siano imbevuti di cultura maschilista e patriarcale, di come sia necessario che la battaglia per i diritti delle donne sia una battaglia a se stante, legata sì alla lotta di classe, ma non contenuta in essa.

E alla domanda su i passi in avanti che ha fatto il governo, istituendo ministeri a favore delle donne, risponde definendoli “mistificazione”, “un osso gettatoci in bocca da sgranocchiare”, un contentino per calmarci, ma che nei fatti non serve a nulla, perché è un’istituzione senza fondi e sempre assoggettata al voto maschile, per qualsiasi cambiamento.

Spiega l’origine e il significato della parola “sessismo”, e molte altre cose. Ascoltatela. Era il 1975, ma potrebbe essere un’intervista andata in onda ieri sera.

Quarant’anni e non sentirli.

Buoni propositi

Amo le fini perchè aprono le porte a nuovi inizi. E mi piacciono i riti, capaci di dare solennità anche a piccoli gesti quotidiani, di rendere piene di meraviglia azioni all’apparenza di poca importanza. Così ad ogni fine anno (e ad ogni  inizio)  un’energia frizzante mi pervade, un ottimismo quasi fanciullesco. Mi figuro il nuovo anno come un lungo rotolo di carta srotolato, non del tutto bianco però, perchè sprazzi di colori e parole affiorano qua e là: i compleanni delle persone care, le ricorrenze, la fine e l’inizio delle stagioni. E prima di iniziare a scrivere su questo lungo tappeto, solitamente metto insieme – nero su bianco – un po’ di buoni propositi. Ecco quelli del 2015. Continua a leggere

Piacere senza compiacere

Riuscire a piacere senza compiacere. Facile da scrivere, difficile da praticare. Soprattutto se hai un pensiero che si muove in direzione opposta alla corrente e che non puoi fare a meno di manifestare. Pensiero che, una volta reso pubblico, darà fastidio a qualcuno, non sarà in linea con le sue idee, dimostrerà che si può essere dissidenti. Francamente non so spiegare perché io sia spinta a dire sempre quello che penso, mi pare sia sempre stato così e mi è sempre sembrato ovvio: ho ragionato su una cosa, la penso e quindi te la dico. A ben vedere, nonostante tutti i problemi che questo possa creare, non posso farne a meno. Certo, ne ho pagato le conseguenze: dicevo quello che pensavo, in una riunione, in un gruppo di amici o a un consiglio comunale; quello che pensavo non era in linea con quello che pensavano gli altri: qualcuno mi guardava storto, qualcuno mi redarguiva, qualcuno se la prendeva. Quando me ne rendevo conto, di primo acchito mi chiedevo se avessi dovuto spiegarmi meglio, magari la gente non aveva capito  perché io avevo posto la questione nei termini sbagliati. Ma poi mi sono detta: tant’è. Questo io penso e lo penso in questi termini, perché deve sempre essere mia la fatica di farmi comprendere? Continua a leggere

Ancora sulla libertà di espressione

Dopo un post pieno di domande, condivido qualche spunto di riflessione, augurandomi possa essere utile a elaborare delle risposte.

Un tarlo che mi rodeva, fra tutti, era il fatto di non riuscire a spiegarmi la profonda irritazione che provavo nel veder proliferare articoli a meno di ventiquattr’ore dalla strage di Parigi. Mi chiedevo da dove nascesse questo fastidio, visto che di libertà di espressione si stava parlando e che avrei dovuto essere felice che ci fossero tante persone desiderose di ragionare su questo tema. Eppure. Eppure, nei primi giorni successivi a quel 7 gennaio, dopo aver letto tutto e il contrario di tutto (SonoCharlie, NonSonoCharlie, SonoCharliePerò…) l’unica riflessione in cui mi ritrovavo era quella di Terzani, in un passo della sua lettera a Oriana Fallaci:

“[…] Il tuo sfogo mi ha colpito, ferito e mi ha fatto pensare a Karl Kraus. “Chi ha qualcosa da dire si faccia avanti e taccia”, scrisse, disperato dal fatto che, dinanzi all’indicibile orrore della Prima Guerra Mondiale, alla gente non si fosse paralizzata la lingua. Al contrario, gli si era sciolta, creando tutto attorno un assurdo e confondente chiacchierio. Tacere per Kraus significava riprendere fiato, cercare le parole giuste, riflettere prima di esprimersi. […]“.

E così era per me: più leggevo articoli, più sentivo il bisogno di silenzio, di spazi di riflessione. Ieri, leggendo le parole di Loredana Lipperini, ho realizzato definitivamente quale fosse il motivo del mio fastidio:

“Oh sì, i commenti e le analisi, per oggi, restino ad altri. A quelli che hanno scoperto ieri l’esistenza di Charlie Hebdo, a quelli che, in rete come in metropolitana, sussurrano di complotti, a quelli che hanno già (sempre, ce l’hanno, e mi piacerebbe sapere come fanno) il quadro compiuto davanti agli occhi, e dunque sanno, e dunque teorizzano. Io non so. […]“.

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Cosa significa “Libertà di Espressione”?

libertàHo molti pensieri in testa in seguito alla questione Charlie Ebdo, pensieri, anzi domande, che girano intorno al tema della libertà di espressione e al suo significato. In questi giorni ho letto tante riflessioni sulla libertà, il sunto che le accomuna grosso modo è “Se la satira ti offende nessuno dice che tu debba stare a guardare, puoi criticarla, ma c’è la libertà di pensiero e quindi ha il diritto di stare lì e dire quello che vuol dire, anche se offende qualcuno”.

Allora m’è venuto da pensare alle famose vignette di un noto settimanale di cruciverba, di un sessismo allucinante. E mi si potrà rispondere: “puoi non comprare quel settimanale”, così come in molti hanno risposto, a chi si sentiva offeso, che era libero di non comprare Charlie Ebdo. Ma si risolve così la questione? Questo ragionamento mi fa scivolare verso il tema a me tanto caro della pubblicità sessista: immagini che rappresentano stereotipi, che ritengo offensive, che sono la prima a denunciare e che mi auguro di non vedere più… sto impedendo la libera espressione di un concetto? Sono bravissima a difendere la libertà di parola quando – come nel caso di Charlie Ebdo –  l’offesa non mi tocca personalmente, ma quando invece mi tocca? Chi ha libertà di parola? Ce l’ha chi condivide il pensiero dominante? Chi la pensa come me? O tutti? La satira ridicolizza, anche le vignette del settimanale sopracitato ridicolizzano le donne, come molte pubblicità sessiste. Qual è la differenza? Che la pubblicità è fatta per vendere, la vignetta del settimanale per umorismo di bassa lega, mentre l’irriverenza di Charlie Ebdo è un atto politico? Siamo in molti a dire che il problema della cattiva televisione non si può risolvere semplicemente spegnendola. La differenza principale tra la televisione (secondo me) offensiva e un giornale che pubblica vignette (secondo alcuni) offensive è l’impatto altissimo che la televisione ha sulle vite delle persone (pubblicità compresa), a differenza di un giornale di nicchia. Ma la libertà che andiamo teorizzando, difendendo, rivendicando non può essere una questione di numeri.

In tutti gli scritti letti finora a tal proposito non ho ancora trovato risposte convincenti. Perché non sono nemmeno sicura che il problema sia una questione di confine sottile tra umorismo e offesa. Credo invece che il problema sia a monte e stia, appunto, nel tentare di definire cosa significhi libertà di espressione. Significa poter dire pubblicamente qualsiasi cosa si pensi, qualunque essa sia? Se è così, perdono di senso le condanne dell’hate speech.  Molti dei commenti che ho letto rispondono a questa mia domanda dicendo che quando le offese superano il limite ci sono modi per difendersi, ad esempio denunciando: ci sarà poi qualcuno che sulla base di un sistema valoriale condiviso giudicherà l’offesa. Un sistema valoriale condiviso da chi? Per questa ragione c’è chi dice che la satira, per definizione, non dovrebbe essere ingabbiata nei limiti. E c’è anche chi accusa l’Italia di essere il posto in cui la satira muore a colpi di querele per diffamazione. Quindi anche quell’ipotetico strumento di difesa dall’offesa rischia di diventare liberticida. Diversi interventi ragionavano sul fatto che un giornale come Charlie Ebdo in Italia non potrebbe esistere, e infatti a ben vedere da noi di satirico c’è pochissimo (il Vernacoliere e il Nuovo Male).

La libertà d’espressione non può prescindere da coordinate morali condivise? E in base a cosa le condividiamo? E se ci sono coordinatate, c’è libertà?

“Che sarei triste, perchè non è vero”

Ieri sera con mio padre e mia sorella siamo andate al cinemino a vedere il documentario su Berlinguer. Sapevo quanto mio padre si sarebbe emozionato, gli è sempre successo e continua a succedergli, ogni volta che ci parla di Berlinguer.

Credo si possa chiamare invidia il sentimento che ho provato nei confronti di mio padre e di chi, come lui, ha avuto la possibilità di essere rappresentato da una persona onesta, appassionata  e intelligente, aderente ai propri ideali. Sì, molte sono le emozioni che mi hanno attraversata, vedendo la folla oceanica ai  suoi comizi, la sua sofferenza e la sua tenacia al comizio di Padova, in cui pur sentendosi male, ha terminato il suo discorso. E poi milioni di persone ai funerali, le telecamere che ne riprendevano i volti sofferenti. E mio padre, che nel rivedere quelle immagini piangeva anche lui, ci diceva ” Io al corteo ero dietro l’unione dei lavoratori sardi”. Ricorda tutto perfettamente, come fosse ieri.

E’ stato  intenso il momento in cui Berlinguer, dopo il golpe militare in Cile (impressionante vedere l’esercito bombardare il parlamento e sentire la voce di Allende dire che non si arrenderà e rimarrà al suo posto pagando con la morte la fiducia che il popolo gli ha dato) spiega che non si può governare da soli, che non si può rischiare la frattura sociale, la guerra civile, che ci sono grandi forze politiche divergenti a rappresentare l’Italia e con queste bisogna fare i conti, per non mettere a rischio la democrazia. Continua a leggere