Il senso di questo #MeToo

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#MeToo, anche se mi chiedo chi è che si presuppone debba vedere la reale dimensione di questo fenomeno: chi è che non ne conosce l’estensione?

Le donne sanno perfettamente che tutte nella propria vita hanno subito una qualche molestia. Magari non hanno voglia di raccontarlo su fb mettendosi addosso un #, oppure le hanno subite senza riuscire a dar loro il nome corretto, senza riconoscerle come tali. Ma devo ancora conoscerne una che non ci sia passata.

Quindi questo hashtag è per rendere consapevoli gli uomini? Di certo non gli stessi che di quelle molestie sono autori: non ci fossero loro ad agirle non ci sarebbe bisogno di un #MeToo. Conoscono bene il fenomeno, essendone la causa.

Non rimanete che voi, uomini che siete amici, solidali e che non vi nascondete dietro un “Io non lo farei mai”. Che magari ci avete pure prese un po’ in giro per questa nostra fissa del femminismo, ché voi non lo fareste mai però ci etichettate come arrabbiate di default e in fondo ci reputate esagerate.

Chissà che questo #MeToo non possa servire a farvi capire la nostra fatica e, invece di meravigliarvi per la nostra rabbia, a farvi meravigliare per la nostra gioia, capace di esistere nonostante tutta questa merda.

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GPA, Chakra e arrocchi: parliamone

ArroccoNella puntata del 7 ottobre di Chakra (programma di Rai 3, condotto da Michela Murgia,  in onda il sabato alle 18.10)​  si è parlato di gravidanza per altri (GPA) e una bufera si è scatenata nei confronti della trasmissione, dopo che diverse associazioni femministe hanno espresso la loro indignazione su come il tema è stato trattato.

Un anno e mezzo fa ho scritto un post a riguardo, prendendo spunto dalla richiesta da parte di un’amica di una mia opinione in merito a un articolo contro la GPA. La firmataria di quell’articolo è una delle firmatarie del nutrito gruppo che ha condiviso la lettera di accusa.

Quello che penso sulla gestazione per altri è ancora tutto scritto in quel post.

Parliamone.


Madri surrogate e altre questioni

Oggi un’amica mi ha chiesto un parere su quest’articolo di Marina Terragni, uno dei tanti scritti in questi giorni a seguito dell’intervista a Dolce e Gabbana, in cui i due stilisti (dichiaratamente omosessuali) difendono la famiglia “tradizionale”, definendo bambini sintetici i figli nati da “uteri in affitto” e dichiarando che sì, vorrebbero dei figli, ma che non li avranno perché sono gay, e così sia.

Terragni nel suo articolo difende la libertà di espressione di Dolce e Gabbana e mette in campo questioni come lo sfruttamento degli uteri in affitto, la necessaria presenza di una donna (“La questione non è affatto l’essere gay o etero. La questione è l’essere uomini. Ci vuole sempre una donna, per mettere al mondo un figlio”e la conseguente sparizione della madre nell’utilizzo della maternità surrogata (“Uno può mettere al mondo un figlio con una donna, in una relazione affettuosa, anche se è gay: il punto non è questo. Il punto è pretendere di far sparire la madre”).

D&G possono dire quello che vogliono, su questo non ci sono dubbi. L’errore è considerare queste parole come una sorta di verità rivelata, come se in virtù della loro posizione sociale elevata, anche le loro opinioni si dovessero elevare al di sopra di quelle degli altri. Nella loro intervista si legge Un figlio? Sì, lo farei subito. Ma sono gay, e non posso avere un figlio. Credo che non si possa avere tutto dalla vita, se non c’è vuol dire che non ci deve essere. È anche bello privarsi di qualcosa” . Questa affermazione, per me, è uguale a quella che potrebbe fare una coppia etero che dice “vorrei un figlio, ma non arriva”. C’è chi riesce a vivere serenamente l’assenza di figli dettati dalla propria condizione, chi invece no e dunque si fa aiutare dalle tecniche biomediche. A me, ad esempio,  risulta molto difficile capire come la gente coscientemente faccia figli, ma indipendentemente dalle mie convinzioni personali accetto che esistano persone che vivano la procreazione come uno degli obiettivi irrinunciabili della vita.
Non condivido poi l’obiezione che fa Terragni sul fatto che il problema non sia essere gay, ma essere uomini. Come a dire che una donna (o una coppia di donne) che vuole un figlio sia naturalmente avvantaggiata perché è sufficiente che faccia sesso con un donatore X. Ho due amiche lesbiche che grazie all’inseminazione artificiale hanno avuto tre splendidi figli, ma questo non può portare a sindacare automaticamente che sarebbero arrivate a fare sesso con qualcuno per raggiungere il loro obiettivo. Magari per loro avrebbe significato sottoporsi ad una violenza, chi può saperlo? Capisco che si possa pensare che donare un ovulo o un utero sia più invasivo di altre procedure di fecondazione medicalmente assistita, ma chi siamo per sovradeterminare le scelte degli altri e decidere una graduatoria definitiva delle pratiche “meno invasive”? Un atto sessuale con un uomo inteso come “donatore” potrebbe essere considerato da moltissime donne (lesbiche e non) altamente invasivo.
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Dare poi per scontato che tutte le donne vivano la gravidanza e la nascita di un figlio con il medesimo legame e carico emotivo è una generalizzazione che non aiuta la comprensione. Nella Francia  del ‘600 le donne affidavano i figli a una balia subito dopo aver partorito e li rivedevano – se andava bene – quando avevano due o tre anni. Secondo Terragni, il vero problema intrinseco  sarebbe far sparire la madre, come se una donna che partorisce debba essere sempre e comunque legata indissolubilmente a quel figlio, come se non ci fosse differenza tra madre genetica e madre (o padri) che allevano quel bambino. Il concetto di “istinto materno innato” fa parte di una retorica falsa e stantia, utile solo a sovraccaricare di ansia e aspettative le future madri e che impedisce di ragionare lucidamente su un tema ancora troppo poco esplorato come il maternity blues. Come dice Badinter,  questo presunto istinto andrebbe chiamato invece con il giusto nome, ovvero “amore in più“. Perché la relazione madre figlio è unica per ogni donna e ognuna la sviluppa (o non sviluppa) a modo suo.
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Questione costi e sfruttamento. Certamente ci sono esseri umani che – come su ogni cosa che muove denaro – tendono a sfruttare le situazioni che possono arricchirli: persone abiette che sfruttano altre persone in condizione di povertà per loro beneficio, ma questo vale su tutto, dalla donazione di sangue a quella di organi, dalla produzione di vestiti al cibo… perché chiamarla in causa solo quando si toccano temi “bioetici”? L’esperienza di Claudio Rossi Marcelli, molto ben descritta nel suo libro “Hello Daddy”, offre un punto di vista diverso rispetto a chi punta il dito contro alla maternità surrogata perché fonte di sfruttamento. Ci racconta che esistono stati in cui la maternità surrogata è regolamentata in modo da evitare che le donne portino in grembo il figlio di qualcun altro solo perché spinte dalla povertà, ad esempio inserendo nell’elenco delle donatrici donne che hanno già dei figli (e siano quindi consapevoli di cosa significhi sia fisicamente che emotivamente una gravidanza) e che non si trovino in situazioni di indigenza. Non è la soluzione perfetta, forse. Ma il punto è che se il problema di una determinata pratica è il timore che possa portare a sfruttare economicamente degli esseri umani, la questione non si risolve vietando la pratica, ma regolamentandola in modo da evitare la possibilità di sfruttamento.
Il fatto che personalmente non ci si offrirebbe mai come madre surrogata non significa che non possano esserci persone che acconsentirebbero liberamente a farlo. Sarebbe bello che se ne potesse discutere tenendo in considerazione anche l’esistenza di chi, che ci piaccia o no, la pensa diversamente da noi.

 

 

 

 

 

 

 

Non sei realistica!

 

Manal Al-Sharif

Manal Al-Sharif – attivista, promotrice dal 2011 della campagna sul diritto alla guida delle donne saudite

Non ho esultato alla notizia della concessione in Arabia Saudita della possibilità di guidare alle donne. Non ho esultato perché per me “la concessione di guidare” e “la libertà di guidare” sono concetti molti diversi. Non ho esultato perché questa concessione ha l’aria di una elemosina, sono briciole cadute da un tavolo che ci si aspetta che il mondo accolga con entusiasmo. Come facciamo a chiamarlo progresso, come possiamo scomodare la parola “libertà” nei confronti di una concessione basata sul rispetto di queste regole?

“che la donna abbia raggiunto l’età di 30 anni, che il tutore (padre, marito, fratello, figlio, zio…) dia il proprio assenso scritto, che la donna al volante sia vestita in “modo adeguato” e che non usi in nessun modo make up o trucco o abbia accessori di bellezza. Che la guida della donna sia limitata solo nei centri urbani dalle ore 7 alle ore 20 da sabato a mercoledì e dalle 12 alle 20, il giovedì e il venerdì. Infine dovrà essere sempre munita dal proprio cellulare collegato con il Centro Femminile del Traffico Stradale”.

Come facciamo a credere che questa decisione sia una risposta sincera all’attivismo che da molti anni vede donne al volante che sfidano le regole e ne pagano le conseguenze, quando leggiamo che:

“molte donne coinvolte nella campagna per la guida hanno ricevuto chiamate ufficiali dal governo, in cui si chiede loro di non commentare ne’ negativamente ne’ positivamente l’annuncio. Se ignorano l’ordine, saranno soggette a interrogatorio”.

Oggi in un post su fb in cui veniva puntato il dito contro questa finta libertà un commentatore diceva di essere realistiche, mica potevamo aspettarci un cambio di rotta a 180°!

Ma il fatto è che qui di gradi non ce n’è nemmeno uno. E irrealistico è pensare che questo sia un vero segnale di progresso per le donne, un sintomo di una effettiva apertura verso di loro. Questa non è altro che un’appropriazione indebita delle lotte femministe usata per uno smaccato pinkwashing di Stato agli occhi dell’occidente. Un bel lavaggio di immagine colorato di rosa che a quanto pare sta riuscendo benissimo.

Siete per sempre coinvolti

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È di oggi la notizia che Forza Italia e il Family Day starebbero schedando le scuole di Bologna che propongo corsi su violenza e bullismo. Ad ogni scuola il suo bollino, come per i programmi televisivi dopo le 20:  “rosso se le attività sono «filo-gender», giallo se ci sono solo «tracce gender» e verde se non si riscontra nulla”.

Perfetto.

Al prossimo femminicidio sapremo già dove andare a cercare i responsabili. Perché nei femminicidi c’è sì un colpevole: l’esecutore, il carnefice. Ma i responsabili sono molti di più, tutti quelli che impediscono il diffondersi di una cultura in cui l’uomo e la donna abbiano uguali diritti e siano ritenuti meritevoli della stessa libertà di decisione sulla propria vita.

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Andateci a fare un giro nelle scuole, troverete delle sorprese inaspettate: bambine di 8 anni che amano la geografia ma ti dicono che faranno l’estetista perché non sapevano che anche le donne potessero lavorare nelle agenzie di viaggi, ragazzi di 17 anni per cui la donna ideale non dovrà lavorare per stare a casa coi figli, bambini di 12 anni secondo cui una donna non può guidare un camion, ragazzine di 16 che non hanno potuto fare basket perché il padre diceva che è uno sport da maschi, o che ritengono normale che il proprio fidanzatino abbia la loro password di facebook, o di non poter più frequentare le amiche e gli amici senza il suo consenso.

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Come dite? Voi queste cose non le avete mai viste? Ovvio, servono delle lenti speciali per indagarle, per vederle. Le lenti del genere, quella parola che ci indica come la maschilità e la femminilità siano costruzioni sociali, tutt’altro che naturali. Perché la natura ha dato a tutti – maschi e femmine – il pollice opponibile per guidare camion, giocare a basket e fare tutto quello che ci appassiona. Il fatto che si pensi che certe cose alle donne siano vietate o non si addicano è solo una questione di cultura.

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Quella cultura che a molti premono mantenere, a tutti coloro che fingono di indignarsi per la morte delle donne a opera dei loro ex, ma a cui fa molto, molto comodo che le cose restino esattamente così come stanno.

Insegnare ciò che non si sa

21baird-master768A quanto pare nel nuovo piano del Viminale per i rifugiati si insegnerà ai richiedenti asilo uno dei valori fondanti della nostra nazione: il rispetto per le donne.  Lo spiega bene questo articolo citando pari pari le parole di Minniti:

“L’integrazione culturale è una gigantesca questione, non è affatto scontata. Il rispetto tra uomo e donna è scontato per noi, dobbiamo lavorare perché diventi scontato anche per gli altri, anche per chi ospitiamo”.

Esatto: c’è scritto proprio “il rispetto delle donne è scontato da noi”. Allora quello che io mi chiedo è quale sia il genere di donna che individuano al Viminale come meritevole di rispetto? Perché è abbastanza ovvio che, per quel che ci racconta la nostra quotidianità, pare proprio che siano molte, moltissime le tipologie di donne verso le quali il rispetto non è assolutamente scontato.

E così mi sono fatta un’idea sul materiale che verrà redatto per svolgere questi fantomatici corsi. Il paragrafo sulle donne me lo aspetto grossomodo così:

Titolo: “IN ITALIA NOI ITALIANI RISPETTIAMO LE DONNE!”

E poi sotto, in piccolo:

“A patto che:
– non si permettano di lasciare il proprio compagno/marito/amante
– non indossino minigonne
– non se la vadano a cercare
– in caso di idea brillante ad una riunione di lavoro se la tengono per sè
– abbiano avuto poche relazioni, pochissime, anzi una sola, preferibilmente proprio con te.
– non abbiano abortito, non vogliano abortire, non vogliano la pillola del giorno dopo
-non preferiscano la carriera alla famiglia
– si occupino delle faccende domestiche
– ti ringraziano sorridendo (invece di incaz*arsi) quando per strada le fischi gridando “ciaobbella!”
– non pretendano di essere pagate tanto quanto te a parità di lavoro”.

Sarà per forza così, perché è impossibile insegnare a qualcuno qualcosa che non si è mai imparato.

 

Sessismo travestito da galanteria

Pochi giorni fa mi trovavo in un grazioso paesino della lucania in compagnia di alcune amiche, di cui una originaria del luogo. Dopo aver visitato l’antica abbazia ed esserci perse tra vicoli e piazzette, dopo aver ammirato tramonti e conosciuto storie di singolari personaggi del paese, ci siamo sedute ad un tavolino di un bar per bere una birra e riposare le stanche membra. Il bar si affacciava su una delle piazze e nel momento in cui ci siamo sedute le campane della chiesa adiacente hanno iniziato a suonare annunciando l’uscita della statua di San Rocco, patrono del luogo, che accompagnato da una breve processione avrebbe raggiunto un’ altra chiesa, usanza tipica della festa patronale.

Come avviene in molti paesini del sud Italia, le processioni sono accompagnate dalla banda del paese, colonna sonora costante di questi eventi sentiti e partecipati.

La nostra cicerone ci fa notare che la banda è solamente maschile e le dico che la cosa mi sorprende molto, poiché le bande viste e ascoltate nella mia infanzia in altri paesini del sud erano composte sempre da maschi e femmine.

“Questa sorta di esclusione è in realtà un atto di gentilezza nei confronti delle donne: spesso la banda si trova a suonare in luoghi scomodi, facendo tour molto stancanti e finendo le esibizioni ad orari improponibili. Non permettendo alle donne di partecipare le si tiene al riparo da tutte queste scomodità”.

Nella famosa fiaba “I vestiti nuovi dell’ imperatore” il re era nudo, sotto gli occhi di tutti, ma anche se evidente, la nudità veniva riconosciuta solo una volta nominata, resa visibile solo grazie a un bambino il cui sguardo non era ancora stato distorto dalla consuetudine.

Spessissimo le discriminazioni di genere si sono travestite e tuttora si travestono da atti di gentilezza e protezione. Si camuffano talmente bene da risultare credibili, anche agli occhi di donne indipendenti, viaggiatrici avventurose da zaino in spalla come l’amica di cui sopra, a cui le opzioni “fatica e scomodità” di certo non hanno mai impedito di esplorare il mondo.

Atti di cortesia che decidono al posto delle donne senza possibilità di appello vanno chiamati per quello che sono: discriminazioni.

Ci sono ancora molti re nudi che dobbiamo imparare a riconoscere come tali.

Sfortune inaccettabili

Frecciabianca, direzione sud.

Ho un biglietto di prima classe, salgo, mi siedo e resto piacevolmente colpita dalla temperatura: si sta bene, l’aria condizionata c’è ed è piacevole, non di quelle che ti fanno rimpiangere il cappotto anche se è agosto. Il treno parte e dopo un po’ diverse persone iniziano ad arrivare nella carrozza in cui sono, accompagnate dalla capotreno. Scopriamo che nella carrozza adiacente alla nostra l’aria condizionata non va e la capotreno sta verificando i posti liberi per far sedere i passeggeri che causa cattiva sorte hanno comprato il biglietto nella carrozza sbagliata. Tutti gli altri passeggeri sono bendisposti ad aiutarli, poveretti, mica è colpa loro!

Piano piano le persone aumentano, voci di corridoio dicono che altre due carrozze sono senza aria condizionata, qualcuno dice tre. Continuano ad arrivare persone. Persone che avevano comprato in biglietto di seconda classe e che vengono in prima (che abbiamo poi scoperto essere stata declassata a seconda) alla ricerca di un po’ di refrigerio, ci raccontano che negli altri vagoni la gente gira a torso nudo, qualcuno si chiede come stiano sopportando questo viaggio le persone anziane. Si spegne l’aria condizionata anche da noi e inizia ad andare ad intermittenza. Fa caldo, davvero caldo e nonostante questo continuano ad arrivare i passeggeri. La ragione è semplice: qui si sta male, ma nelle altre carrozze si sta peggio. E questa semplice ragione la capiscono tutti, a nessuno è venuto in mente di dire ai trasbordati “Cavoli vostri se vi è capitata in sorte la carrozza sbagliata, non venite qui che a forza di persone si crea l’effetto stalla e non ci fate godere nemmeno quel filo d’aria condizionata che abbiamo”.

Allora se il ragionamento è chiaro e condivisibile, sarebbe interessante capire perché quando in questa storia si sostituiscono le carrozze del treno con altri stati del mondo, la mancanza di aria condizionata con la mancanza di democrazia/libertà/futuro/diritti umani e un biglietto del treno che ti ha assegnato un posto sfortunato con un passaporto che non ti permette di viaggiare legalmente in molte parti del mondo la risposta invece spesso diventa “Cavoli vostri se vi è capitata in sorte la carrozza sbagliata”.

Razza e mamme uomini: che desolazione

Schermata 2017-07-25 alle 20.23.45Molti hanno hanno letto le dichiarazioni di Patrizia Prestipino, membro della direzione nazionale del PD, che in sostanza ha detto che dobbiamo aiutare le mamme sennò la razza italica si estinguerà. E già solo su queste poche parole si sarebbe potuto scrivere molto e infatti moltissimo è già stato scritto (per fortuna).

Io mi scuso se mi trovo a buttare ulteriore benzina sul fuoco già attizzato dalle parole “mamme” e “razza italiana”, lo so bene che non ce ne sarebbe bisogno, cha abbiamo già il nostro bel da fare nello spiegare cosa c’è che non va in queste affermazioni. Ma purtroppo la frase  “le mamme omosessuali, donne o uomini che siano, vanno aiutate” è diventata una sorta di lampeggiante ai miei occhi, un’insegna al neon che si accende e si spegne, impossibile da ignorare.
“Le mamme omosessuali uomini che siano?” Ma davvero una dirigente ha usato questa terminologia? Magari ha pensato di essere progressista includendo anche le coppie omosessuali… solo che si è dimenticata di una parola che esiste già per indicare il genitore quanto è “maschio”: papà! Incredibile eh? Ma come mai – mi chiedo – è così difficile utilizzare in  questi contesti la parola “papà”?

Beh, le ragioni sono molte. Sarà stato un lapsus o forse no, fatto sta che questa frase identifica il retropensiero di Prestipino (e di moltissimi altri con lei): la cura (e il peso) dei figli ricade inevitabilmente sulle donne. Tant’è che anche quando queste risultano assenti (vedi coppia omosessuale), le chiamiamo madri lo stesso, anche se si tratta di padri! Insomma per questo pensiero politico è praticamente inconcepibile l’idea che un uomo possa occuparsi con uguale dedizione (e discriminazione e fatica) al compito genitoriale.  E proprio in questo inghippo lessicale sta tutto il valore distorto (anche simbolico) che si attribuisce in Italia alla parola “mamma”.  Una creatura mitologica che nell’intento di aiutare non facciamo altro che affossare. E con lei tutte le donne, madri e non.

Torniamocene tutte in cucina così i maschi alfa si sentono meglio

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I maschi arrancano, stanno diventando fragili. Vediamo un po’ se indovinate di chi è la colpa?

Qui trovate l’intero articolo, articolo che personalmente avrei intitolato  “La scoperta dell’acqua calda” e per il quale non avrei sentito il bisogno di scomodare chissà quali luminari della psicologia per arrivare a sconcertanti verità quali “La pornografia riguarda in maggioranza i giovani maschi”… ma che sorpresa! Viviamo ancora in una cultura che sessualizza continuamente la donna per vendere ogni prodotto immaginabile, che accetta e riconosce come “normale” la libertà sessuale maschile e condanna quella femminile, in cui la virilità sembra essere sempre collegata al “consumo sessuale”… ma davvero ci sorprendiamo che poi ‘sti ragazzi si ammazzino di film porno?


E poi vorrei porre la luce su questo illuminante passaggio:

“Le attese eccessive, nei confronti del maschio (lavoro, sesso, responsabilità familiari) da parte di un mondo in via di femminilizzazione”.

In poche parole un mondo in cui le donne ottengono maggiori diritti (non maggiori rispetto agli uomini, maggiori rispetto ai diritti inesistenti che avevano prima, ovvero di poter avere parità di trattamento in materia di lavoro, sesso e responsabilità familiari) sarebbe un mondo femminilizzato? Quindi non un mondo paritario, un mondo FEMMINILIAZZATO, come se non si trattasse di parità ma di squilibrio. E queste “attese” (che altro non sono che diritti umani) vengono definite eccessive. Cosa sarebbe eccessivo esattamente? Pretendere che dal momento che i figli si fanno in due il carico di lavoro sia ripartito? Pretendere che visto che il sesso si fa in due il godimento sia ripartito?


Ah che belli i tempi andati in cui agli uomini non veniva fatta nessuna richiesta in materia di sesso e partecipazione familiare! Peccato fossero tempi in cui quell’alfa che tanto piace appiccicare alla parola “maschi” fosse generata solo da un’ingiustizia sociale e dal fatto che metà del genere umano non aveva accesso agli stessi diritti dell’altra metà.


Un articolo desolante.

I vaccini e la nostra idea di mondo

Sono il genere di persona che si è sempre interessata alla cultura “altra”, lontana dal mainstream. Sarà perché perché non sono dogmatica, sarà per la tendenza alla diffidenza, ma difficilmente ho trovato qualcosa che mi convincesse al primo impatto. Il mio atteggiamento è analitico e nelle situazioni a cui mi avvicino tendo generalmente a fare l’avvocata del diavolo per mettere alla prova teorie e ragionamenti.
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La mia attrazione nei confronti di modi alternativi di vivere, mangiare, lavorare, relazionarsi è iniziata in giovanissima età. Ho sperimentato varie dimensioni di vita comunitaria o in condivisione, la sobrietà negli acquisti, sono consapevole di votare ogni volta che faccio la spesa. Ho provato a produrre quanto più possibile il cibo che ho mangiato, ho cercato canali altri in cui acquistarlo al di fuori della grande distribuzione. Ho ragionato sulla mia alimentazione, ho sperimentato a lungo la dieta vegana, vegetariana, non mi sono fatta mancare pure qualche breve periodo crudista e sono stata attenta agli effetti di queste scelte sul mio corpo e sul mio benessere in generale. Ho viaggiato in modi nuovi, facendomi trasportare da e trasportando a mia volta sconosciuti e dormendo a casa di gente mai vista prima. Ho conosciuto realtà di comunità ed ecovillaggi molto diverse tra loro, da quelli spirituali a quelli in cui la praticità e la concretezza del fare venivano prima di tutto (a discapito a volte della bellezza). Anni fa, quando diverse amiche hanno avuto figli e mi parlavano delle loro perplessità nei confronti dei vaccini mi sono sentita fortunata a non dovermi preoccupare di queste cose, che mi parevano enormi e complessissime.
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Nel tempo erano sempre di più le persone intorno a me con figli (o in attesa) che manifestavano molti dubbi sulla reale necessità dei vaccini e prendeva piede l’idea che i rischi di queste somministrazioni potessero essere più alti dei benefici. Parlai, da profana, con madri che si erano documentate, avevano letto manuali vari e avuto informazioni da associazioni. E che avevano provato a cercare risposte nei luoghi deputati ai vaccini sui propri dubbi, senza trovarne nessuna o addirittura incontrando personale sanitario che “metteva le mani avanti” rispetto ad alcuni vaccini. Io, di mio, ero felice di non dover fare questo tipo di scelta non avendo figli (ma intanto nei miei viaggi extra europei ho sempre continuato a fare tutte le vaccinazioni del caso, senza nessun dubbio). Insomma questo punto di vista sulla dannosità dei vaccini e sulla loro presunta inutilità – visto che le molte malattie erano scomparse nel corso degli anni – apparteneva a sempre più persone intorno a me e così quando il tema da semplice chiacchierata tra amiche a cena è diventato argomento dominante nel dibattito pubblico, pur non dovendo decidere su nessun figlio, ho deciso di provare ad informarmi. Ho parlato con una cugina medico di base su dubbi, paure e perplessità e ho letto un libro* che mi ha chiarito davvero tante, ma tante cose. Ora non avrei dubbi se fossi un genitore. Qualcuno dirà: “sì, il libro che hai letto tu dice così, ma quello che ho letto io dice colà”. Ed è proprio questo il dramma dei nostri tempi: che tutti possano pubblicare libri, dicendo tutto e il contrario di tutto: e chi controlla che ciò che viene spacciato per verità rivelata sia effettivamente tale? Una cosa in particolare nella mia ricerca mi ha colpita. La mia amica mi disse che nelle sue letture aveva trovato un grafico che mostrava che alcuni vaccini erano stati introdotti quando determinate malattie stavano già scomparendo “da sole”. Questa immagine del grafico mi rimase in testa e mi colpì molto quando la trovai trattata nel libro di cui sopra. In poche parole l’autore diceva che quel grafico era sì vero, ma era stata una menzogna far vedere solo l’andamento della malattia nelle poche decine di anni precedenti, perché quel morbo (il morbillo mi pare) si caratterizzava con picchi di epidemie e poi bassissimi livelli di contagio, a cui però seguivano altri picchi di epidemie. L’introduzione del vaccino (che non avveniva – a differenza di quanto riportato – nel momento in cui la malattia stava scomparendo da sola, ma semplicemente nella fase di calo dopo il picco) ha fatto sì che dall’ultimo picco il calo dei contagi fosse costante fino ad arrivare quasi allo zero. Usare in un libro informativo solo il pezzettino di grafico che è utile ad avallare i propri ragionamenti mi sembra davvero ignobile. E quel che mi preoccupa di più è vedere tanta gente intorno a me che (come me) non sa nulla di immunologia condividere post fiume del dottore X o della dottoressa Y che mescolano dati, leggi, reazioni chimiche, nomi di metalli, malattie in un modo che rende impossibile per chi legge poter dire con cognizione di causa “Sì, ha ragione” o “No, è una cretinata”.
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Se sono sempre stata attratta dagli stili “alternativi” è perché so per certo di non vivere nel migliore dei mondi possibili. Nello specifico, riguardo al tema di questo post, malasanità, corruzione, farmaci ritirati dal mercato perché nocivi e, diciamocelo pure, il poco tempo “comunicativo” che (spesso) si dedica al paziente sono elementi che hanno irrobustito la diffidenza delle persone (o meglio: di alcune persone) nei confronti del nostro sistema sanitario. Mi pare però che ci sia un’altra questione di fondo da mettere sul piatto, ovvero il fatto che chi abbraccia uno stile di vita alternativo lo fa per sentirsi libero, non incasellato, e nell’abbracciarlo è consapevole di stare uscendo da quella casella. Ma se nell’uscire da una casella dovesse entrare in un’altra, di questo avrà consapevolezza? Certo non voglio fare di tutta l’erba un fascio, ma dalla mia esperienza e dalle mie osservazioni di questi anni è così. Cibo bio, alimentazione vegetariana o vegana, scuole alternative, no vaccini, cure omeopatiche o di medicina cinese o altro, tendenza a vedere tutto nell’ottica del complotto, tendenza a non riconoscere nulla di positivo nella nostra società o nel nostro essere Stato. A volte mi sembra che nel costruire su questi blocchi la propria identità poi non si dia più possibilità al pensiero di cambiare, come se tornare sui propri passi su un aspetto della vita (come può essere quello sanitario e nello specifico vaccinale) potesse poi far cadere a pezzi tutto il resto.
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Nel corso delle mie personalissime ricerche e sperimentazioni, una fedelissima compagna di viaggio mi è sempre accanto: la capacità di mettere in discussione posizioni precedentemente assunte a fronte di nuove informazioni che, una volta soppesate, ritengo credibili e degne di far mutare le conclusioni a cui ero arrivata. È questa compagna di viaggio che mi fa sgranare gli occhi e un po’ preoccupare davanti alle parole di amiche vicine e lontane che dicono di aver già dedicato ormai troppo tempo alla questione vaccini, che la loro decisione è stata presa anni fa e tale rimane, senza appello.
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E questo approccio ritengo che dipenda dal fatto che molto poche delle persone che conosco sono disposte a mettere in discussione la loro visione della vita, o meglio: ciò in cui vorrebbero credere. Ma come diceva Elena Cattaneo in questa interessantissima intervista** che consiglio di guardare, “Il nostro è un cervello emotivo che fa fatica a convivere con la scienza. La scienza ci strappa via le emozioni ci porta a dover accettare la nuda realtà che tutti vorremmo fosse diversa”.
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Ci sono persone vicine a me, a cui tengo molto, che continuano a condividere articoli del tipo “Ecco la verità che nessuno ti dice, qui gli studi che dimostrano che i vaccini provocano l’autismo!” e io provo un’immensa fatica nel pensare alle parole giuste per rispondere. Le uniche che mi tornano continuamente alla mente sono quelle del grande Pepe Mujica (e se non è alternativo lui…) quando all’incontro a Ferrara disse: “Noi crediamo di pensare e poi parlare, ma di fatto prima parliamo e poi andiamo a cercare tesi a sostegno di quel che vogliamo credere, prima parliamo e poi pensiamo”. Ciò è molto vero, lo noto anche in me stessa. Lo noto nella mia reazione all’intervista alla Cattaneo quando parla delle conclusioni a cui è arrivata sugli OGM, mi accorgo che d’istinto mi verrebbe da dire “No, sicuramente c’è qualcosa di sbagliato nelle sue ricerche!”. Io che dico così a una grande scienziata? E sulla base di cosa? Lei ha letto 10.000 pagine di ricerche… e io? Cos’è più probabile, che lei dopo decenni di studi e ricerche non sappia fare il suo lavoro o che io con la mia visione della vita abbia una resistenza a qualcosa che non voglio accettare nella mia idea di mondo? E nel mondo dell’informazione di adesso è ancora più evidente: molti usano solo facebook come spazio di informazione senza sapere che questo social propone sempre notizie simili ai propri interessi. Così la cara persona a cui tengo continuerà a leggere post antivaccinisti e complottisti e crederà di conoscere la verità, quando la verità già di per sé è davvero difficile da trovare, ma diventa impossibile se non si hanno strumenti giusti per affrontare la complessità. E quegli strumenti per me sono cultura, cultura e ancora cultura. Quella vera però. Perché su certi temi non tutte le opinioni valgono alla stessa maniera. Perché il metodo scientifico non è un’opinione, il tetano nemmeno. Il metodo scientifico ci insegna a dubitare. Bene, dubitiamo dunque, ma perché dubitare a senso unico? Perché dell’intera comunità scientifica si può dubitare e del Dottor Tal Dei Tali invece ci si fida?
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Ultimo inciso: quello che non capisco da parte di chi vede complotti dappertutto è questo. Ormai lo dicono anche i muri che le compagnie farmaceutiche non si arricchiscono producendo vaccini, tant’è che molte si sono sfilate da questo tipo di produzione. L’ambito in cui invece si arricchiscono è proprio quello dei medicinali per curare le malattie. Allora mi dico che se io fossi un’amante della teoria del complotto, delle due mi chiederei: a chi giova l’abbassarsi della copertura vaccinale, l’assenza dell’immunità di gregge, il ritorno di malattie dolorose, debilitanti e potenzialmente mortali?
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E se malattie che non si vedevano più da decenni tornassero a manifestarsi con forza, chi sarebbero i più esposti?
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A voi le risposte.
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*libro: “Il vaccino non è un’opinione” – Burioni
**intervista Cattaneo:  http://www.huffingtonpost.it/2017/04/21/nella-scienza-le-opinioni-valgono-zero-sia-benedetta-la-ricerc_a_22049141/