Simili

Scorrendo la bacheca di fb vedo amiche che condividono link in cui si parla dell’ennesima tragedia in mare, in cui le immagini dei corpi senza vita di tre bimbi colpiscono come un pugno allo stomaco. E le ritrovo un po’ tutte ad armarsi di santa pazienza nel rispondere a loro amici (o pseudo tali) che commentano con risposte del tenore “beh però chi gliel’ha detto di mettersi su una bagnarola per venire qua?”. È disarmante contarli quei commenti, contare quelle persone, rendersi conto di quanto le fake news e l’ignoranza alimentino la supponenza di credere di poter risolvere in maniera semplice problemi complessi. È disarmante vedere come la strategia di dare addosso agli ultimi per fidelizzare i penultimi stia risultando vincente oltre misura. A volte è estenuante rispondere a chi commenta senza aver letto, giudica senza sapere, spara sentenze senza avere la minima conoscenza del problema. Però va fatto. Perché è vero che a volte anche io ho l’impressione che non serva a nulla e che con certe persone sia inutile parlare. Ma se ci rassegnamo al fatto che parlare e confrontarsi sia ormai inutile, se lasciamo che la gente si senta libera negli spazi virtuali e reali di esprimere pensieri razzisti, fascisti (e sessisti e omofobi) senza che ci sia mai un fermo, perché ci pare che non serva, allora la vittoria dell’ intolleranza, della violenza e dell’ignoranza sarà totale. E non porterà a scenari auspicabili. Quindi care amiche e cari amici (di fb, di blog e reali), sappiate che ogni volta che leggo e sento che quella forza la trovate, di rimando mi sento più forte anch’io in questa lotta. E spero possa essere così anche per voi. Forse non sarà servito a instillare un dubbio nel vostro interlocutore, ma ogni volta ci permette di riconoscersi fra simili. E di questi tempi io ne sento un gran bisogno.

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Posso farvi una domanda (sui soldi per i richiedenti asilo)?

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C’è una domanda che mi preme fare a chi ha fortemente voluto questo governo del cambiamento, a chi in questi giorni è contento.

Tutti lo sanno, la questione migranti e richiedenti asilo è stata dirimente nel risultato elettorale. E qui arriva la mia domanda. Anzi, prima della domanda, un paio di cose che vorrei dire.

Avete presente i famosi 35 euro? Ormai tutti e tutte ci siamo sperticati per dirvi che no, nessun richiedente o rifugiato che sia prende 35 euro al giorno, ne prende 2 o al massimo qualche altro spiccio in più se non sta in una struttura che  somministra i pasti, di modo che abbia i soldi per comprare il cibo. Detto questo, ma voi l’avete capito come vengono usati i restanti 30-28 euro? E questa è la domanda. E se non l’avete capito ecco svelato il mistero.

Parte di quei 30 – 28 euro vengono usati per pagare l’affitto dei locali che servono a dare un tetto sopra la testa a chi è inserito in questi progetti di accoglienza. E sapete che succede? Che trovare una casa in affitto per loro è difficilissimo, la gente non si fida, nonostante sia un progetto ministeriale e tutto debba essere rendicontato al centesimo: la gente non si fida. Quando chiami le agenzie per gli affitti all’improvviso degli appartamenti che tu sai essere appartamenti diventano “locali uso foresteria”… uso foresteria? In un paese di poche migliaia di abitanti? In un appartamento con cucina a vista e camino? E così cosa succede? Che tanta (ma tanta) italianissima gente ci lucra. Dico tanta perché non è tutta, ci sono (e per fortuna) ancora persone oneste. Ma ce ne sono tante (ripeto: italianissime) che ti propongono vere e proprie stamberghe ad affitti esorbitanti. E quando dico stamberghe intendo posti in cui il tecnico del gas che viene a dare un occhio per fare il collaudo ti dice “io, qui, non ci vivrei”. Intendo posti con odori talmente nauseabondi da farti venire la nausea appena entrata. La famosa pacchia, insomma.

Poi ci sono le italianissime bollette e un’altra parte viene spesa per oggetti di uso quotidiano: questo, soprattutto nei piccoli paesi, non fa altro che rimpolpare le casse dei negozianti (anche questi italianissimi) ovvero ferramenta, negozio di utensili, negozi di elettrodomestici.

C’è anche una parte che viene spesa per medicine (comprate nelle italianissime farmacie) e per esami e visite mediche (negli italianissimi ospedali, con pagamento del  ticket).

Infine c’è lo stipendio di chi lavora nell’accoglienza: in un’Italia senza lavoro, con altissimi livelli di disoccupazione, con giovani e laureati che faticano a trovare un posto, davvero vi pare poca cosa il lavoro creato grazie all’accoglienza? La risposta è sì? Allora mi spiegate perché creare posti di lavoro con grandi opere pubbliche spesso inutili o mai completate va bene, mentre crearli in un sistema che ha come obiettivo la gestione e l’integrazione di persone che scappano da guerre, faide, rischio di vita o povertà estrema vi incendia così tanto gli animi?

E un’ultima cosa: quei pochi euro giornalieri che vengono dati direttamente a queste persone (per un periodo di tempo limitato, ricordiamolo) dove credete che vengano spesi? Se acquistano cibo lo acquistano in negozi che pagano le tasse in Italia, se acquistano altro (“santo cielo hanno lo smartphone!!!”) idem.

Insomma praticamente tutti i i soldi spesi per loro non fanno altro che far girar la nostra economia.

Quindi vi rifaccio la domanda: avete capito come vengono spesi quei soldi? Nelle tasche di chi vanno? E se sì, cosa vi indigna tanto?

Spiegatemelo, grazie. Perché io faccio davvero fatica a comprendervi.

Merce rara

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Per tutta la giornata ho avuto un sentimento particolare, la sensazione di quando pensi che dovresti stare male e invece così male non stai, anzi. Più o meno quel che succede quando finisci una di quelle relazioni logoranti e logorate, in cui uno dei due ad un certo punto ha pietà almeno per quel che si è stati e decide di dare il colpo di grazia: tu pensi di avere il cuore a pezzi (dovresti averlo, ci si aspetta che tu lo abbia, te lo aspetti anche tu) e in effetti  c’è un sentimento di malessere di fondo, ma tutto sommato non puoi nasconderti che in realtà, a guardarci bene, in mezzo a quel dolore qualcosa di positivo c’è, una sorta di energia diversa, la possibilità di respirare più apertamente.

Io è così che mi sento oggi, come se fossero state messe giù le carte di un gioco che si intuiva da tempo, in molti luoghi:  in fila dal dottore coi commenti contro l’immigrato di turno nemmeno a bassa voce, in autofficina col meccanico che dice che lui scaverebbe una fossa e glieli metterebbe dentro tutti, nel rifiuto da parte di un’assessora alle pari opportunità di pagare le donne che hanno lavorato ad un progetto sul lavoro femminile, nell’odio dilagante sulla rete, nelle amministrazioni “di sinistra” che non difendono i progetti sull’educazione di genere, nei genitori sempre più bravi dei maestri, nei pazienti più esperti dei dottori, in quelli che “sì ma non c’è lavoro nemmeno per noi, se non stiamo bene noi che vadano da un’altra parte” senza avere la minima idea di quanto possa variare il significato che si può attribuire al quel “non stare bene” a seconda del passaporto che possiedi.

Insomma, non è che sono troppo sensibile io, o che li incontravo tutti io. È proprio che due persone su tre votano destra o M5S. È proprio che siamo in pochi a considerare la solidarietà come un valore importante (e certamente anche difficile e faticosa da praticare, nessuno dice di no) e a riconoscere che se è a intermittenza   – sono solidale solo finché non ho problemi di sorta – non è solidarietà.

A due persone su tre non importa nulla dell’altro (migrante, donna, omosessuale, diverso per qualsiasi ragione), bada al suo orticello, il mondo finisce con la sua siepe e si sente parte di qualcosa solo se c’è qualcuno cui essere contro. Quella che prima era una sensazione ora è una certezza. E ora, armata di questa certezza, è come se camminassi nel mondo ridestata da una specie di dormiveglia, di sonno quasi anestetizzato. Da oggi  invece di meravigliarmi del silenzio dei molti, sarò invece felice e grata quando mi capiterà di riconoscerci tra simili, quando per una volta non sarò io quella che risponde all’ennesimo commento razzista, quando per una volta non sarò io a mettere a tacere la battuta sessista, ma un’altra persona.

Se vi capiterà di trovarla una persona così (sull’autobus, dal dottore, dal fruttivendolo) invitatela a bere un caffè, fate la sua conoscenza, fatevi riconoscere: è vostra alleata in questa Italia in cui abbiamo capito di essere dalla parte sbagliata. E i numeri parlano proprio chiaro: quella persona è merce rara.

Genere e Dio

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Sentire le parole della teologa cattolica Selene Zorzi che raccontano di Dio anche tramite le sue “viscere di misericordia”, che altro non sono che un utero, è stata per noi un’esperienza potente.

Se volete ascoltare una voce interna alla Chiesa che parla di genere con contezza e svela un Dio che nulla parrebbe avere in comune con l’interpretazione patriarcale che ne è stata data, la puntata è qui.

Buon ascolto!

 

 

Cambiare le narrazioni intorno a gravidanza e maternità

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Ascoltando da tempo le problematiche di diverse donne relative al desiderio di avere un bambino e alla difficoltà di riuscirci ci sono due questioni che mi paiono ricorrenti, e che vanno ad aggiungersi alla sofferenza di questo percorso ad ostacoli: si tratta della solitudine e il “senso di colpa”, o meglio, la  sensazione di essere difettose, avere qualcosa che non funziona, essere in qualche modo responsabili della mancata gravidanza o di una gravidanza non portata a termine o portata a termine in maniera molto diversa da quello che ci si era immaginate. Queste sensazioni vanno ad appesantire una situazione già di per sé complicata e difficile, caricandola di ulteriore giudizio su die senso di solitudine.
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Quello che penso è che ciò dipenda dal fatto che cè una narrazione legata al tema della gravidanza e della maternità piuttosto falsa: ci raccontano che non cè nulla di più naturale per una donna che restare incinta e fare figli, così naturale da dare per scontato spesso che sia imprescindibile per la propria realizzazione personale, ma non solo: tutte quelle che non ci riescono vedendo introno a sé pancioni e famiglie piene di figli pensano spesso che le uniche a non “essere in grado” siano loro.
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Difficilmente però sappiamo il vissuto che cè stato dietro a quelle pance che vediamo, dietro ai figli delle altre: molto spesso anche lì cè stata sofferenza, tentativi, dolori solitari, solitudine, dimensioni che non trovano spazio per la narrazione. Si narra solo ciò che va bene, contribuendo a costruire un’idea di fecondazione, gravidanza e maternità edulcorata e non aderente alla realtà.
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Una narrazione diversa su questo tema delicato potrebbe aiutare a sentirsi meno sole, meno strane, meno sbagliate. L’idea è raccogliere in un libro storie di donne che hanno vissuto o stanno vivendo questo percorso sofferto, per raccontare e condividere e portare in luce l’altro lato della medaglia che è sempre in ombra e che invece dovrebbe emergere essere raccontato se vogliamo dare (e avere)  una visione completa di cosa si parla quando si parla di gravidanza e maternità
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Cosa pensate di questo progetto? Credete potrebbe essere utile? E se sì, vorreste partecipare condividendo un’esperienza ( che potrà essere poi narrata in forma anonima) o facendo arrivare l’idea di questo progetto a conoscenza di qualcuna che conoscete?
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Il filo rosso del tutto è la parola “delicatezza”, a partire dalla raccolta delle esperienze. Mi è molto chiara la difficoltà di rendere pubblico, seppur in forma anonima, questo vissuto. E il fatto di essere così restie a parlarne credo sia indice di quanto bisogno ci sarebbe di parlarne con le parole giuste.
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Delicatezza significa anche la possibilità di avvicinarsi reciprocamente a piccoli passi, prendendosi tutto il tempo di scoprire se questo progetto fa al caso vostro. E significa anche poterci ripensare, se non ci si sente a proprio agio, se dopo qualche chiacchierata conoscitiva si pensa che non sia il momento.
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Questa l’idea. Per tutte le ulteriori informazioni potete scrivere a mmemmeemmemm@gmail.com.
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Grazie a tutte.

All’improvviso

Camminare sovrappensiero per una strada della città e all’improvviso trovarsi davanti un banchetto di Forza Nuova circondato da forze dell’ordine e camionette.

Mi è successo quello che è successo all’ Italia: tutti a pensare ad altro e all’improvviso ecco i fascisti.

Libertà di importunare

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Il contenuto della lettera dal titolo “Difendiamo la libertà di importunare, indispensabile alla libertà sessuale” ha toccato temi che qui in Italia sono stati molto dibattuti, ovvero l’ipotesi che dopo il caso Weinstein si sia scatenata una caccia alle streghe molto puritana che prenderebbe di mira anche gli uomini responsabili solamente di essersi comportati in maniera goffa nel corteggiare una donna.

Si parla dunque di una “zona grigia”, in cui parrebbe esserci confusione nel distinguere ciò che è molestia da ciò che molestia non è.

Esiste questa zona grigia? Davvero per gli uomini è difficile distinguere quando un’attenzione è voluta e gradita da quando invece non lo è? Si possono mettere nella stessa lettera espressioni come “corteggiamento maldestro” e “non sentirsi traumatizzata tutta la vita se qualcuno le si struscia contro in metropolitana”?

Ne abbiamo parlato con riflessioni nostre e contributi tratti da diversi articoli, oltre che con le parole di Chiara Isoldi, presidente della Casa delle Donne per non subire violenza di Bologna.

Ci hanno accompagnato le musiche di Ani Di Franco.

Buon ascolto, la puntata è qui!

Annibali, Travaglio e l’importanza della delicatezza

imageLucia Annibali, avvocata sfregiata con l’acido da due uomini assoldati dal suo ex, ha puntato il dito contro le parole di Marco Travaglio che aveva precedentemente twittato

“la legislatura che sta per essere sciolta (si spera nell’acido) è stata una delle peggiori della storia repubblicana”.

La risposta di Annibali è stata

“Chi, come me, ha conosciuto gli effetti dell’acido, per sua sfortuna, si augura invece che questo non debba mai accadere a nessuno, nemmeno per scherzo”

Travaglio non solo non si è scusato ma ha rincarato la dose dicendo:

“Mi spiace che Lucia Annibali si sia offesa per il mio augurio semiserio che questa orribile legislatura venga sciolta nell’acido. Non sapevo che anche la parola ‘acido’ fosse stata proibita dall’Inquisizione del Politicamente Corretto. In attesa che l’Alto Tribunale comunichi quali vocaboli si possono ancora usare e quali è meglio di no (‘acidità di stomaco’, per dire, sarà offensiva?), il mio unico commento è che non ci sono più parole. Ma nel vero senso della parola”

Spiace che non si colga (o non si voglia cogliere) il cuore della questione, che non ha a che fare con “parole vietate” , ma con la delicatezza e il contesto.  E tanto più la delicatezza pare stia passando di moda, tanto maggiore è la necessità di riappropriarsene.
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Travaglio sa di avere uno stila caustico (mai come in questo caso la parola calza a pennello), ma alla scelta di uno stile deriva poi l’assunzione di  responsabilità.
Raramente le espressioni sono neutre e certamente l’espressione “sciogliere nell’ acido” nell’immaginario collettivo di base non richiama nulla di neutro: dubito che chi legge pensi alle lezioni di chimica delle superiori, credo che più probabilmente il richiamo sia a fatti di cronaca che hanno riguardato mafia, bambini, violenza di genere e donne. Sarebbe auspicabile che le parole non si scegliessero a vanvera, capisco che le sensibilità sono tante e che sia facile incorrere in degli scivoloni. Ma se qualcuno ti fa notare il fastidio e la violenza verbale insita in una tua espressione, perché continuare difendendo a spada tratta la propria posizione e chiamando in causa la censura? Se le parole scelte feriscono e una persona nota a tutti proprio per una di quelle parole si dice risentita, perché fare l’offeso? Si potrebbe chiedere scusa e dire che non si pensava di offendere nessuno: così facendo non solo si sarebbe fatta una migliore figura, ma si sarebbe dato un esempio utile di questi tempi.
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Ragionare e ripensare al linguaggio è molto faticoso, ma è un atto essenziale, ci porta a renderci conto della portata delle parole, di tutte, in particolare di quelle che diamo per scontate, dato che anche (e direi soprattutto) le parole scontate veicolano sempre e comunque concetti e immaginari. E non capisco perché secondo alcuni (Travaglio compreso) una maggior attenzione alle parole scelte debba automaticamente fare rima con “mancanza di libertà di espressione” e una minor attenzione alle parole sia invece da applaudire come qualcosa di positivo.
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Peccato che si sia persa un’ottima occasione di far sapere al pubblico che sì, si può ancora chiedere scusa, non solo: lo si può fare anche quando l’intento originario delle nostre parole non era quello di ferire, quando la ferita è stata “solo” un effetto collaterale. Si può tornare sui propri passi, si può dire “ho sbagliato”, “mi dispiace”, “non volevo”. 
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Credo fermamente che avere più delicatezza e sensibilità ci possa rendere persone migliori.
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La questione è chiederci se vogliamo essere quel tipo di persone.
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Fascismo e buon Natale

rescuetree21Ho iniziato a seguire ieri la pagina facebook Osservatorio Democratico Sulle Nuove Destre. Mi ritenevo una persona con una percezione discretamente realistica di come il fascismo stesse gonfiando il petto a destra e manca senza particolari conseguenze. Ma le notizie che sto leggendo in una sola giornata mi lasciano esterrefatta. Fatevi un regalo: seguite la pagina, se non lo fate già. E buon Natale.

La rivoluzione nel bicchiere del tè

Bustine-di-teMolti anni fa abbiamo trascorso l’ultimo dell’anno portando tè caldo, cioccolata e dolci ai senza tetto nelle strade di Bologna. L’idea nacque così, spontaneamente, in un gruppo di amici che – allora come adesso – credevano che un mondo migliore fosse possibile. È stato uno dei più bei 31 dicembre che ricordi: in un gesto semplice c’era tutta la potenza del riconoscersi vicendevolmente come parte della stessa umanità. In un sistema distorto che si nutre di terrore, paura e diffidenza un tè in un bicchiere di plastica che passa da una mano all’altra creando un filo rosso tra chi offre e chi accetta ha un che di rivoluzionario. E il sindaco di Como lo sa benissimo.