Quel che ho da dire sullo scherzo a Emma Marrone

images-20

Se uno per farti uno scherzo ti facesse male, ad esempio ti tirasse dei cazzotti in pancia, tu chiedessi di smettere e lui continuasse, e ancora e ancora, non sono certa che si risolverebbe tutto svelandoti che era uno scherzo e dubito che nella puntata in cui questo bellissimo scherzo venisse mandato in onda si riderebbe tutti come matti.

Il problema è che non siamo abituati a riconoscere alle molestie sessuali la stessa gravità di un pugno in pancia, lo stesso male.  Mentre guardavo il video dello scherzo a Emma Marrone e le donne presenti che assistevano allo scherzo ridendo di gusto, mi chiedevo cosa, esattamente, ci trovassero da ridere.  Mi chiedevo perché stessero ridendo di un episodio spiacevole che quasi sicuramente anche loro hanno subìto nella vita. E pensavo che se quelle stesse donne durante il programma si fossero infuriate al grido di “Bello scherzo di mer*a!”, ora ci staremmo raccontando un’altra storia. Ma per cantare fuori dal coro ci vuole consapevolezza, ci vuole la capacità di riconoscere e superare il maschilismo dentro di noi. Che si nasconde anche dietro una risata fatta per fare buon viso a cattivo gioco, per non deludere il pubblico, che certo non si aspetta di vedere quattro donne incazzate nere di fronte alla spettacolarizzazione della violenza.

Le molestie sono un qualcosa con cui tutte noi ci siamo fronteggiate: qualcuna fortunata racconterà “solo” di manate sull’autobus, altre (e molte) racconteranno di peggio. Magari non lo sapete che alle vostre amiche è successo, perché non sempre sono cose che si sbandierano volentieri. Spesso vengono vissute con imbarazzo, con vergogna, con senso di colpa.  Immaginatevi una ragazzina che le ha subite, magari una fan di Emma. Vede il suo idolo subirle e arrabbiarsi e magari in quell’istante sente che potrebbe raccontare, denunciare, ribellarsi. Poi continua a guardare e cosa vede? Che tutto passa con una risata. E fattela una risata ragazzina che ha dovuto subire palpeggiamenti non voluti da uno sconosciuto (o magari da qualcuno di conosciuto)! Eccole le molestie, le sbattiamo in TV: se tutti stanno lì a ridere vorrà dire che non è successo niente di grave. Sì, il web si indigna (o meglio, una parte di web), ma nessuna testa cade, nessun mea culpa, nessuna presentatrice licenziata, nessuno che chieda scusa.

Siamo noi che non capiamo l’ironia? Ridereste per l’uomo preso a cazzotti di cui sopra? Se la vostra risposta fosse sì, credo siate consapevoli di essere persone orribili. Se fosse no, mi pare chiaro che piuttosto che essere noi a non capire l’ironia, siate voi a non capire noi. A voi la scelta tra le due. E in ogni caso, no: non ci fate una gran figura.

Francobolli a uno sconosciuto

100-lire-filigrana-stelle

“Is there any stamp museum?” mi chiede Z.  mentre appoggio la tazzina da cui ho appena finito di bere il caffè preparato da M., sua madre. Ci penso su e mi accorgo di non averne la benché minima idea.

Z. è un ragazzo siriano e questo aggettivo dovrebbe bastare a far capire perché si trovi in Italia invece di essere nella sua città natale a studiare i pochi esami universitari che gli mancano per terminare il suo corso di studi, o a giocare a scacchi coi suoi amici, o a insegnare chimica e fisica nella scuola in cui lavorava mentre studiava.

“Quando siamo partiti per il Libano” mi dice in inglese, la lingua che pur non essendo madre di nessuno dei due è il ponte che usiamo per far scivolare parole comprensibili  dall’uno all’altra “ho preso alcune cose da casa. Non ho pensato più di tanto ai vestiti, o alle scarpe: quelle sono cose che si comprano, non sono importanti. Ho preso dei libri , dei quaderni. Ho preso delle foto. Ma ho lasciato là la mia collezione di francobolli. Ne avevo moltissimi, li collezionava anche mio padre, ce n’erano alcuni vecchi di settant’anni”.

Collezionare francobolli è un’attività che non mi è mai interessata. Non provo nessun interesse per il collezionismo in generale, a dire il vero. Probabilmente per il mio spirito ancora tendenzialmente nomadico, dato che penso sia un’attività che ha a che fare con un’idea di stabilità: il collezionare necessita di posto proprio in cui riporre gli oggetti del caso, che si tratti di un mobile in cui poggiare un raccoglitore per i francobolli, o delle pareti per i quadri, delle librerie per i libri, delle mensole per le palle di vetro con acqua e neve.

In tutto l’orrore che la guerra può produrre, non so bene perché, in questi giorni è l’immagine di quel raccoglitore che occupa il maggior spazio nella mia mente, quando penso a quel conflitto. Vedo le mani di un padre (che non c’è più) e di un figlio che lavorano, forse in momenti diversi, forse insieme, per creare quella collezione. Immagino quelle mani che inseriscono lettere, cartoline arrivate da chissà dove e inviate  da chissà chi. Penso alle giornate quiete, normali, abituali in cui capitava di riuscire ad aggiungere un nuovo francobollo alla collezione, a quelle mani che andavano a prendere il raccoglitore dentro a un mobile o sopra una scansia, lo aprivano e aggiungevano l’ultimo arrivato.

Uno magari non sa perché colleziona un determinato oggetto, né che ne farà di ciò che sta collezionando, ma suppongo si immagini sia qualcosa che lascerà ai figli, ai nipoti, non tanto perché debbano avere necessariamente lo stesso interesse, ma più che altro come ricordo, magari un po’ eccentrico, di ciò che si è stati, di ciò che è piaciuto. Magari Z. immaginava di far sfogliare quell’album a suo figlio, a suo nipote, dicendo “Pensa, questi sono i francobolli che ha collezionato mio padre, hanno più di cent’anni!” e  l’informazione avrebbe nutrito l’ immaginazione di quel bambino, aiutandolo a creare un’ idea tutta sua del bisnonno.

Quel raccoglitore ora è sotto un cumulo di macerie. Chissà se se ne vede un angolo affiorare tra i calcinacci delle pareti crollate. Chissà se per quelle strade passa ancora qualcuno che potrebbe vederlo.

C’è un’idea che mi è venuta in mente. Ha a che fare con il provare a far ricominciare a Z. il suo collezionismo. Ha a che fare con un gesto bellissimo e ormai raro come quello di mandare lettere o cartoline. Ha a che fare con piccoli gesti di gentilezza che uniscono persone che non si conoscono.

Se siete interessati fatemi sapere.

Quella cosa intorno al collo

Quella cosa“Era giunta alla convinzione che essere genitori in America fosse un destreggiarsi fra ansie prodotte dall’eccesso di cibo: la pancia piena dava agli americani il tempo di preoccuparsi che i figli fossero affetti da una malattia rara di cui avevano appena letto, li faceva pensare che avessero il diritto di proteggere i figli da delusioni, mancanze e fallimenti. La pancia piena concedeva loro il lusso di autocompiacersi di essere buoni genitori, come se prendersi cura di un figlio fosse l’eccezione e non la regola”.

#LottoMarzo e la fatica di staccarsi dal lavoro di cura

makers_womenunite1970_tx800
L’avevo già percepito al tavolo tematico di Non Una di Meno a cui ho partecipato, quando nella seconda delle due giornate dello scorso febbraio ci siamo messe a ragionare sullo sciopero e a elencare in che modo ognuna di noi avrebbe aderito.

I primi interventi parlavano di questa giornata come un giornata di sensibilizzazione: qualcuna avrebbe dedicato le lezioni al tema della violenza contro le donne, all’educazione senza stereotipi, qualcuna avrebbero chiesto la collaborazione dei commercianti del suo paese per diffondere la notizia e sensibilizzare, ma non voleva chiamarlo sciopero “perché è un termine che fa paura e allontana”. C’era chi diceva che lavorava al nido e non avrebbe scioperato per non far venire meno quel percorso educativo costruito giorno dopo giorno con bambini e bambine, per non creare problemi alle colleghe, disagi ai genitori. E ancora oggi su Facebook leggo post di persone che appoggiano lo sciopero, ma non sciopereranno.

A me e alle amiche che erano con me, molte delle quali con lavori con pochissime tutele e contratti assurdi, ha fatto molto effetto sentir dire dalla voce di chi ha il diritto di sciopero che farà questo e quello, ma non sciopererà. Allora vorrei dirlo chiaro e forte: il senso di questo 8 Marzo 2017 non è quello di creare una giornata in cui sensibilizzare facendo lezioni ad hoc. Abbiamo tutti gli altri 364 giorni a disposizione per sensibilizzare a lezione: questa è la giornata in cui non fare lezione. In questa giornata non è possibile salvare capra e cavoli, dire di sostenere lo sciopero e poi andare a lavorare, magari vestite di nero e con un fiocco fuxia diffondendo qualche volantino stampato a proprie spese.  Sappiamo benissimo in che mondo del lavoro viviamo, quanto possa pesare la giornata decurtata dallo stipendio, le possibili ritorsioni, il senso di solitudine sul luogo di lavoro, ma è necessario avere  coraggio.

Sciopero sarà anche una parola che fa paura a qualcuno, che forse non dirà più niente a molti, ma di sciopero si tratta, non di altro. E sciopero significa incrociare le braccia. Creare problemi, disagi. Significa mettersi al centro almeno per un giorno, pensare prima a noi e non ai propri studenti, ai possibili disagi delle altre famiglie e nemmeno ai possibili disagi della nostra famiglia. Siamo chiamate ad incrociare le braccia nei confronti di tutti i lavori, quelli pagati e quelli non, quindi anche nei confronti del lavoro di cura quotidiano.

Questo crea un problema? Certo: crea un enorme problema. Ed è questo il senso di questa giornata. Le nostre vite contano. Il nostro lavoro conta, ma il nostro lavoro tutto: anche quello dentro casa che, udite udite, non è un destino e non è scontato, tant’è che potremmo anche non farlo. Guardateci: ora incrociamo le braccia. Che succede se non lavoriamo né dentro né fuori casa?

“Sciopero è una parola che fa paura”. “Sciopero è una parola che al giorno d’oggi non vuol dire più niente”. Esattamente quello che si dice della parola femminismo. Questo 8 Marzo potrebbe essere una giornata epocale, ma lo sarà sulla base di ciò che ognuna di noi sceglierà di salvare: o la capra o i cavoli.

Verso #LottoMarzo

tumblr_n4wywugsco1rjnzdho1_12801

Fonte foto: NonUnaDiMeno

Mi raccontano di Comuni della provincia in cui sciopereranno tutt* per 3 ore. Di riunioni coi genitori di asili nido per spiegare le ragioni dello sciopero. Di uomini che diffondono la notizia. Ci sono donne che mi dicono che aderiranno senza ombra di dubbio. E che ne parleranno con le loro amiche “che credono di essere libere ed emancipate ma dai loro racconti della vita di tutti i giorni si capisce che non è così”. Aumentano i sindacati che lo sostengono. Gli articoli di giornali che ne parlano.

Si diffonde, piano piano questo sciopero globale che è partito dal basso e in basso lavora, si organizza, si promuove, convince, coinvolge. Tutto questo è bellissimo. Mi fa sentire parte di qualcosa di grande, di giusto, di bello, di forte.

Sono in trepidante attesa di questo 8 Marzo.

Guance rugose e margherite salvifiche

nature-768458__340

L’effetto che mi fa leggere “li brucerei” e “io sono una buona persona” nella stessa frase è quello di uno schiaffo in pieno viso, dato a mano aperta.

Ci sono momenti in cui la banalità del male ti piomba addosso in maniera violenta, ti schiaccia, facendoti sentire impotente, quasi come se tutto fosse perduto. I funesti presagi dello scenario internazionale, gli ignobili individui che gettano fuoco sulla paura delle persone coltivandone l’intolleranza portano a chiedersi dove sia possibile ripararsi, fuggire, per essere al sicuro da questa violenza, da questo abbrutimento culturale che sembra assediarci.

Oggi pomeriggio mia nonna, costretta in casa negli ultimi mesi dell’aggravarsi esponenziale della sua instabilità motoria, ha potuto finalmente uscire e godersi il sole grazie alla sua nuova sedia a rotelle. Mentre passeggiavamo mia sorella ha raccolto una margherita e gliel’ha messa fra le dita. Lei l’ha annusata: ha detto che era bella, anche se non faceva profumo. E nonostante le sue mani rispondano a fatica ai suoi comandi, è riuscita a portare il fiore all’altezza del viso per sfiorarsi le guance con i suoi petali. Felice per quella sensazione  che forse pensava di non poter provare più, sul suo volto è apparsa una luce che non le si vedeva da tempo.

Quel gesto, che so esserle costato molta fatica, è stato di una bellezza commovente. In quella bellezza oggi trovo rifugio dalle brutture del mondo.

A colei che mi ha fatta uscire dalla stanza

bed-174839__340

Spesso, quando mi trovo a spiegare cosa siano le questioni di genere, mi capita di usare un’immagine: quella di una stanza con le pareti dipinte di azzurro.

Immaginate di essere nate e cresciute in una stanza con le pareti dipinte di azzurro. Crederete che quel colore sia la normalità, che tutto il mondo sia fatto di stanze con pareti azzurre. Fino a quando qualcuno entra, vi prende per mano e vi accompagna fuori. Allora non solo scoprite che l’azzurro non è l’unica scelta possibile per quelle pareti, ma anche che possono esserci altri modi di abitare o ripararsi, che le pareti possono essere fatte  di materiali diversi o addirittura potrebbero pure non essere necessarie.

Ieri è morta Anna Rossi Doria, colei che mi ha fatta uscire dalla stanza. Mi ha portata a vedere cosa ci fosse fuori, un’ora dopo l’altra, in quella che nel corso di laurea si chiamava “Storia delle donne in età contemporanea”, ma che lei ci disse essere una dicitura non corretta, perché non si stava facendo una storia delle donne, separata da quella degli uomini: piuttosto si sarebbe dovuta chiamare “Storia di genere”, perché era delle attribuzioni culturali dei ruoli che si stava parlando. Con l’auspicio che un giorno non fosse più necessario un corso “altro” e che si potesse chiamare finalmente “Storia” una disciplina in cui metà dell’umanità non fosse più assente.

E così, nel corso delle sue lezioni, si sgretolarono le verità assolute, come quella della generica bontà delle donne, smentita ad esempio dai focus sul ruolo attivo delle donne nel nazismo .

Ci si fece domande su concetti assodati, come quello della virilità. Cos’è la virilità? E soprattutto: perché è molto facile sentire frasi come “comportati da uomo! dimostra di essere un vero uomo!”, mentre ad una donna non si chiede mai di dimostrare di essere “vera” e si dà per scontato che lo sia? E perché la performance della virilità sembra passare dal rinnegare tutto ciò (comportamenti, inclinazioni) che è ritenuto femminile?

Si scoprì che quello delle donne durante la Resistenza non fu un “contributo”, come ce lo raccontarono a scuola in un trafiletto grigio a lato della storia importante – quella fatta dagli uomini ovviamente – ma che senza le donne non ci sarebbe stata nessuna resistenza. Ci si fermò a riflettere sulla scelta volontaria di chi, tenuta da sempre lontana dalla politica e non obbligata come gli uomini a scegliere tra leva obbligatoria e clandestinità, divenne partigiana. E ci si amareggiò nell’ascoltare che a liberazione avvenuta tutte queste storie furono occultate, a partire dalle sfilate nelle piazze liberate, sfilate in cui alle donne fu proibito di partecipare.

Ogni lezione una scoperta, una prospettiva nuova che ridimensionava quella stanza azzurra e che non solo mi ha dato la capacità di vedere che c’era un mondo altro già nel mondo in cui vivevo, ma ha fatto molto di più. L’azione di svelare qualcosa che fino a quel momento era nascosto ai nostri occhi può avere due effetti opposti:  essere un’esperienza illuminante o risolversi in un trauma. Dipende da come lo svelamento viene gestito, se vengono forniti strumenti adeguati alla comprensione o se dopo che il velo è stato sollevato si viene abbandonate a se stesse nella nuova complessità del mondo.

Per me si è trattato di una vera e propria illuminazione, perché nell’uscire da quella stanza ho portato con me due abilità: senso critico e capacità di analisi. Doni preziosi costruiti pazientemente spiegazione dopo spiegazione, pagina dopo pagina, libro dopo libro, che mi permettono oggi di vedere la vita da una prospettiva diversa e  allo stesso tempo di comprendere ciò che la nuova prospettiva di volta in volta mi svela . Non credo di essere in grado di pensare per me stessa a doni più belli.

Le tematiche di genere fanno paura perché ci dicono che quel che abbiamo sempre creduto essere naturale in realtà è solo abituale. Ci fanno paura perché gli stereotipi semplificano la complessità: quello è da maschio, quello è da femmina, se sei maschio fai così, se sei femmina fai colà. Le donne sono sempre state in casa a pensare ai bambini, gli uomini al lavoro e nella cosa pubblica. Questo è bene, quello è male, le stanze o sono azzurre o non sono.

Gli stereotipi che prendiamo per verità ci risparmiamo domande e ragionamenti, ci danno una stanza azzurra in cui chiuderci per ripararci dalla complessità del mondo, facendoci credere che quello sia il mondo. Ma per quanto timore abbiamo, per quanto vogliamo ostinarci a restare nella stanza, quella stanza non è il mondo: è solo una stanza.

E io sarò per sempre grata a colei che da lì mi ha fatta uscire.

 

 

La giornata della memoria corta

miriamcoverC’è uno splendido libro di Majgull Axelsson che racconta la storia di Malika, adolescente rom che nel corso della deportazione da Auschwitz a Ravensbruck assume l’identità di una ragazza ebrea di nome Miriam. A liberazione avvenuta le è chiaro che la finzione che le ha permesso di sopravvivere all’inferno dei campi di concentramento  dovrà continuare per tutta la vita: anche nella civilissima Svezia in cui si trasferirà e in cui riceverà un’ottima educazione, si sposerà e diventerà madre e nonna, essere una sopravvissuta ebrea sarà di gran lunga meglio che essere una sopravvissuta rom. Malika vive così la vita riservata a Miriam, fino al suo ottantacinquesimo compleanno, giorno in cui circondata dalla famiglia all’improvviso dice “Io non mi chiamo Miriam”, frase che dà il titolo al libro.

La storia di Malika – Miriam ci parla di tentativi di rimozione, delle identità da cui si fugge e verso cui si torna, di vite umane considerate talmente misere da non valer la pena di essere ricordate. Racconta di sopravvissuti di serie A e serie B, di come a guerra finita l’orrore non fosse stato sufficiente ad insegnare il rispetto per la diversità e il diverso fosse accolto e risarcito solo a patto che non fosse poi così diverso.

“[…] Sì, le era stato offerto un risarcimento dopo la guerra, e sì, Olof si era indignato e aveva preteso che lei rinunciasse. E Miriam si era adeguata. Dunque può nascondersi dietro di lui, ma la verità è che non l’aveva fatto per mostrarsi una moglie ubbidiente. E nemmeno per paura che le sue menzogne venissero smascherate. L’aveva fatto per una sorta di lealtà alla rovescia nei confronti del suo popolo. Ai rom non era stato offerto nessun risarcimento. Non erano stati sterminati per ragioni razziali, avevano spiegato le autorità tedesche dopo la guerra, ma perché erano criminali. Fino all’ultimo. Anche le quattordicenni come Anuscha e i bambini come Didi. E gli onesti argentieri come il padre di Malika. Ed era stato per loro che Malika aveva strappato la lettera arrivata dalla Germania”.

E così oggi la nostra Giornata della Memoria ci ricorda quanto questa memoria sia corta, non si può pensare altro guardando le strazianti foto dei migranti in fila sotto la neve a Belgrado per un pasto caldo. E ci ricorda anche quanto questa memoria sia parziale e selettiva, ritenendo degne solo alcune differenze e arrogandosi il diritto di disprezzarne altre.
.
Fa male constatare che oggi come allora siamo incapaci di vedere a cosa possano portare i fascismi e le intolleranze quotidiane. Ricordiamocelo quando fra qualche decennio qualcuno chiederà – come ci chiedemmo noi qualche decennio fa – “Ma come è stato possibile non capire? Non sapere? Non immaginare dove si sarebbe andati a finire?”
.
Pare che non sia nient’altro che questa la banalità del male: avere davanti agli occhi e non vedere. Avere davanti agli occhi e non solo girarsi dall’altra parte, ma puntare il dito contro. Nel silenzio assordante di chi dovrebbe dire qualcosa e invece tace.

Servi e capitani

L’altra sera, mentre cenavo fuori con mia madre e mia sorella, ecco arrivare al tavolo di fianco a noi un gruppo di genitori più bambini, che si dispone in questo modo: uomini tutti da una parte, donne tutte in mezzo e poi i bambini (“naturalmente” dalla parte opposta rispetto agli uomini, “naturalmente” vicini alle mamme). Chiassosi, tutti: grandi e piccoli. Bambini di cinque anni a cui appena seduti è stato dato in mano il tablet, con giochi a cui non si sono nemmeno presi la briga di togliere la suoneria. Ma come aspettarselo quando la stessa ala  (anagraficamente) adulta  non faceva altro che ascoltare canzoni e video rumorosissimi in vivavoce dai propri smartphone? Musiche e schiamazzi erano tali da non farmi sentire quello che dicevano le mie commensali.

Ieri nel corso di un progetto sulle scienziate che ho tenuto in una scuola media della provincia di Bologna, mentre i ragazzi e le ragazze lavoravano divisi in gruppi, la professoressa mi ha detto “Sono ragazzi brillanti, hanno un’ottima testa, peccato che non siano abituati ad usarla. Più del ragionamento usano l’intuizione, sono bravissimi e velocissimi nell’utilizzo dei programmi, sanno usarli sì, ma non sono in grado di riprodurli: dipendono interamente da qualcosa che altri hanno creato per loro. Saranno dei perfetti esecutori, dei servi perfetti”.

In Italia l’1% della popolazione detiene il 25% della ricchezza complessiva. Come disse Mujica quando lo sentii a Ferrara “Viviamo nell’epoca in cui le macchine e la tecnologia potrebbero rendere la vita più facile a tutti, ma quello che succede è che la ricchezza, come sempre, finisce nelle mani di chi possiede le chiavi di quella tecnologia: a vantaggio di pochi, a discapito di tutti gli altri”.

Ho visto “Captain Fantastic” la settimana scorsa, un film che mi ha emozionata dall’inizio alla fine. È la storia di una famiglia che alleva i suoi figli nel bosco, insegnando loro la meditazione e lo lo yoga, la storia, della letteratura, le lingue, l’anatomia, ma anche a coltivare e procacciare il cibo, insieme all’importanza della musica e delle arti espressive. Il tutto scandito da constante e a tratti duro allenamento fisico. È stato l’unico film che mi ha fatto venire voglia di fare figli (e chi passa ogni tanto di qui sa bene quanto sia difficile che succeda). I temi dell’educazione, delle scuole alternativa a quella statale, i ragionamenti sulla giustezza o meno della disciplina, sulla differenziazione tra autorità e autorevolezza per quel che riguarda l’insegnante, tra motivazione e obbligo per quel che riguarda lo studio mi hanno sempre coinvolta molto. Avendo familiari e amiche che lavorano nella scuola statale, avendo avuto a che fare per tanto tempo con ragazzini che avevano bisogno di un sostegno extrascolastico, vedendo da vicino l’esperienza di chi ha scelto percorsi di educazione alternativa e avendo parlato con diverse persone in vari ecovillaggi rispetto alle scelte più disparate (educazione paterna, familiare, libertaria, montessoriana, statale), ho potuto ritrovare nel film molte delle questioni su cui ho riflettuto in questi anni.

Ogni volta che vado nelle scuole a portare i miei progetti tocco con mano quanta voglia abbiano bambini e bambine, ragazzi e ragazzi di essere messi di fronte a domande che non si erano mai posti, che spesso permettono loro di trovare soluzioni (o iniziare a indagarle) su problemi che percepiscono ma a cui non sanno dare un nome, né una spiegazione. I momenti che amo di più sono quelli in cui colgo nei loro sguardi che piano piano stanno mettendo in fila le informazioni, la luce sta arrivando, la comprensione è vicina. Spesso nei questionari di gradimento scrivono “Grazie per avermi aperto la mente”.

Se mentre otto persone nel mondo detengono la stessa ricchezza del 50% della popolazione  noi stiamo qui a farci la guerra tra poveri, chiudere le frontiere e incolpare gli stranieri per il nostro impoverimento, questo dipende dalla totale assenza di cultura diffusa, dalla completa incapacità di  ragionare con la nostra testa. Viviamo in un mondo di sovra-informazione, in cui non sappiamo più distinguere una bufala da una notizia reale, crediamo che leggere i post su facebook significhi formarci e uscire dall’ignoranza, quando in realtà facebook permette all’ignoranza che abbiamo scelto di rimanere tale, selezionando cosa farci vedere a seconda di ciò che ci piace, il che significa che  se mettiamo un like ad un articolo che parla di una pietra che tenuta in camera cura il cancro, ci verrano fatti vedere altri articoli simili, generando in noi la convinzione che ciò che leggiamo sia vero e di essere nel giusto a pensarlo.

Solo la cultura può generare in noi il senso critico, la capacità di analisi necessaria a non essere solo esecutori, a saper mettere le mani nelle informazioni che riceviamo. E la cultura costa fatica. La lettura dei classici costa fatica, rifare un’equazione che non siamo riusciti a sviluppare al primo colpo costa fatica, il solfeggio costa fatica. Indagare e mettere alla prova i propri pensieri, scrivere e cancellare se il discorso non fila, correggere gli errori quando ci sono, tutto costa fatica.

Questo mi è piaciuto del film: la grande importanza che viene attribuita alla conoscenza, allo studio, alla formazione. Il messaggio è chiaro: per creare un’alternativa bisogna conoscere l’esistente. Solo così si potrà essere liberi: liberi da chi ci darà una lettura della società preconfezionata utile solo al proprio tornaconto, liberi da chi chiederà il nostro voto promettendoci l’impossibile. Liberi anche da chi si proporrà a noi come il cambiamento che cerchiamo, quando invece non potrà cambiare nulla, se non in peggio.

E in un mondo in cui ci dicono che con la cultura non si mangia, che per trovare lavoro bisogna fare i programmatori o studiare economia, che una laurea in filosofia non serve a nulla, un film così andrebbe assunto prima e dopo i pasti.

“I nostri figli potrebbero diventare re filosofi e questo mi rende felice”.

 “Captain Fantastic”

Uomini: cosa vi piacerebbe fare se non fosse considerato “da femmine”?

men-knit

Men Knitting – fonte

Leggo oggi questo articolo sull’Independent : si racconta di un thread su Reddit  in cui un utente chiede:

Quali cose vorresti fare se non fossero considerate “da femmine” o “socialmente inaccettabili”?

Impressionante il numero di commenti: scorrendone alcuni tra i più di 9000 registrati fino ad oggi (il thread è stato aperto 3 giorni fa) si trova di tutto: chi dice che vorrebbe imparare a fare a maglia, chi confessa che dopo aver provato una maschera per il viso vista fare dalla sua compagna non è più riuscito a farne a meno, chi racconta che alle superiori avrebbe voluto sedersi con le gambe accavallate perché stava comodo, ma i commenti e le battute dei compagni l’hanno spinto a non farlo. C’è chi vorrebbe drappeggiarsi di velluto, chi vorrebbe usare i pantaloni per yoga “da femmine” perché gli sembrano infinitamente più comodi, chi come insegnante maschio è dispiaciuto che alle insegnanti donne sia permesso abbracciare e consolare i piccoli studenti che piango, mentre se questo gesto fosse fatto da lui verrebbe travisato.

Ancora una volta ci troviamo di fronte alla conferma che non esiste praticamente nulla “da maschio o da femmina”, e l’elevatissimo numero di risposte ci racconta che non solo quella della classificazione binaria in maschile e femminile non è altro che una gabbia culturale, ma ci dice anche che gli uomini hanno voglia di parlarne, magari protetti dall’anonimato di un nickname, ma la voglia c’è.

Questo articolo mi fa pensare a quando, alcuni anni fa, mi stavo cimentando con l’uncinetto e un giorno lo feci vedere ad una quinta elementare, durante l’intervallo. Le bambine si affacciarono alla cattedra, distratte, osservarono e corsero in corridoio a giocare. I bambini invece furono rapiti da quel susseguirsi di movimenti e intrecci e da tutte le figure che ne potevano risultare. Qualcuno volle anche provare.

Mi chiesi cosa sarebbe successo se andando a casa avessero raccontato ai genitori della nuova attività sperimentata ed ero abbastanza sicura che non l’avrebbero presa bene. Non dico che li avrebbero sgridati o che – addirittura – sarebbero venuti a chiedere spiegazioni (i tempi del fantasma gender erano ancora da venire, oggi credo sarebbe stato possibile…), ma penso avrebbero fatto capire che non era cosa per loro, in quello stesso modo in cui viene fatto capire ai maschi, fin da piccoli, che certe cose sono da “femminucce”. Non servono sgridate, a volte nemmeno parole. È sufficiente quello sguardo di biasimo che tutti, ad un certo punto della nostra infanzia, abbiamo imparato a decifrare.

Forse mi sbaglio, forse sono prevenuta, ma in cuor mio mi auguro che l’argomento non sia stato discusso a casa, in modo che quel piccolo seme di rottura degli stereotipi abbia potuto depositarsi tranquillo nei loro cuori.

E che stia aspettando la giusta stagione per germogliare.