Tanta paura di Minnie

MinnieUna settimana fa una mia amica mi racconta di essere stata redarguita all’asilo nido per aver messo un vestito “femminile” a suo figlio di 10 mesi. Il capo incriminato altro non era che una salopette di jeans con ricamata Minnie. Non una Minnie piena di paillette e fiocchi rossa, una Minnie sobria sobria, talmente sobria da sembrare Topolino.

Il fatto che per un’educatrice di un nido di una città del nord Italia questo e altri comportamenti (calzini antiscivolo rosa della sorella maggiore, che orrore!) fossero problematici ci è sembrato un ottimo spunto per interrogarci e ragionare insieme sul perché ci sia questa paura terribile rispetto ai bambini vestiti con abiti “femminili” (tra virgolette non a caso, visto che ognuno ha il suo concetto di “abito femminile”, che varia da persona a persona e anche a seconda dello spazio e del tempo).

Ne è uscita una bella chiacchierata insieme a Giacomo dell’Associazione Maschile Plurale e alcune riflessioni tra noi in studio.

Le nostre potete sentirle qui, il piacere sarà grande se vorrete aggiungere le vostre.

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Femminismo on air again!

53320wideDopo un’assenza durata un anno si torna a parlare di femminismo in radio.

La radio è Radio Città Fujiko e la trasmissione è Frequenze Sui Generis. La prima puntata ha visto i contributi di persone comuni alla domanda “Se vi dico femminismo cosa ti viene in mente?”: decisamente interessanti la molteplicità di risposte che potete ascoltare nel podcast qui.

È una trasmissione di approfondimento a cui è possibile (anzi, consigliatissimo!) contribuire con domande, proposte di temi, segnalazioni di eventi.

Stay tuned!

Anche questa è violenza

fiore-strappato-458x278Qualche giorno fa sono andata ad una visita senologica, inserita in un progetto di prevenzione gratuito.

Mi accoglie un dottore attempato, con un modo di fare che comunicava fin da subito una certa sicurezza di sé al limite dell’arroganza.

Iniziamo la mia anamnesi con le domande di routine. Arrivata a quella sul ciclo rispondo di avere un ciclo irregolare e tendenzialmente doloroso. L’uomo mi guarda un po’ di traverso e mi chiede “E la pillola, no? Non abbiamo pensato di prenderla?” con un tono giudicante e quasi canzonatorio, il tono di chi nel farti la domanda ti sta dicendo che quella sarebbe anche la risposta giusta.

Gli dico che non ho intenzione di prenderla a causa degli effetti collaterali e lui alza il sopracciglio, quasi in tono di sfida, chiedendomi “E quali sarebbero questi effetti collaterali?”

La sensazione è di essere ad un esame, anzi peggio: ad un interrogatorio in cui l’interrogante dubita chiaramente della tua versione dei fatti. Eppure è tutto vero, ricordo bene tutti i fastidi, ma in quel momento rispondo con un generico “problemi cardiocircolatori” a cui lui ribatte “Ma di quali problemi cardiocircolatori sta parlando?” quasi deridendo la mia risposta. So bene che esiste un termine medico specifico che avrei dovuto usare, ma la situazione grottesca in cui mi ritrovo, ovvero avere di fronte a me un medico che invece di consigliarmi si pone come se sapesse meglio di me le mie sensazioni e i problemi avuti, mi confonde i pensieri.

Mi riprendo dalla confusione temporanea e ribatto “Insomma, magari non è quello il nome esatto del problema, ma lo sa anche lei che ci sono delle controindicazioni!”. Mi risponde nominando i trombi e a quello io aggiungo i problemi di gonfiore in generale: la cellulite che mi è venuta dall’assunzione della prima pillola non sono mai più riuscita a mandarla via del tutto.

E qui arriva il bello. Un magnifico momento di mensplaining e bodyshaming concentrato in un piccolo ambulatorio per visite atte al benessere delle donne.

“Vede signora, il fatto è che tutte queste donne che lamentano di essere ingrassate bisogna poi vedere cosa fanno. La questione è chiara, ormai ci troviamo nella parabola discendente della nostra vita e ciò che la natura fa è deteriorarci, portarci alla morte. Allora la scienza combatte questa tendenza con la medicina e bisogna combatterla anche con un buono stile di vita, bisogna tenersi in forma. Perché tutti volete la pillolina magica che vi risolva il problema e non volete fare fatica, ma non è così che funziona, glielo dico io!”

Allibita da questa conversazione e pensando al fatto che questo qui fra pochi minuti dovrà sprimacciarmi le tette, lo guardo negli occhi e dico: “No, non sono d’accordo con quello che sta dicendo, non credo che la gente voglia la pillola magica. La gente in questi casi vuole più che altro essere ascoltata”.

“Lei parli per sé” mi risponde “Come ben immagina io di donne ne vedo tante e di tutte quelle che vedo posso dirle che di veramente in forma ce ne sono proprio poche! Allora una si lamenta che la pillola fa ingrassare: ma non è la pillola che fa ingrassare, fa ingrassare se una mangia troppo!”

E io, mentre ascoltavo quest’uomo spiegarmi gli effetti che non avrei dovuto avere rispetto ad un farmaco che lui non avrebbe mai preso nella sua vita e di cui non avrebbe mai e poi mai potuto sperimentare gli effetti sul proprio corpo,  mi immaginavo tutte le donne che andavano in visita da lui, pensando di trovarsi di fronte ad una persona competente e professionale e senza sapere invece di essere automaticamente inserite in una classifica di donne più o meno “in forma”. E pensavo anche al fatto che ho sempre l’impressione di vedere così tante donne belle intorno a me, e mi chiedevo quale fosse il suo metro di giudizio, certo diverso dal mio.

“Con la pillola il mio colesterolo era schizzato alle stelle” ribatto e lui taglia corto “Sì sì ma lì bisogna vedere caso per caso”.

“E mi dica” riprendo “come mai la pillola prevede queste finte mestruazioni? Che bisogno c’è di averle se non c’è ovulazione?”. E arriva un’altra risposta che di nuovo dipinge tutte noi donne come delle totali imbecilli “Beh siete voi che le volete, sennò non vi sentite normali, sa quante si lamentano se non vedono il sangue tutti i mesi?”.

“Beh adesso è lei che deve parlare per sé” dico, perché no, non lo so in quante si lamentino senza sangue, ma so invece molto bene quante siano quelle che si lamentano per quel sangue mensile completamente inutile quando assumono anticoncezionali.

Procediamo con la visita. Mi dice di togliere maglia e reggiseno e a differenza degli altri controlli fatti in quello stesso ambulatorio con altri medici, sorvola sulla parte “può spogliarsi dietro quella tenda”. Sarò particolarmente sensibile io, ma questa omissione la noto, eccome. È da quando sono entrata che mi sento chiaramente inserita all’interno di una relazione di potere: lui è il medico che sa quello che mi succede e lo sa addirittura meglio di me, nonostante le cose le abbia vissute io, le abbia vissute il mio corpo e abbia condiviso i racconti dei corpi di tutte le altre donne con cui tanto spesso ho parlato.

Mi chiedo se ad un uomo possa mai capitare una situazione simile, mi chiedo se un uomo possa comprendere la fatica e la pesantezza di questa visita medica, di cosa parliamo quando parliamo di violenza insita in ogni relazione di potere, perché io è così che l’ho vissuta. L’ultima cosa che avrei voluto era farmi toccare le tette da lui. Ma cosa avrei dovuto fare? Concludere così una visita che stavo aspettando da tempo? Rivestirmi e dire grazie arrivederci? Uscire e andare dalla segretaria e spiegare l’accaduto? Buttare discredito su quella persona, la mia parola contro la sua? Solita storia: io ho travisato, io sono eccessiva, diamine che caratterino! e poi che pretendo da una visita offerta gratuitamente? Anche di scegliere io il medico?

Forse avrei dovuto fare tutto questo, ora seduta al mio computer lo penso. In quel momento l’unico pensiero era sperare che dietro ad un medico con un modo di fare di merda si potesse celare un professionista decente che smanazzando le mie tette sapesse cosa stava facendo. Prendere il risultato dell’ecografia e venirmene via.

È difficile decodificare una situazione spiacevole mentre la si sta vivendo e sono tante le ragioni che possono impedirci di uscirne. Quello che ho appena raccontato è un caso minimo tutto sommato, che forse qualcuno non classificherebbe nemmeno come violenza, ma una volta una donna a me molto cara mi disse una frase molto vera: la violenza viene spesso vissuta e subita senza necessariamente essere riconosciuta. 

 

 

 

Il senso di questo #MeToo

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#MeToo, anche se mi chiedo chi è che si presuppone debba vedere la reale dimensione di questo fenomeno: chi è che non ne conosce l’estensione?

Le donne sanno perfettamente che tutte nella propria vita hanno subito una qualche molestia. Magari non hanno voglia di raccontarlo su fb mettendosi addosso un #, oppure le hanno subite senza riuscire a dar loro il nome corretto, senza riconoscerle come tali. Ma devo ancora conoscerne una che non ci sia passata.

Quindi questo hashtag è per rendere consapevoli gli uomini? Di certo non gli stessi che di quelle molestie sono autori: non ci fossero loro ad agirle non ci sarebbe bisogno di un #MeToo. Conoscono bene il fenomeno, essendone la causa.

Non rimanete che voi, uomini che siete amici, solidali e che non vi nascondete dietro un “Io non lo farei mai”. Che magari ci avete pure prese un po’ in giro per questa nostra fissa del femminismo, ché voi non lo fareste mai però ci etichettate come arrabbiate di default e in fondo ci reputate esagerate.

Chissà che questo #MeToo non possa servire a farvi capire la nostra fatica e, invece di meravigliarvi per la nostra rabbia, a farvi meravigliare per la nostra gioia, capace di esistere nonostante tutta questa merda.

GPA, Chakra e arrocchi: parliamone

ArroccoNella puntata del 7 ottobre di Chakra (programma di Rai 3, condotto da Michela Murgia,  in onda il sabato alle 18.10)​  si è parlato di gravidanza per altri (GPA) e una bufera si è scatenata nei confronti della trasmissione, dopo che diverse associazioni femministe hanno espresso la loro indignazione su come il tema è stato trattato.

Un anno e mezzo fa ho scritto un post a riguardo, prendendo spunto dalla richiesta da parte di un’amica di una mia opinione in merito a un articolo contro la GPA. La firmataria di quell’articolo è una delle firmatarie del nutrito gruppo che ha condiviso la lettera di accusa.

Quello che penso sulla gestazione per altri è ancora tutto scritto in quel post.

Parliamone.


Madri surrogate e altre questioni

Oggi un’amica mi ha chiesto un parere su quest’articolo di Marina Terragni, uno dei tanti scritti in questi giorni a seguito dell’intervista a Dolce e Gabbana, in cui i due stilisti (dichiaratamente omosessuali) difendono la famiglia “tradizionale”, definendo bambini sintetici i figli nati da “uteri in affitto” e dichiarando che sì, vorrebbero dei figli, ma che non li avranno perché sono gay, e così sia.

Terragni nel suo articolo difende la libertà di espressione di Dolce e Gabbana e mette in campo questioni come lo sfruttamento degli uteri in affitto, la necessaria presenza di una donna (“La questione non è affatto l’essere gay o etero. La questione è l’essere uomini. Ci vuole sempre una donna, per mettere al mondo un figlio”e la conseguente sparizione della madre nell’utilizzo della maternità surrogata (“Uno può mettere al mondo un figlio con una donna, in una relazione affettuosa, anche se è gay: il punto non è questo. Il punto è pretendere di far sparire la madre”).

D&G possono dire quello che vogliono, su questo non ci sono dubbi. L’errore è considerare queste parole come una sorta di verità rivelata, come se in virtù della loro posizione sociale elevata, anche le loro opinioni si dovessero elevare al di sopra di quelle degli altri. Nella loro intervista si legge Un figlio? Sì, lo farei subito. Ma sono gay, e non posso avere un figlio. Credo che non si possa avere tutto dalla vita, se non c’è vuol dire che non ci deve essere. È anche bello privarsi di qualcosa” . Questa affermazione, per me, è uguale a quella che potrebbe fare una coppia etero che dice “vorrei un figlio, ma non arriva”. C’è chi riesce a vivere serenamente l’assenza di figli dettati dalla propria condizione, chi invece no e dunque si fa aiutare dalle tecniche biomediche. A me, ad esempio,  risulta molto difficile capire come la gente coscientemente faccia figli, ma indipendentemente dalle mie convinzioni personali accetto che esistano persone che vivano la procreazione come uno degli obiettivi irrinunciabili della vita.
Non condivido poi l’obiezione che fa Terragni sul fatto che il problema non sia essere gay, ma essere uomini. Come a dire che una donna (o una coppia di donne) che vuole un figlio sia naturalmente avvantaggiata perché è sufficiente che faccia sesso con un donatore X. Ho due amiche lesbiche che grazie all’inseminazione artificiale hanno avuto tre splendidi figli, ma questo non può portare a sindacare automaticamente che sarebbero arrivate a fare sesso con qualcuno per raggiungere il loro obiettivo. Magari per loro avrebbe significato sottoporsi ad una violenza, chi può saperlo? Capisco che si possa pensare che donare un ovulo o un utero sia più invasivo di altre procedure di fecondazione medicalmente assistita, ma chi siamo per sovradeterminare le scelte degli altri e decidere una graduatoria definitiva delle pratiche “meno invasive”? Un atto sessuale con un uomo inteso come “donatore” potrebbe essere considerato da moltissime donne (lesbiche e non) altamente invasivo.
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Dare poi per scontato che tutte le donne vivano la gravidanza e la nascita di un figlio con il medesimo legame e carico emotivo è una generalizzazione che non aiuta la comprensione. Nella Francia  del ‘600 le donne affidavano i figli a una balia subito dopo aver partorito e li rivedevano – se andava bene – quando avevano due o tre anni. Secondo Terragni, il vero problema intrinseco  sarebbe far sparire la madre, come se una donna che partorisce debba essere sempre e comunque legata indissolubilmente a quel figlio, come se non ci fosse differenza tra madre genetica e madre (o padri) che allevano quel bambino. Il concetto di “istinto materno innato” fa parte di una retorica falsa e stantia, utile solo a sovraccaricare di ansia e aspettative le future madri e che impedisce di ragionare lucidamente su un tema ancora troppo poco esplorato come il maternity blues. Come dice Badinter,  questo presunto istinto andrebbe chiamato invece con il giusto nome, ovvero “amore in più“. Perché la relazione madre figlio è unica per ogni donna e ognuna la sviluppa (o non sviluppa) a modo suo.
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Questione costi e sfruttamento. Certamente ci sono esseri umani che – come su ogni cosa che muove denaro – tendono a sfruttare le situazioni che possono arricchirli: persone abiette che sfruttano altre persone in condizione di povertà per loro beneficio, ma questo vale su tutto, dalla donazione di sangue a quella di organi, dalla produzione di vestiti al cibo… perché chiamarla in causa solo quando si toccano temi “bioetici”? L’esperienza di Claudio Rossi Marcelli, molto ben descritta nel suo libro “Hello Daddy”, offre un punto di vista diverso rispetto a chi punta il dito contro alla maternità surrogata perché fonte di sfruttamento. Ci racconta che esistono stati in cui la maternità surrogata è regolamentata in modo da evitare che le donne portino in grembo il figlio di qualcun altro solo perché spinte dalla povertà, ad esempio inserendo nell’elenco delle donatrici donne che hanno già dei figli (e siano quindi consapevoli di cosa significhi sia fisicamente che emotivamente una gravidanza) e che non si trovino in situazioni di indigenza. Non è la soluzione perfetta, forse. Ma il punto è che se il problema di una determinata pratica è il timore che possa portare a sfruttare economicamente degli esseri umani, la questione non si risolve vietando la pratica, ma regolamentandola in modo da evitare la possibilità di sfruttamento.
Il fatto che personalmente non ci si offrirebbe mai come madre surrogata non significa che non possano esserci persone che acconsentirebbero liberamente a farlo. Sarebbe bello che se ne potesse discutere tenendo in considerazione anche l’esistenza di chi, che ci piaccia o no, la pensa diversamente da noi.

 

 

 

 

 

 

 

Non sei realistica!

 

Manal Al-Sharif

Manal Al-Sharif – attivista, promotrice dal 2011 della campagna sul diritto alla guida delle donne saudite

Non ho esultato alla notizia della concessione in Arabia Saudita della possibilità di guidare alle donne. Non ho esultato perché per me “la concessione di guidare” e “la libertà di guidare” sono concetti molti diversi. Non ho esultato perché questa concessione ha l’aria di una elemosina, sono briciole cadute da un tavolo che ci si aspetta che il mondo accolga con entusiasmo. Come facciamo a chiamarlo progresso, come possiamo scomodare la parola “libertà” nei confronti di una concessione basata sul rispetto di queste regole?

“che la donna abbia raggiunto l’età di 30 anni, che il tutore (padre, marito, fratello, figlio, zio…) dia il proprio assenso scritto, che la donna al volante sia vestita in “modo adeguato” e che non usi in nessun modo make up o trucco o abbia accessori di bellezza. Che la guida della donna sia limitata solo nei centri urbani dalle ore 7 alle ore 20 da sabato a mercoledì e dalle 12 alle 20, il giovedì e il venerdì. Infine dovrà essere sempre munita dal proprio cellulare collegato con il Centro Femminile del Traffico Stradale”.

Come facciamo a credere che questa decisione sia una risposta sincera all’attivismo che da molti anni vede donne al volante che sfidano le regole e ne pagano le conseguenze, quando leggiamo che:

“molte donne coinvolte nella campagna per la guida hanno ricevuto chiamate ufficiali dal governo, in cui si chiede loro di non commentare ne’ negativamente ne’ positivamente l’annuncio. Se ignorano l’ordine, saranno soggette a interrogatorio”.

Oggi in un post su fb in cui veniva puntato il dito contro questa finta libertà un commentatore diceva di essere realistiche, mica potevamo aspettarci un cambio di rotta a 180°!

Ma il fatto è che qui di gradi non ce n’è nemmeno uno. E irrealistico è pensare che questo sia un vero segnale di progresso per le donne, un sintomo di una effettiva apertura verso di loro. Questa non è altro che un’appropriazione indebita delle lotte femministe usata per uno smaccato pinkwashing di Stato agli occhi dell’occidente. Un bel lavaggio di immagine colorato di rosa che a quanto pare sta riuscendo benissimo.

Essere persone

“Chi è questa gente?” chiedo.

“Il club è solo per gli ufficiali di tutti i settori e per gli alti funzinari. Anche per le delegazioni commerciali, naturalmente. Il commercio ne è favorito, qui si incontra moltissima gente. Non si può, in pratica, avere rapporti di affari senza il club. Cerchiamo di offrire lo stesso livello di scambio che si ottiene altrove. Si discute, si ascolta, si hanno informazioni. Spesso un uomo dice a una donna quello che a un altro uomo non direbbe mai”:

“Ma io volevo sapere chi sono le donne”.

Margaret Atwood
“Il racconto dell’ancella”

Siete per sempre coinvolti

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È di oggi la notizia che Forza Italia e il Family Day starebbero schedando le scuole di Bologna che propongo corsi su violenza e bullismo. Ad ogni scuola il suo bollino, come per i programmi televisivi dopo le 20:  “rosso se le attività sono «filo-gender», giallo se ci sono solo «tracce gender» e verde se non si riscontra nulla”.

Perfetto.

Al prossimo femminicidio sapremo già dove andare a cercare i responsabili. Perché nei femminicidi c’è sì un colpevole: l’esecutore, il carnefice. Ma i responsabili sono molti di più, tutti quelli che impediscono il diffondersi di una cultura in cui l’uomo e la donna abbiano uguali diritti e siano ritenuti meritevoli della stessa libertà di decisione sulla propria vita.

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Andateci a fare un giro nelle scuole, troverete delle sorprese inaspettate: bambine di 8 anni che amano la geografia ma ti dicono che faranno l’estetista perché non sapevano che anche le donne potessero lavorare nelle agenzie di viaggi, ragazzi di 17 anni per cui la donna ideale non dovrà lavorare per stare a casa coi figli, bambini di 12 anni secondo cui una donna non può guidare un camion, ragazzine di 16 che non hanno potuto fare basket perché il padre diceva che è uno sport da maschi, o che ritengono normale che il proprio fidanzatino abbia la loro password di facebook, o di non poter più frequentare le amiche e gli amici senza il suo consenso.

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Come dite? Voi queste cose non le avete mai viste? Ovvio, servono delle lenti speciali per indagarle, per vederle. Le lenti del genere, quella parola che ci indica come la maschilità e la femminilità siano costruzioni sociali, tutt’altro che naturali. Perché la natura ha dato a tutti – maschi e femmine – il pollice opponibile per guidare camion, giocare a basket e fare tutto quello che ci appassiona. Il fatto che si pensi che certe cose alle donne siano vietate o non si addicano è solo una questione di cultura.

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Quella cultura che a molti premono mantenere, a tutti coloro che fingono di indignarsi per la morte delle donne a opera dei loro ex, ma a cui fa molto, molto comodo che le cose restino esattamente così come stanno.

Insegnare ciò che non si sa

21baird-master768A quanto pare nel nuovo piano del Viminale per i rifugiati si insegnerà ai richiedenti asilo uno dei valori fondanti della nostra nazione: il rispetto per le donne.  Lo spiega bene questo articolo citando pari pari le parole di Minniti:

“L’integrazione culturale è una gigantesca questione, non è affatto scontata. Il rispetto tra uomo e donna è scontato per noi, dobbiamo lavorare perché diventi scontato anche per gli altri, anche per chi ospitiamo”.

Esatto: c’è scritto proprio “il rispetto delle donne è scontato da noi”. Allora quello che io mi chiedo è quale sia il genere di donna che individuano al Viminale come meritevole di rispetto? Perché è abbastanza ovvio che, per quel che ci racconta la nostra quotidianità, pare proprio che siano molte, moltissime le tipologie di donne verso le quali il rispetto non è assolutamente scontato.

E così mi sono fatta un’idea sul materiale che verrà redatto per svolgere questi fantomatici corsi. Il paragrafo sulle donne me lo aspetto grossomodo così:

Titolo: “IN ITALIA NOI ITALIANI RISPETTIAMO LE DONNE!”

E poi sotto, in piccolo:

“A patto che:
– non si permettano di lasciare il proprio compagno/marito/amante
– non indossino minigonne
– non se la vadano a cercare
– in caso di idea brillante ad una riunione di lavoro se la tengono per sè
– abbiano avuto poche relazioni, pochissime, anzi una sola, preferibilmente proprio con te.
– non abbiano abortito, non vogliano abortire, non vogliano la pillola del giorno dopo
-non preferiscano la carriera alla famiglia
– si occupino delle faccende domestiche
– ti ringraziano sorridendo (invece di incaz*arsi) quando per strada le fischi gridando “ciaobbella!”
– non pretendano di essere pagate tanto quanto te a parità di lavoro”.

Sarà per forza così, perché è impossibile insegnare a qualcuno qualcosa che non si è mai imparato.

 

Sessismo travestito da galanteria

Pochi giorni fa mi trovavo in un grazioso paesino della lucania in compagnia di alcune amiche, di cui una originaria del luogo. Dopo aver visitato l’antica abbazia ed esserci perse tra vicoli e piazzette, dopo aver ammirato tramonti e conosciuto storie di singolari personaggi del paese, ci siamo sedute ad un tavolino di un bar per bere una birra e riposare le stanche membra. Il bar si affacciava su una delle piazze e nel momento in cui ci siamo sedute le campane della chiesa adiacente hanno iniziato a suonare annunciando l’uscita della statua di San Rocco, patrono del luogo, che accompagnato da una breve processione avrebbe raggiunto un’ altra chiesa, usanza tipica della festa patronale.

Come avviene in molti paesini del sud Italia, le processioni sono accompagnate dalla banda del paese, colonna sonora costante di questi eventi sentiti e partecipati.

La nostra cicerone ci fa notare che la banda è solamente maschile e le dico che la cosa mi sorprende molto, poiché le bande viste e ascoltate nella mia infanzia in altri paesini del sud erano composte sempre da maschi e femmine.

“Questa sorta di esclusione è in realtà un atto di gentilezza nei confronti delle donne: spesso la banda si trova a suonare in luoghi scomodi, facendo tour molto stancanti e finendo le esibizioni ad orari improponibili. Non permettendo alle donne di partecipare le si tiene al riparo da tutte queste scomodità”.

Nella famosa fiaba “I vestiti nuovi dell’ imperatore” il re era nudo, sotto gli occhi di tutti, ma anche se evidente, la nudità veniva riconosciuta solo una volta nominata, resa visibile solo grazie a un bambino il cui sguardo non era ancora stato distorto dalla consuetudine.

Spessissimo le discriminazioni di genere si sono travestite e tuttora si travestono da atti di gentilezza e protezione. Si camuffano talmente bene da risultare credibili, anche agli occhi di donne indipendenti, viaggiatrici avventurose da zaino in spalla come l’amica di cui sopra, a cui le opzioni “fatica e scomodità” di certo non hanno mai impedito di esplorare il mondo.

Atti di cortesia che decidono al posto delle donne senza possibilità di appello vanno chiamati per quello che sono: discriminazioni.

Ci sono ancora molti re nudi che dobbiamo imparare a riconoscere come tali.