I vaccini e la nostra idea di mondo

Sono il genere di persona che si è sempre interessata alla cultura “altra”, lontana dal mainstream. Sarà perché perché non sono dogmatica, sarà per la tendenza alla diffidenza, ma difficilmente ho trovato qualcosa che mi convincesse al primo impatto. Il mio atteggiamento è analitico e nelle situazioni a cui mi avvicino tendo generalmente a fare l’avvocata del diavolo per mettere alla prova teorie e ragionamenti.
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La mia attrazione nei confronti di modi alternativi di vivere, mangiare, lavorare, relazionarsi è iniziata in giovanissima età. Ho sperimentato varie dimensioni di vita comunitaria o in condivisione, la sobrietà negli acquisti, sono consapevole di votare ogni volta che faccio la spesa. Ho provato a produrre quanto più possibile il cibo che ho mangiato, ho cercato canali altri in cui acquistarlo al di fuori della grande distribuzione. Ho ragionato sulla mia alimentazione, ho sperimentato a lungo la dieta vegana, vegetariana, non mi sono fatta mancare pure qualche breve periodo crudista e sono stata attenta agli effetti di queste scelte sul mio corpo e sul mio benessere in generale. Ho viaggiato in modi nuovi, facendomi trasportare da e trasportando a mia volta sconosciuti e dormendo a casa di gente mai vista prima. Ho conosciuto realtà di comunità ed ecovillaggi molto diverse tra loro, da quelli spirituali a quelli in cui la praticità e la concretezza del fare venivano prima di tutto (a discapito a volte della bellezza). Anni fa, quando diverse amiche hanno avuto figli e mi parlavano delle loro perplessità nei confronti dei vaccini mi sono sentita fortunata a non dovermi preoccupare di queste cose, che mi parevano enormi e complessissime.
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Nel tempo erano sempre di più le persone intorno a me con figli (o in attesa) che manifestavano molti dubbi sulla reale necessità dei vaccini e prendeva piede l’idea che i rischi di queste somministrazioni potessero essere più alti dei benefici. Parlai, da profana, con madri che si erano documentate, avevano letto manuali vari e avuto informazioni da associazioni. E che avevano provato a cercare risposte nei luoghi deputati ai vaccini sui propri dubbi, senza trovarne nessuna o addirittura incontrando personale sanitario che “metteva le mani avanti” rispetto ad alcuni vaccini. Io, di mio, ero felice di non dover fare questo tipo di scelta non avendo figli (ma intanto nei miei viaggi extra europei ho sempre continuato a fare tutte le vaccinazioni del caso, senza nessun dubbio). Insomma questo punto di vista sulla dannosità dei vaccini e sulla loro presunta inutilità – visto che le molte malattie erano scomparse nel corso degli anni – apparteneva a sempre più persone intorno a me e così quando il tema da semplice chiacchierata tra amiche a cena è diventato argomento dominante nel dibattito pubblico, pur non dovendo decidere su nessun figlio, ho deciso di provare ad informarmi. Ho parlato con una cugina medico di base su dubbi, paure e perplessità e ho letto un libro* che mi ha chiarito davvero tante, ma tante cose. Ora non avrei dubbi se fossi un genitore. Qualcuno dirà: “sì, il libro che hai letto tu dice così, ma quello che ho letto io dice colà”. Ed è proprio questo il dramma dei nostri tempi: che tutti possano pubblicare libri, dicendo tutto e il contrario di tutto: e chi controlla che ciò che viene spacciato per verità rivelata sia effettivamente tale? Una cosa in particolare nella mia ricerca mi ha colpita. La mia amica mi disse che nelle sue letture aveva trovato un grafico che mostrava che alcuni vaccini erano stati introdotti quando determinate malattie stavano già scomparendo “da sole”. Questa immagine del grafico mi rimase in testa e mi colpì molto quando la trovai trattata nel libro di cui sopra. In poche parole l’autore diceva che quel grafico era sì vero, ma era stata una menzogna far vedere solo l’andamento della malattia nelle poche decine di anni precedenti, perché quel morbo (il morbillo mi pare) si caratterizzava con picchi di epidemie e poi bassissimi livelli di contagio, a cui però seguivano altri picchi di epidemie. L’introduzione del vaccino (che non avveniva – a differenza di quanto riportato – nel momento in cui la malattia stava scomparendo da sola, ma semplicemente nella fase di calo dopo il picco) ha fatto sì che dall’ultimo picco il calo dei contagi fosse costante fino ad arrivare quasi allo zero. Usare in un libro informativo solo il pezzettino di grafico che è utile ad avallare i propri ragionamenti mi sembra davvero ignobile. E quel che mi preoccupa di più è vedere tanta gente intorno a me che (come me) non sa nulla di immunologia condividere post fiume del dottore X o della dottoressa Y che mescolano dati, leggi, reazioni chimiche, nomi di metalli, malattie in un modo che rende impossibile per chi legge poter dire con cognizione di causa “Sì, ha ragione” o “No, è una cretinata”.
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Se sono sempre stata attratta dagli stili “alternativi” è perché so per certo di non vivere nel migliore dei mondi possibili. Nello specifico, riguardo al tema di questo post, malasanità, corruzione, farmaci ritirati dal mercato perché nocivi e, diciamocelo pure, il poco tempo “comunicativo” che (spesso) si dedica al paziente sono elementi che hanno irrobustito la diffidenza delle persone (o meglio: di alcune persone) nei confronti del nostro sistema sanitario. Mi pare però che ci sia un’altra questione di fondo da mettere sul piatto, ovvero il fatto che chi abbraccia uno stile di vita alternativo lo fa per sentirsi libero, non incasellato, e nell’abbracciarlo è consapevole di stare uscendo da quella casella. Ma se nell’uscire da una casella dovesse entrare in un’altra, di questo avrà consapevolezza? Certo non voglio fare di tutta l’erba un fascio, ma dalla mia esperienza e dalle mie osservazioni di questi anni è così. Cibo bio, alimentazione vegetariana o vegana, scuole alternative, no vaccini, cure omeopatiche o di medicina cinese o altro, tendenza a vedere tutto nell’ottica del complotto, tendenza a non riconoscere nulla di positivo nella nostra società o nel nostro essere Stato. A volte mi sembra che nel costruire su questi blocchi la propria identità poi non si dia più possibilità al pensiero di cambiare, come se tornare sui propri passi su un aspetto della vita (come può essere quello sanitario e nello specifico vaccinale) potesse poi far cadere a pezzi tutto il resto.
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Nel corso delle mie personalissime ricerche e sperimentazioni, una fedelissima compagna di viaggio mi è sempre accanto: la capacità di mettere in discussione posizioni precedentemente assunte a fronte di nuove informazioni che, una volta soppesate, ritengo credibili e degne di far mutare le conclusioni a cui ero arrivata. È questa compagna di viaggio che mi fa sgranare gli occhi e un po’ preoccupare davanti alle parole di amiche vicine e lontane che dicono di aver già dedicato ormai troppo tempo alla questione vaccini, che la loro decisione è stata presa anni fa e tale rimane, senza appello.
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E questo approccio ritengo che dipenda dal fatto che molto poche delle persone che conosco sono disposte a mettere in discussione la loro visione della vita, o meglio: ciò in cui vorrebbero credere. Ma come diceva Elena Cattaneo in questa interessantissima intervista** che consiglio di guardare, “Il nostro è un cervello emotivo che fa fatica a convivere con la scienza. La scienza ci strappa via le emozioni ci porta a dover accettare la nuda realtà che tutti vorremmo fosse diversa”.
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Ci sono persone vicine a me, a cui tengo molto, che continuano a condividere articoli del tipo “Ecco la verità che nessuno ti dice, qui gli studi che dimostrano che i vaccini provocano l’autismo!” e io provo un’immensa fatica nel pensare alle parole giuste per rispondere. Le uniche che mi tornano continuamente alla mente sono quelle del grande Pepe Mujica (e se non è alternativo lui…) quando all’incontro a Ferrara disse: “Noi crediamo di pensare e poi parlare, ma di fatto prima parliamo e poi andiamo a cercare tesi a sostegno di quel che vogliamo credere, prima parliamo e poi pensiamo”. Ciò è molto vero, lo noto anche in me stessa. Lo noto nella mia reazione all’intervista alla Cattaneo quando parla delle conclusioni a cui è arrivata sugli OGM, mi accorgo che d’istinto mi verrebbe da dire “No, sicuramente c’è qualcosa di sbagliato nelle sue ricerche!”. Io che dico così a una grande scienziata? E sulla base di cosa? Lei ha letto 10.000 pagine di ricerche… e io? Cos’è più probabile, che lei dopo decenni di studi e ricerche non sappia fare il suo lavoro o che io con la mia visione della vita abbia una resistenza a qualcosa che non voglio accettare nella mia idea di mondo? E nel mondo dell’informazione di adesso è ancora più evidente: molti usano solo facebook come spazio di informazione senza sapere che questo social propone sempre notizie simili ai propri interessi. Così la cara persona a cui tengo continuerà a leggere post antivaccinisti e complottisti e crederà di conoscere la verità, quando la verità già di per sé è davvero difficile da trovare, ma diventa impossibile se non si hanno strumenti giusti per affrontare la complessità. E quegli strumenti per me sono cultura, cultura e ancora cultura. Quella vera però. Perché su certi temi non tutte le opinioni valgono alla stessa maniera. Perché il metodo scientifico non è un’opinione, il tetano nemmeno. Il metodo scientifico ci insegna a dubitare. Bene, dubitiamo dunque, ma perché dubitare a senso unico? Perché dell’intera comunità scientifica si può dubitare e del Dottor Tal Dei Tali invece ci si fida?
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Ultimo inciso: quello che non capisco da parte di chi vede complotti dappertutto è questo. Ormai lo dicono anche i muri che le compagnie farmaceutiche non si arricchiscono producendo vaccini, tant’è che molte si sono sfilate da questo tipo di produzione. L’ambito in cui invece si arricchiscono è proprio quello dei medicinali per curare le malattie. Allora mi dico che se io fossi un’amante della teoria del complotto, delle due mi chiederei: a chi giova l’abbassarsi della copertura vaccinale, l’assenza dell’immunità di gregge, il ritorno di malattie dolorose, debilitanti e potenzialmente mortali?
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E se malattie che non si vedevano più da decenni tornassero a manifestarsi con forza, chi sarebbero i più esposti?
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A voi le risposte.
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*libro: “Il vaccino non è un’opinione” – Burioni
**intervista Cattaneo:  http://www.huffingtonpost.it/2017/04/21/nella-scienza-le-opinioni-valgono-zero-sia-benedetta-la-ricerc_a_22049141/

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Più semplice di così

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In biblioteca.

Sono al banco in attesa che registrino i libri che ho preso. Nel frattempo una bibliotecaria parla col ragazzo del servizio civile: stanno cercando il cognome di un bambino da contattare, ma viene loro in mente solo nome e cognome della madre.

“Ovvio” dice il ragazzo “i bambini vengono sempre in biblioteca con le madri, i padri non si vedono mai. Poi per forza non ci ricordiamo i loro cognomi”.

Aggiunge la bibliotecaria “Anche perché poi le maggiori lettrici sono le donne! Gli uomini leggono meno”.

Dico io “Beh, allora mi sa che dovrete organizzare delle attività di promozione della lettura anche per gli uomini, in aggiunta a quelle per bambini e bambine”.

Il ragazzo mi guarda e scuote la testa. “La vedo molto più semplice. Basterebbe dare ai bambini i cognomi delle madri”.

L’infinita naturalezza della risposta mi disarma. Ma in effetti, più semplice di così…

Siete donne e femministe, è normale che lavoriate gratis

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Un paio di giorni fa l’associazione di cui faccio parte e con cui sviluppo progetti sugli stereotipi di genere nelle scuole riceve una mail da un comune con cui abbiamo collaborato, portando nel corso dell’anno scolastico due progetti nelle scuole secondarie di primo grado del territorio. La mail recita più o meno così: “Gentilissime, vi inviamo copia dei vostri progetti scolastici inseriti nel POT (Piano Offerta Territoriale) 2016-2017 e chiediamo la vostra proposta da inserire nel POT del 2017-2018”.

Rispondiamo, inviando una proposta con descrizione dei nuovi progetti, modalità di esecuzione, durata, personale coinvolto e costi. I costi erano pressoché identici a quelli dei progetti già sviluppati (e pagati).

Risposta del comune: “L’amministrazione non prevede nessun contributo economico. Vi chiediamo cosa siete disposte a fare a titolo gratuito”.

Ciò che istintivamente avrei voluto scrivere è  “Gentilissima,  ha presente quello che è disposta a fare lei sul suo posto di lavoro se non fosse pagata per quello che fa? Ecco, a gratis facciamo esattamente la stessa cosa”.

Poi, mentre pensavo al fatto che è talmente normale credere di poter avere gente che lavora gratis che non ci si preoccupa nemmeno di inserire in una mail del genere qualche espressione di scuse del tipo “purtroppo quest’anno” o “siamo davvero spiacenti” o “ci rendiamo conto che la richiesta può sembrare offensiva” (può sembrare offensiva perché in effetti lo è), mi sono venute in mente un paio di altre situazioni che dicono tanto in merito a questo tipo di lavoro.

Un episodio riguarda una sindacalista femminista che votò contro i progetti della nostra associazione proposti all’interno della sua scuola. La motivazione? “Sono tematiche troppo alte, troppo etiche per essere monetarizzate. Non si possono chiedere soldi per progetti così importanti”.

Il secondo episodio invece vede come protagonista l’assessorato alle pari opportunità di un grande comune che ci aveva commissionato un lavoro discretamente impegnativo su comunicazione e analisi dei dati. Abbiamo lavorato al progetto per diversi mesi e poco alla volta le nostre referenti mostrano di avere le idee poco chiare su quello che  vogliono da noi, fino ad arrivare a chiederci cose completamente diverse da quelle concordate (e approvate!). Alla nostra ennesima mail di chiarimenti rispondono dicendo “Scusate ma dobbiamo chiarirci le idee, grazie di tutto e alla prossima!”.

Non metto in discussione i tempi di crisi che stiamo vivendo e il fatto che i soldi che si investono in cultura siano molti meno di quelli di un tempo. Però credo che non siano i soldi il vero problema, ma la percezione di questo tipo di lavoro e soprattutto delle donne che svolgono questo lavoro. 

Prendiamo il commento della sindacalista: perché nei confronti dell’archeologa che nella stessa scuola è pagata per fare i progetti di archeologia non solleva la stessa problematica? Cosa vuole dire che sono temi “troppo alti per essere monetarizzati”? Questa riflessione è specchio di una società troppo abituata all’idea che le donne impegnate in qualcosa lo debbano fare per passione, “per il cuore”, senza nessun interesse. Ricordo anche i commenti di alcune ex consigliere comunali nel corso di un incontro che abbiamo tenuto in Basilicata sul tema del rapporto tra donne e politica: “Le donne sono diverse, per loro la politica è servizio!”. Come se ricevere soldi per un lavoro svolto sminuisse quel lavoro, come se per essere credibili bisognasse allontanare il più possibile da sé la parola “denaro” e stranamente questo avviene solo quando si parla di certi temi, come se il fatto di essere pagate per la propria professionalità quando si sviluppano progetti su tematiche di genere ci macchiasse di qualche onta, dimostrasse che non siamo abbastanza pure, abbastanza dedite alla causa da farlo gratis. Poi però stiamo a sperticarci in immensi ragionamenti sul reddito femminile, sulle donne che guadagnano meno degli uomini, sulle donne che non hanno indipendenza economica e che questa mancanza è una delle ragioni principali per cui una donna fatica a uscire da situazioni di violenza. Mi sarebbe piaciuto chiedere a questa sindacalista in che modo mi sarei dovuta mantenere, io che ho l’ambiziosa pretesa di campare con ciò che mi appassiona fino al midollo – e questa cosa, guarda un po’, ha proprio a che fare con il femminismo e le tematiche di genere. Forse la soluzione è quella di trovare un buon partito? Un uomo ricco che mi mantenga mentre mi diletto con queste cose così etiche ed elevate? Ripeto: una sindacalista.

E che dire dell’assessorato alle pari opportunità che non vede la benché minima contraddizione nel promuovere politiche di parità e organizzare iniziative sul lavoro femminile e allo stesso tempo dare il benservito a donne che hanno lavorato per loro, senza nemmeno pensare di doverle quantomeno rimborsare delle spese sostenute per il lavoro che hanno svolto? Non fa pensare alla parabola della pagliuzza e della trave?

Tornando alla mail iniziale, ho pensato di usarla per farmi almeno quattro (amare) risate e prenderla con ironia, dando via a un contest di risposte possibili. Per ora le/i partecipanti hanno proposto queste:

-“Ah, quindi anche il sindaco non prende un compenso e lo fa per il bene della comunità?”

-“Gentilissima, lieta di apprendere che sul vostro territorio comunale la richiesta preventivi funzioni così. Potrebbe cortesemente inviarmi il contatto di un dentista residente nel vostro comune? E di un idraulico, grazie”.

-“A titolo gratuito verremmo a scuola a insegnarvi a fare la marmellata con la frutta della merenda che i bambini non mangiano, così potreste fare un bel banchetto di autofinanziamento e raccogliere i soldi PER PAGARCI”.

-“Dopo che hai finito la lezione puoi passare con un cappellino in mezzo al pubblico di bambini e dire che se non ti pagano arriva la blue whale”.

-“Distribuisci in classe bigliettini col tuo IBAN”.

-“Siamo spiacenti, ma se digitiamo la chiave di ricerca ‘gratis’ nel nostro database di proposte formative, il sistema non fornisce risultati”.

-“Una passeggiata”.

Se desiderate continuare con l’ironia, nei commenti c’è tutto lo spazio che volete.

ps. Aggiornamento con nuovi suggerimenti! 🙂

-“Io risponderei: ‘In che senso?’ ”

-“La risposta è: Il preventivo!”

-“Manda una mail dicendo che hai chiesto consiglio ad amici e parenti e invii tutte le risposte”.

-“Non ho tempo libero”

Non siamo a disagio col potere in sé, ma con le donne

9788806234935_0_0_1576_80Due giorni fa mi trovavo per ragioni di lavoro nella sala d’attesa del poliambulatorio del mio paese. Due file di sedie, messe una di schiena all’altra, si affacciavano sulle porte degli ambulatori dei medici di base.  Mentre aspettavo, un vecchio dietro di me parlava col suo vicino. Si lamentava di tutte le cose che non vanno nel paese. Di quelli del sud che sono tutti carabinieri perché non sanno cosa voglia dire lavorare, del fatto che lui a quindici anni aveva chiesto all’impiegato delle poste del suo paese di trovargli un lavoro come il suo, ma a lui non l’avevano trovato, a quelli del sud sì. E poi di quella legge fatta da quella donna “quella là, come si chiamava… insomma non ricordo il nome, ma solo che era brutta. Non come la Maria Elena Boschi, che quella lì è proprio una bella donna. Che nel governo Renzi c’erano due donne molto belle, ma le altre erano dei cessi che non si guardavano. Perché quelle lì sono dei cessi che gli uomini non le vogliono, e visto che non le vuole nessuno allora si mettono a fare politica, perché gli uomini le schifano e quelle si inacidiscono e infatti sono brutte, acide e cattive”.

Può sembrare – come qualcuno mi ha detto – un semplice parlare di un imbecille. Ma no, non è solo questo. Sempre di più mi accorgo di come la vox populi si manifesti puntualmente nelle sale d’aspetto degli ambulatori. E a questa voce occorre prestare attenzione, per comprendere i nostri tempi: liquidare tutto con “sono solo le parole di un povero imbecille” non ci permette di guardare in faccia la realtà, fatta di un luogo pubblico in cui si pensa sia normale pronunciare ad alta voce queste parole, che nella loro pochezza tanto hanno da dire sulla visione sessista che si ha delle donne, e delle donne di potere nello specifico.

“Ti ricordi quanto abbiamo riso anni fa per un articolo su di me scritto in modo atroce? L’autore mi aveva accusata di essere “arrabbiata”, come se “essere arrabbiata” fosse qualcosa di cui vergognarsi. Certo che sono arrabbiata. Mi arrabbio per il razzismo. Mi arrabbio per il sessismo. Ma mi sono accorta di recente che mi arrabbio di più per il sessismo che per il razzismo. E la ragione è che nel mio essere arrabbiata per il sessismo mi sento spesso sola. Perché amo e vivo in mezzo a gente che è più disposta a riconoscere un’ingiustizia di razza che un’ingiustizia di genere

Non ti dico quante volte le persone a cui voglio bene – uomini e donne – mi hanno chiesto di attestare la questione del sessismo, di “portare le prove” per così dire, mentre non si sono mai aspettati che lo facessi per il razzismo (È ovvio che nel vasto mondo a troppe persone si chiede ancora di “dimostrare” il razzismo, ma non nella mia cerchia ristretta). Non ti dico quante volte persone a cui voglio bene hanno negato o minimizzato situazioni sessiste.

Come il nostro amico Ikenga, sempre pronto a negare che la misoginia sia un problema, senza mai voler ascoltare o confrontarsi, sempre ansioso di spiegarti che in realtà sono le donne ad essere privilegiate. Una volta mi ha detto: – “Anche se l’opinione generale è che a casa nostra comanda mio padre, è mia madre che in realtà dirige da dietro le quinte – . Pensava in quel modo di confutare il sessismo, in realtà avvalorava la mia tesi. Perché “dietro le quinte”? Se una donna ha il potere, perché dobbiamo fingere che non ce l’abbia?

Ma ecco la triste verità: il nostro mondo è pieno di uomini e donne a cui non piacciono le donne di potere. Siamo stati così condizionati a pensare che il potere è maschio, che una donna potente è un’aberrazione. Così le teniamo gli occhi addosso. Delle donne di potere ci chiediamo: è umile? Sa sorridere? È abbastanza riconoscente? Ha un suo lato domestico? Le stesse domande non le rivolgiamo a uomini potenti, a dimostrazione del fatto che non siamo a disagio col potere in sé, ma con le donne”. 

da “Cara Ijeawele, ovvero quindici consigli per crescere una bambina femminista”
Chimamanda Ngozi Adichie

Davanti a un’ingiustizia la neutralità non esiste

“L’uomo etico dà regole a se stesso e il moralista dà sempre regole agli altri. […] Il patriarcato ci attraversa tutti e tutte e tutti siamo chiamati a prendere una posizione. Non posso dire “Io che c’entro?”, non puoi dire “Non mi riguarda” perché siamo tutti chiamati in causa. Davanti ad una ingiustizia non esiste la neutralità. O la combatti oppure la sostieni, o attivamente o col tuo silenzio. […] Se guardi le ingiustizie e non fai nulla le stai facendo anche tu”.

Vietato l’ingresso ai ragni e ai visigoti

Lo scorso pomeriggio ero a una riunione con alcuni esponenti di associazioni e insegnanti che si occupano di decostruzione di stereotipi di genere. Si parlava dei progetti fatti, delle modalità utilizzate e delle difficoltà che nel corso della propria esperienza si sono incontrate. Si parlava anche dell’effetto degli attacchi che questi progetti subiscono un po’ ogni dove in nome di una fantomatica teoria (che non ho più voglia di nominare) che serve solo a confondere le idee e a impedire di riflettere su stereotipi, accettazione dell’altro, violenza e uguaglianza. Tra i vari episodi condivisi ce n’è stato uno, in particolare, che mi ha colpita brutalmente: lo riportava un ragazzo che si occupa di progetti di contrasto al bullismo omotransfobico. Il progetto in questione, approvato dalla scuola, si sviluppava in più incontri, negli ultimi dei quali era prevista la partecipazione di alcune persone gay, lesbiche e trans che avrebbero raccontato la loro esperienza di vita. Ebbene, la scuola ha richiesto espressamente che i trans non entrassero fisicamente nell’edificio a portare la loro testimonianza.

Io sono rabbrividita. Letteralmente.

Vietato portare una persona transessuale? E se tra gli alunni di quella scuola superiore ci fosse stato un/una trans l’avrebbero sbattuto fuori? Cosa rispondono alla famiglia di un ragazzo transgender che lì vorrebbe iscrivere il proprio figlio? Che per lui  l’ingresso è vietato? Ho sentito anche racconti di progetti che sono stati fatti solo in modalità “contraddittorio”: hanno concesso a un ragazzo omosessuale di parlare a patto che ci fosse anche un altro omosessuale “pentito”, di quelli che sostengono di voler curare la propria omosessualità con le medicine. Perciò, seguendo questa logica, mi chiedo come mai quando a scuola si spiega che la terra è tonda non si abbia la stessa premura e non si inviti anche un esponente della Flat Hearth Society a dire che invece è piatta.

La domanda dentro cui si snoda tutta la questione è: perché è ritenuto lecito che una scuola pronunci frasi come “non portate i trans”? Nel cercare la risposta bisognerebbe tenere molto bene in mente che la strada dell’esclusione non prevede ritorno. Dal momento che in quello che dovrebbe essere il luogo di inclusione per eccellenza è possibile escludere qualcuno, chi decide il limite?  Se faccio un comitato genitori contro la Giornata della Memoria posso chiedere che a scuola non si portino gli ebrei a parlare dei campi di sterminio? Potrebbe infastidire i negazionisti. E poi chi? Le donne che lottano per la parità dei sessi? Potrebbero disturbare l’armonia familiare con le loro folli idee sui lavori domestici equipartiti. E dopo? Tutti quegli esseri umani che non presentano caratteristiche caucasiche? I bambini bianchi si potrebbero turbare dall’arrivo dell’uomo nero delle favole.

La realtà dei fatti, riscontrabile tutti i giorni, ci racconta di bambini e ragazzi fortemente omofobi, basti pensare a quale sia la parola principale che scelgono per offendersi l’un l’altro. E chi fa progetti su questi temi si rende conto continuamente di quanto il sessismo, l’omofobia e il razzismo alberghino nelle loro giovani menti e trovino un terreno fertile nella società che li (e ci) circonda. Non possiamo permetterci di far scivolare in secondo piano ciò che riguarda l’inclusione, la conoscenza dell’altro, il rapporto e la relazione con chi è diverso da noi: sono tempi in cui è assolutamente necessario che questi temi emergano con forza e in cui mi piacerebbe che nel leggere la frase “vietato l’ingresso ai trans” saltassimo sulla poltrona, tutti. Soprattutto se pronunciata dentro a una scuola.

Quel che ho da dire sullo scherzo a Emma Marrone

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Se uno per farti uno scherzo ti facesse male, ad esempio ti tirasse dei cazzotti in pancia, tu chiedessi di smettere e lui continuasse, e ancora e ancora, non sono certa che si risolverebbe tutto svelandoti che era uno scherzo e dubito che nella puntata in cui questo bellissimo scherzo venisse mandato in onda si riderebbe tutti come matti.

Il problema è che non siamo abituati a riconoscere alle molestie sessuali la stessa gravità di un pugno in pancia, lo stesso male.  Mentre guardavo il video dello scherzo a Emma Marrone e le donne presenti che assistevano allo scherzo ridendo di gusto, mi chiedevo cosa, esattamente, ci trovassero da ridere.  Mi chiedevo perché stessero ridendo di un episodio spiacevole che quasi sicuramente anche loro hanno subìto nella vita. E pensavo che se quelle stesse donne durante il programma si fossero infuriate al grido di “Bello scherzo di mer*a!”, ora ci staremmo raccontando un’altra storia. Ma per cantare fuori dal coro ci vuole consapevolezza, ci vuole la capacità di riconoscere e superare il maschilismo dentro di noi. Che si nasconde anche dietro una risata fatta per fare buon viso a cattivo gioco, per non deludere il pubblico, che certo non si aspetta di vedere quattro donne incazzate nere di fronte alla spettacolarizzazione della violenza.

Le molestie sono un qualcosa con cui tutte noi ci siamo fronteggiate: qualcuna fortunata racconterà “solo” di manate sull’autobus, altre (e molte) racconteranno di peggio. Magari non lo sapete che alle vostre amiche è successo, perché non sempre sono cose che si sbandierano volentieri. Spesso vengono vissute con imbarazzo, con vergogna, con senso di colpa.  Immaginatevi una ragazzina che le ha subite, magari una fan di Emma. Vede il suo idolo subirle e arrabbiarsi e magari in quell’istante sente che potrebbe raccontare, denunciare, ribellarsi. Poi continua a guardare e cosa vede? Che tutto passa con una risata. E fattela una risata ragazzina che ha dovuto subire palpeggiamenti non voluti da uno sconosciuto (o magari da qualcuno di conosciuto)! Eccole le molestie, le sbattiamo in TV: se tutti stanno lì a ridere vorrà dire che non è successo niente di grave. Sì, il web si indigna (o meglio, una parte di web), ma nessuna testa cade, nessun mea culpa, nessuna presentatrice licenziata, nessuno che chieda scusa.

Siamo noi che non capiamo l’ironia? Ridereste per l’uomo preso a cazzotti di cui sopra? Se la vostra risposta fosse sì, credo siate consapevoli di essere persone orribili. Se fosse no, mi pare chiaro che piuttosto che essere noi a non capire l’ironia, siate voi a non capire noi. A voi la scelta tra le due. E in ogni caso, no: non ci fate una gran figura.

Francobolli a uno sconosciuto

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“Is there any stamp museum?” mi chiede Z.  mentre appoggio la tazzina da cui ho appena finito di bere il caffè preparato da M., sua madre. Ci penso su e mi accorgo di non averne la benché minima idea.

Z. è un ragazzo siriano e questo aggettivo dovrebbe bastare a far capire perché si trovi in Italia invece di essere nella sua città natale a studiare i pochi esami universitari che gli mancano per terminare il suo corso di studi, o a giocare a scacchi coi suoi amici, o a insegnare chimica e fisica nella scuola in cui lavorava mentre studiava.

“Quando siamo partiti per il Libano” mi dice in inglese, la lingua che pur non essendo madre di nessuno dei due è il ponte che usiamo per far scivolare parole comprensibili  dall’uno all’altra “ho preso alcune cose da casa. Non ho pensato più di tanto ai vestiti, o alle scarpe: quelle sono cose che si comprano, non sono importanti. Ho preso dei libri , dei quaderni. Ho preso delle foto. Ma ho lasciato là la mia collezione di francobolli. Ne avevo moltissimi, li collezionava anche mio padre, ce n’erano alcuni vecchi di settant’anni”.

Collezionare francobolli è un’attività che non mi è mai interessata. Non provo nessun interesse per il collezionismo in generale, a dire il vero. Probabilmente per il mio spirito ancora tendenzialmente nomadico, dato che penso sia un’attività che ha a che fare con un’idea di stabilità: il collezionare necessita di posto proprio in cui riporre gli oggetti del caso, che si tratti di un mobile in cui poggiare un raccoglitore per i francobolli, o delle pareti per i quadri, delle librerie per i libri, delle mensole per le palle di vetro con acqua e neve.

In tutto l’orrore che la guerra può produrre, non so bene perché, in questi giorni è l’immagine di quel raccoglitore che occupa il maggior spazio nella mia mente, quando penso a quel conflitto. Vedo le mani di un padre (che non c’è più) e di un figlio che lavorano, forse in momenti diversi, forse insieme, per creare quella collezione. Immagino quelle mani che inseriscono lettere, cartoline arrivate da chissà dove e inviate  da chissà chi. Penso alle giornate quiete, normali, abituali in cui capitava di riuscire ad aggiungere un nuovo francobollo alla collezione, a quelle mani che andavano a prendere il raccoglitore dentro a un mobile o sopra una scansia, lo aprivano e aggiungevano l’ultimo arrivato.

Uno magari non sa perché colleziona un determinato oggetto, né che ne farà di ciò che sta collezionando, ma suppongo si immagini sia qualcosa che lascerà ai figli, ai nipoti, non tanto perché debbano avere necessariamente lo stesso interesse, ma più che altro come ricordo, magari un po’ eccentrico, di ciò che si è stati, di ciò che è piaciuto. Magari Z. immaginava di far sfogliare quell’album a suo figlio, a suo nipote, dicendo “Pensa, questi sono i francobolli che ha collezionato mio padre, hanno più di cent’anni!” e  l’informazione avrebbe nutrito l’ immaginazione di quel bambino, aiutandolo a creare un’ idea tutta sua del bisnonno.

Quel raccoglitore ora è sotto un cumulo di macerie. Chissà se se ne vede un angolo affiorare tra i calcinacci delle pareti crollate. Chissà se per quelle strade passa ancora qualcuno che potrebbe vederlo.

C’è un’idea che mi è venuta in mente. Ha a che fare con il provare a far ricominciare a Z. il suo collezionismo. Ha a che fare con un gesto bellissimo e ormai raro come quello di mandare lettere o cartoline. Ha a che fare con piccoli gesti di gentilezza che uniscono persone che non si conoscono.

Se siete interessati fatemi sapere.

Quella cosa intorno al collo

Quella cosa“Era giunta alla convinzione che essere genitori in America fosse un destreggiarsi fra ansie prodotte dall’eccesso di cibo: la pancia piena dava agli americani il tempo di preoccuparsi che i figli fossero affetti da una malattia rara di cui avevano appena letto, li faceva pensare che avessero il diritto di proteggere i figli da delusioni, mancanze e fallimenti. La pancia piena concedeva loro il lusso di autocompiacersi di essere buoni genitori, come se prendersi cura di un figlio fosse l’eccezione e non la regola”.

#LottoMarzo e la fatica di staccarsi dal lavoro di cura

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L’avevo già percepito al tavolo tematico di Non Una di Meno a cui ho partecipato, quando nella seconda delle due giornate dello scorso febbraio ci siamo messe a ragionare sullo sciopero e a elencare in che modo ognuna di noi avrebbe aderito.

I primi interventi parlavano di questa giornata come un giornata di sensibilizzazione: qualcuna avrebbe dedicato le lezioni al tema della violenza contro le donne, all’educazione senza stereotipi, qualcuna avrebbero chiesto la collaborazione dei commercianti del suo paese per diffondere la notizia e sensibilizzare, ma non voleva chiamarlo sciopero “perché è un termine che fa paura e allontana”. C’era chi diceva che lavorava al nido e non avrebbe scioperato per non far venire meno quel percorso educativo costruito giorno dopo giorno con bambini e bambine, per non creare problemi alle colleghe, disagi ai genitori. E ancora oggi su Facebook leggo post di persone che appoggiano lo sciopero, ma non sciopereranno.

A me e alle amiche che erano con me, molte delle quali con lavori con pochissime tutele e contratti assurdi, ha fatto molto effetto sentir dire dalla voce di chi ha il diritto di sciopero che farà questo e quello, ma non sciopererà. Allora vorrei dirlo chiaro e forte: il senso di questo 8 Marzo 2017 non è quello di creare una giornata in cui sensibilizzare facendo lezioni ad hoc. Abbiamo tutti gli altri 364 giorni a disposizione per sensibilizzare a lezione: questa è la giornata in cui non fare lezione. In questa giornata non è possibile salvare capra e cavoli, dire di sostenere lo sciopero e poi andare a lavorare, magari vestite di nero e con un fiocco fuxia diffondendo qualche volantino stampato a proprie spese.  Sappiamo benissimo in che mondo del lavoro viviamo, quanto possa pesare la giornata decurtata dallo stipendio, le possibili ritorsioni, il senso di solitudine sul luogo di lavoro, ma è necessario avere  coraggio.

Sciopero sarà anche una parola che fa paura a qualcuno, che forse non dirà più niente a molti, ma di sciopero si tratta, non di altro. E sciopero significa incrociare le braccia. Creare problemi, disagi. Significa mettersi al centro almeno per un giorno, pensare prima a noi e non ai propri studenti, ai possibili disagi delle altre famiglie e nemmeno ai possibili disagi della nostra famiglia. Siamo chiamate ad incrociare le braccia nei confronti di tutti i lavori, quelli pagati e quelli non, quindi anche nei confronti del lavoro di cura quotidiano.

Questo crea un problema? Certo: crea un enorme problema. Ed è questo il senso di questa giornata. Le nostre vite contano. Il nostro lavoro conta, ma il nostro lavoro tutto: anche quello dentro casa che, udite udite, non è un destino e non è scontato, tant’è che potremmo anche non farlo. Guardateci: ora incrociamo le braccia. Che succede se non lavoriamo né dentro né fuori casa?

“Sciopero è una parola che fa paura”. “Sciopero è una parola che al giorno d’oggi non vuol dire più niente”. Esattamente quello che si dice della parola femminismo. Questo 8 Marzo potrebbe essere una giornata epocale, ma lo sarà sulla base di ciò che ognuna di noi sceglierà di salvare: o la capra o i cavoli.