Torniamocene tutte in cucina così i maschi alfa si sentono meglio

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I maschi arrancano, stanno diventando fragili. Vediamo un po’ se indovinate di chi è la colpa?

Qui trovate l’intero articolo, articolo che personalmente avrei intitolato  “La scoperta dell’acqua calda” e per il quale non avrei sentito il bisogno di scomodare chissà quali luminari della psicologia per arrivare a sconcertanti verità quali “La pornografia riguarda in maggioranza i giovani maschi”… ma che sorpresa! Viviamo ancora in una cultura che sessualizza continuamente la donna per vendere ogni prodotto immaginabile, che accetta e riconosce come “normale” la libertà sessuale maschile e condanna quella femminile, in cui la virilità sembra essere sempre collegata al “consumo sessuale”… ma davvero ci sorprendiamo che poi ‘sti ragazzi si ammazzino di film porno?


E poi vorrei porre la luce su questo illuminante passaggio:

“Le attese eccessive, nei confronti del maschio (lavoro, sesso, responsabilità familiari) da parte di un mondo in via di femminilizzazione”.

In poche parole un mondo in cui le donne ottengono maggiori diritti (non maggiori rispetto agli uomini, maggiori rispetto ai diritti inesistenti che avevano prima, ovvero di poter avere parità di trattamento in materia di lavoro, sesso e responsabilità familiari) sarebbe un mondo femminilizzato? Quindi non un mondo paritario, un mondo FEMMINILIAZZATO, come se non si trattasse di parità ma di squilibrio. E queste “attese” (che altro non sono che diritti umani) vengono definite eccessive. Cosa sarebbe eccessivo esattamente? Pretendere che dal momento che i figli si fanno in due il carico di lavoro sia ripartito? Pretendere che visto che il sesso si fa in due il godimento sia ripartito?


Ah che belli i tempi andati in cui agli uomini non veniva fatta nessuna richiesta in materia di sesso e partecipazione familiare! Peccato fossero tempi in cui quell’alfa che tanto piace appiccicare alla parola “maschi” fosse generata solo da un’ingiustizia sociale e dal fatto che metà del genere umano non aveva accesso agli stessi diritti dell’altra metà.


Un articolo desolante.

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La giornata della memoria corta

miriamcoverC’è uno splendido libro di Majgull Axelsson che racconta la storia di Malika, adolescente rom che nel corso della deportazione da Auschwitz a Ravensbruck assume l’identità di una ragazza ebrea di nome Miriam. A liberazione avvenuta le è chiaro che la finzione che le ha permesso di sopravvivere all’inferno dei campi di concentramento  dovrà continuare per tutta la vita: anche nella civilissima Svezia in cui si trasferirà e in cui riceverà un’ottima educazione, si sposerà e diventerà madre e nonna, essere una sopravvissuta ebrea sarà di gran lunga meglio che essere una sopravvissuta rom. Malika vive così la vita riservata a Miriam, fino al suo ottantacinquesimo compleanno, giorno in cui circondata dalla famiglia all’improvviso dice “Io non mi chiamo Miriam”, frase che dà il titolo al libro.

La storia di Malika – Miriam ci parla di tentativi di rimozione, delle identità da cui si fugge e verso cui si torna, di vite umane considerate talmente misere da non valer la pena di essere ricordate. Racconta di sopravvissuti di serie A e serie B, di come a guerra finita l’orrore non fosse stato sufficiente ad insegnare il rispetto per la diversità e il diverso fosse accolto e risarcito solo a patto che non fosse poi così diverso.

“[…] Sì, le era stato offerto un risarcimento dopo la guerra, e sì, Olof si era indignato e aveva preteso che lei rinunciasse. E Miriam si era adeguata. Dunque può nascondersi dietro di lui, ma la verità è che non l’aveva fatto per mostrarsi una moglie ubbidiente. E nemmeno per paura che le sue menzogne venissero smascherate. L’aveva fatto per una sorta di lealtà alla rovescia nei confronti del suo popolo. Ai rom non era stato offerto nessun risarcimento. Non erano stati sterminati per ragioni razziali, avevano spiegato le autorità tedesche dopo la guerra, ma perché erano criminali. Fino all’ultimo. Anche le quattordicenni come Anuscha e i bambini come Didi. E gli onesti argentieri come il padre di Malika. Ed era stato per loro che Malika aveva strappato la lettera arrivata dalla Germania”.

E così oggi la nostra Giornata della Memoria ci ricorda quanto questa memoria sia corta, non si può pensare altro guardando le strazianti foto dei migranti in fila sotto la neve a Belgrado per un pasto caldo. E ci ricorda anche quanto questa memoria sia parziale e selettiva, ritenendo degne solo alcune differenze e arrogandosi il diritto di disprezzarne altre.
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Fa male constatare che oggi come allora siamo incapaci di vedere a cosa possano portare i fascismi e le intolleranze quotidiane. Ricordiamocelo quando fra qualche decennio qualcuno chiederà – come ci chiedemmo noi qualche decennio fa – “Ma come è stato possibile non capire? Non sapere? Non immaginare dove si sarebbe andati a finire?”
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Pare che non sia nient’altro che questa la banalità del male: avere davanti agli occhi e non vedere. Avere davanti agli occhi e non solo girarsi dall’altra parte, ma puntare il dito contro. Nel silenzio assordante di chi dovrebbe dire qualcosa e invece tace.

Sala d’aspetto

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Di fronte a me c’è un piccolo tavolo colorato e una sedia, altrettanto piccola. Nella bassa libreria nera giochi in scatola e testi di pedagogia. Una mucca a dondolo, un minicarrello della spesa e due contenitori di plastica in cui si dividono lo spazio pupazzi, un pallottoliere, una casetta senza porte né finestre, mattonicini per le costruzioni. Completano l’arredamento due poltrone. Su una è seduta una signora bionda, intenta a leggere un libro. Sull’altra ci sono io. È la sala d’aspetto di un centro antiviolenza, un luogo in cui le donne che subiscono violenza domestica vengono per chiedere e ricevere aiuto.

Dodici anni fa ho passato diversi mesi qui dentro nel corso del mio tirocinio universitario, mesi in cui questo posto mi era diventato familiare e con esso il fenomeno della violenza di genere e tutto quanto fosse ad essa correlato. Eravamo diverse tirocinanti, da varie facoltà e il nostro tirocinio prevedeva una serie di ore tutte insieme, dedicate alla formazione teorica. Durante uno di quegli incontri un’operatrice ci chiese se qualcuna di noi avesse mai vissuto un episodio di violenza e se avesse voglia di condividerlo col gruppo. Eravamo circa una decina in quella stanza: tutte ebbero una risposta da dare e la voglia di raccontarla. Così, racconto dopo racconto, mettemmo in fila manate sul culo ricevute al bar mentre si camminava tra i tavoli con un vassoio in mano, atti osceni in luogo pubblico subiti da bambine, fidanzatini gelosi e ossessivi, molestie sui mezzi pubblici, zii molestatori e famiglie che li difendevano, schiaffi. A dire il vero, ho sbagliato: non tutte avevamo qualcosa da dire. Una ragazza alta e riccioluta, studentessa di psicologia, ci tenne a precisare che lei considerava gli uomini come amici, mica era femminista! Con loro si trovava bene, non li odiava. Sentii subito una sorta di stridore, come un fastidio da unghie sulla lavagna e potrebbe anche darsi che io abbia fatto il gesto di chiudere gli occhi e stringere le spalle, tanto quel suono disarmonico mi pareva autentico. Se una donna giovane, istruita, quasi psicologa, che volontariamente aveva scelto di terminare il suo percorso di studi in un centro antiviolenza pensava che il femminismo significasse odiare gli uomini… beh, il lavoro culturale di mistificazione operato nel corso degli anni nei confronti di questo termine e di tutto ciò che rappresenta era stato fatto veramente bene. E il risultato era desolante. Questo pensai allora, questo mi torna alla mente adesso.

L’appuntamento era alle due di pomeriggio, siamo arrivate con un po’ di anticipo. Dico “siamo” perché non sono qui per me, ma per accompagnare una donna a cui tengo molto. C’era un’altra coppia di donne quando siamo arrivate, presumibilmente madre e figlia, di età indefinita (non sono mai stata brava con queste cose). Per qualche minuto siamo state tutte in piedi in questa piccola stanza. Nell’attesa, guardando l’altra coppia di donne, davo per scontato che fosse la madre ad accompagnare la figlia, ma poi mi sono detta che avrebbe anche potuto essere il contrario: la violenza di genere non ha età. Secondo i dati più recenti forniti dai centri antiviolenza ora in media le donne aspettano dai tre ai cinque anni prima di chiedere aiuto. All’inizio degli anni Novanta la media era di circa dieci anni: non per uscirne, per iniziare il faticoso percorso d’uscita. La mia amica si è seduta su una poltrona, sull’altra si siede la ragazza e questo gesto mi fa pensare che sì, sia proprio la ragazza che verrà chiamata tra poco e non la madre. Nel frattempo è arrivata una terza donna, ci salutiamo, e dopo poco lascia la saletta d’aspetto perché viene chiamata. Suona il telefono, suona il citofono, si aprono porte, un colloquio finisce, si sentono parole di saluto che dicono “Ora cerca di mangiare qualcosa, ci sentiamo presto. E mi raccomando, stai attenta”. La porta si chiude. Dopo un’attesa di una ventina di minuti la ragazza viene chiamata, dopo poco chiamano anche la mia amica dicendole che se non le dispiace faranno il colloquio in cucina perché tutte le stanze-colloquio sono occupate.

Ricordo come cambiò la mia vita in quei mesi di tirocinio: leggevo, studiavo, imparavo. Vedevo tutti i giorni un flusso di donne entrare e uscire dal centro. Le ragioni di questa violenza erano sempre più chiare: solo una matrice culturale può essere all’origine di un fenomeno di così grande portata, visto che non si tratta di singoli comportamenti devianti, o raptus (parola tanto cara ai giornalisti che ne scrivono senza sapere), ma di una violenza endemica, risultato di una specifica cultura che, sia apertamente che velatamente, discrimina le donne. E così le battute sessiste tra amici, la scontatezza che siano le dipendenti donne a dover portare il caffè al titolare o a fare l’albero di Natale in ufficio, la leggerezza dell’uso di appellativi quali “troia” o “baldracca” (ovviamente in occasioni che nulla avevano a che fare con la compravendita di sesso), le cene tutti gli uomini da una parte e le donne dall’altra, le amiche che raccontavano di faccende domestiche non ripartite ” tanto mi tocca ripassarci perché lui non le fa bene”… insomma: tutto mi parlava di quelle diseguaglianze, di quella cultura maschilista che ci ha allevati e allevate. Tutt*: uomini e donne. Non fu un periodo facile, la socialità divenne un po’ più complicata, difficile trovare chi fosse sulla mia lunghezza d’onda rispetto a questa sensibilità, che comprendesse l’importanza del corretto utilizzo delle parole, la portata culturale di una “semplice” battuta. Mi sentivo in lotta tutti i giorni e a volte le forze per questa battaglia le venivano meno: il continuo spiegare, argomentare, sopportare di essere considerata “pesante”. Dopo il tirocinio, dopo la laurea, pian piano ho frequentato sempre meno quel centro. Credo di aver avuto bisogno di chiudere gli occhi per un po’ sul mondo che avevo imparato a guardare, sulle tante cose che mi si erano chiarite in testa, anche retroattivamente. Sulla pesantezza di tutto questo. Un piccolo fenomeno carsico della mia psiche, che allora credevo di aver messo in atto per “riposarmi”, ma oggi penso si sia trattato di un mettermi alla prova. E il risultato è stato:  posso anche fingere che tutto questo non esista, ma esiste. E l’ho continuato a percepire, in maniera sempre più intensa. Sul lavoro, per strada, in viaggio, alle cene tra amici, nella mia quotidianità, nelle donne a cui in questi anni ho dato il numero di quel centro antiviolenza. Esiste. A me scegliere da che parte stare.

Dopo mezz’ora la mia amica torna nella saletta: il colloquio è finito. Andiamo a prenderci un gelato, in  questa situazione sospesa. Mentre torniamo alla macchina noto sotto al portico un portone aperto da cui si scorge un bellissimo giardino alla fine di un lungo corridoio: mi fermo e la fermo. Sbirciamo dentro ed è lei che mi dice col sorriso e occhi pieni di meraviglia: “Entriamo e andiamo a vedere!”. Mi sorprende la sua proposta, non me l’aspettavo. Entriamo, complici e contente di stare facendo una cosa che normalmente non faremmo. La facciamo perché ci piace. La facciamo perché siamo curiose. La facciamo perché non tutto quello che insegnano essere giusto e “a modo” ha davvero a che fare con la felicità.

Grazie, signora del caffè

Signora che lavori in ospedale e che stamattina sei uscita per portare un caffè al ragazzo che chiedeva l’elemosina in ginocchio davanti all’ingresso. Signora che, una volta rientrata, sei andata di nuovo verso le macchinette a prendere un altro caffè (per te questa volta) e che per ciò che avevi appena fatto sei stata apostrofata con biasimo dalla vecchina seduta sulle sedie lì a fianco. Volevo dirti grazie. Per il gesto, per la risposta che le hai dato, pacata e definitiva. Per avermi risollevato la giornata. Per rendere il mondo un posto migliore.

Imparare a guardare

“Per diverso tempo non ho saputo che la sua faccia “strana” era dovuta a una fucilata in faccia, regalo del suo ex”. Le parole della mia amica S. accompagnano  questa notizia. Conosce molto bene la donna di cui si parla nell’articolo: è stata la sua professoressa di educazione fisica alle superiori.

Ricordo i primi tempi in cui iniziai a conoscere il fenomeno della violenza contro le donne, con un tirocinio universitario presso la Casa delle Donne per non subire violenza di Bologna. Piano piano, sotto ai miei occhi, venivano illustrati dati e statistiche, frutto di anni di lavoro dei centri antiviolenza italiani e internazionali. Per le donne tra i 16 e i 44 anni la violenza da parte di un partner, marito, fidanzato, padre è la prima causa di morte e invalidità permanente. Una donna su tre ha subito (o sta subendo) una qualche forma di violenza. Imparavo a conoscere un fenomeno immenso, diffusissimo in tutte i continenti senza eccezioni, un fenomeno che c’era sempre stato e che continuava imperterrito ad esserci, ma che fino a quel momento mi pareva come invisibile.

Molti gli elementi che contribuivano alla sua invisibilità: una cultura che ti sussurra continuamente ciò che devi fare per essere una donna giusta ( ti ho visto le mutande mentre scendevi dallo scivolo, non rispondere con quel tono, perché non sorridi mai, non ti tieni abbastanza, la scienza è roba da uomini, mangia composta, torna presto la sera, avere una figlia femmina è più facile, i maschi sono così esuberanti…). Una cultura che ti dice che i panni sporchi non si lavano in piazza e che fra moglie e marito non bisogna mettere il dito. Una cultura che parla di re e condottieri e relega le donne a mogli, concubine, serve, bottino di guerra nel corso della storia. Una cultura che ti dice che se quel vecchio ti ha messo una mano sulle tette e ti ha baciato in bocca sei di certo tu che non hai capito le sue intenzioni, che ti sei sbagliata, ché lui è un tipo molto espansivo, perché mai avrebbe dovuto fare questa cosa proprio a te? Una cultura che dice che certe cose succedono solo negli ambienti degradati, non di certo fra persone rispettabili.

Poi accade qualcosa che squarcia questo velo e impari a dire NO.

No, non devo sorridere per forza.
No, ci sono state tantissime scienziate nella storia di cui non mi avete mai raccontato.
No, i maschi sono esuberanti perché permettete loro di fare quello che non permettete a noi.
No, le donne nella storia ci sono state eccome, siete voi che non le avete messe nei miei libri di storia.
No, nelle liti fra moglie e marito bisogna mettere di tutto: bussare alle porte, chiamare i carabineri, offrire sostegno, fornire i numeri di telefono dei centri antiviolenza, non voltarsi dall’altra parte.
No, io ho capito benissimo le intenzioni di quel vecchio, non sono idiota e so distinguere la lussuria dall’espansività.

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E no, queste cose non succedono solo in contesti degradati, ma in tutti gli ambienti, in maniera trasversale. E si vedono chiaramente, se si impara a guardare. Appaiono anche se si guarda con gli occhi della memoria. Così oggi ripenso anche io a una mia professoressa del liceo, una donna mite, dolce, paziente. Rivedo i sui lividi sulle braccia o sulle gambe, quel livido sullo zigomo. Ricordo che era l’unica a firmare col cognome del marito. Mi ritorna alla memoria quella volta in cui la videro con un brutto segno sulla guancia e qualcuno le chiese cosa le fosse successo, mi sorprende ora pensare a come tutti quanti ritennero la sua risposta convincente “Stavo stirando, è suonato il telefono e sbadatamente ho risposto col ferro da stiro”. La violenza era già tutta lì, davanti ai nostri occhi, ma non la vedevamo, non sapevamo guardare.

Un tempo, una persona a me molto vicina mi disse che quella proporzione, quell’ “una donna su tre”, non era possibile. “Allora scusa, alla cena di ieri c’erano dieci donne, sulla base di quello che dici tu dovrebbero essere in tre a subire violenza! Onestamente mi pare che i conti non tornino, le conosco tutte, nessuna di loro è mai stata picchiata”.

Tornano, eccome. Devi solo imparare a guardare.

Cattoliche che non ti aspetti – Parte prima

L’ultima volta che avevo messo piede ad un incontro organizzato da una parrocchia sul “gender” ero tornata a casa arrabbiata e col mal di stomaco. Avevo assistito a due ore di deliri in cui la platea composta principalmente da adolescenti era stata sottoposta a fini ragionamenti quali “ancora non è stato identificato il gene dell’omosessualità, quindi non possiamo propriamente definirla una malattia, ma se anche fosse? Curiamo tante malattie genetiche, perché non potremmo pensare di curare anche questa?”. Una serata in cui  il ddl Scalfarotto veniva paragonato alle leggi razziali nei confronti degli ebrei italiani “perché entrambe limitano la libertà”, dando per scontato che la libertà di offendere qualcuno per i suoi orientamenti sessuali e la libertà da parte delle persone di religione ebraica di vivere fossero sullo stesso piano logico.

Questi i ricordi che mi accompagnavano mentre attraversavo la chiesa di Santa Maria dei Servi, a Bologna, per raggiungere la canonica dove si sarebbe tenuto l’incontro dal titolo “Che genere di Dio? La teologa Selene Zorzi riflette sulla cosiddetta ‘ideologia del gender’, spiegando le ragioni del dialogo, invitando a non costruire steccati. Nonostante il sottotitolo confortante, avvertivo ugualmente un certo disagio.

Prendo posto a sedere. Selene Zorzi inizia a parlare e piano piano il mio disagio muta in stupore: nella canonica di una chiesta cattolica una teologa ex monaca benedettina stava parlando di questioni genere nella mia stessa lingua:

“Il sesso ha a che fare con cromosomi, ormoni, organi genitali interni ed esterni. Il genere invece indica i comportamenti che ci aspettiamo, è una costruzione sociale. Un’attesa socialmente costruita, modelli che danno indicazioni, ma che a volte tarpano le ali. Prima dell’avvento del femminismo i maschi non sapevano di avere una soggettività parziale. E in quanto costruzioni storiche, le definizioni di genere possono cambiare”.

Fatta chiarezza sul “genere”, ecco che arriva la questione più spinosa, ovvero quella che viene spacciata come “ideologia gender”o anche “teoria gender” (un’evidente cattiva traduzione della parola inglese “theory”, che non significa teoria, ma sistema complesso, come tiene a sottolineare). Illustrare – per poi dover smontare – una teoria inesistente, inventata a tavolino dagli àmbiti più reazionari della propria comunità religiosa non è cosa facile, ma Selene Zorzi ci riesce bene, con serenità e pacatezza. Lo fa citando e criticando una serie di affermazioni e definizioni con cui le associazioni cosiddette “antigender” hanno inventato il nemico da cui difendersi. Una delle affermazioni più frequenti  è che il gender (quindi il genere) neghi la differenza uomo-donna, affermazione falsa, soprattutto perché la seconda ondata di femminismo che ne ha sviluppato il significato era basata proprio sul tema della differenza tra uomini e donne. Altre affermazioni “anti-gender” sostengono che la “teoria gender” concepisca il sesso come un ruolo sociale, che si può decidere autonomamente. Ancora una falsità, perché come ben spiegato nella prima parte dell’intervento, Zorzi ribadisce che non è il sesso ad essere stato deciso e costruito dalla società, ma il genere.

Nel corso dell’incontro entra nel vivo di alcune interpretazioni legate al Vecchio e Nuovo Testamento, spiegando come abbiano anch’esse subito il condizionamento dei tempi in cui sono state formulate:

“Se guardiamo al comportamento del padre di Gesù vediamo che è talmente “madre” che a volte non si distingue ed è ben lontano dalla figura del padre padrone che ha imperversato per secoli nelle famiglie. Spesso i maschi non si danno la possibilità di essere diversi. Nel Vangelo Gesù mostra una maschilità capace di ascoltare il desiderio femminile: lentamente gli uomini stanno iniziando ad assumere questa maschilità più complessa e bella. […] Dio è di chi lo dice. Il linguaggio permette di riconoscere la realtà oltre che di esprimerla. L’idea che esistano minoranze senza voce e che ci sia la volontà di privarle sia del diritto che del linguaggio non sono pensieri e intenzioni che possono stare nel cuore di un cristiano“.

L’uditorio annuisce interessato, molti prendono appunti e, a intervento terminato, le domande e le puntualizzazioni del pubblico delineano una realtà fatta di credenti che si battono per rinnovare la Chiesa cattolica su tematiche quali la sessualità (con la valorizzazione della libertà di coscienza del singolo e della coppia), l’accesso ai ministeri ordinati per le donne, l’accettazione della condizione omosessuale, l’eliminazione dell’obbligo di celibato per i presbiteri e altre istanze decisamente progressiste.

“Io ho saputo di questo incontro perché mi è arrivata una mail dagli organizzatori, ma questa voce all’interno del mondo cattolico non si sente mai. Come possiamo fare per farci sentire?” chiede una donna dal pubblico.

E’ vero. Questa voce è sconosciuta a molti, me compresa prima di questo incontro. D’altra parte è una voce che non urla, ma parla. Che non infama, ma spiega. Che non cerca lo scontro, ma il dialogo. E per questo non fa notizia. Ma è una voce che esiste e che è importante conoscere e far conoscere, perché ci racconta che anche nelle istituzioni più conservatrici la realtà è più complessa del bianco e nero con cui generalmente la troviamo ritratta. Ci sono movimenti interni che premono e si battono per il cambiamento, come dimostrano i pensieri e le intenzioni di queste persone. E sono più numerosi e variegati di quanto si creda. Dare loro voce è importante, ma allo stesso tempo è essenziale offrire le nostre orecchie per ascoltare cos’hanno da dire. Perché non credo ci sia un ordine di importanza nel merito degli stereotipi e dei luoghi comuni. Il rischio è di impegnarsi a combatterne alcuni senza accorgersi di quelli che albergano dentro di noi, ben nascosti: proviamo a non aver paura della complessità.

Colonia, veli e libertà

Che mille uomini si organizzino con il preciso compito di molestare, derubare e assaltare sessualmente le donne in un luogo pubblico è un fatto gravissimo e inquietante, che ha molti elementi oscuri su cui è necessario fare luce. Mi auguro che a breve le indagini chiariscano le dinamiche e le motivazioni dietro a questi episodi, per poter fare analisi appropriate e non basate solo su supposti scontri di civiltà, chiamando in causa l’Islam e la condizione della donna all’interno di questa religione. Quando si parla di donne e Islam, una delle prime immagini che si materializzano davanti agli occhi è il velo, che nella religione islamica viene motivato come strumento di protezione: nasconde le forme per sottrarre le donne al desiderio sessuale maschile. Siamo sicure che ci sia molta differenza tra un velo imposto per salvarsi dalle attenzioni indesiderate e i consigli rivolti alle donne che la sindaca di Colonia Henriette Reker ha annunciato di voler pubblicare sul sito internet della città con lo stesso scopo? “Tenere una distanza di almeno un braccio tra sé e gli estranei negli spazi pubblici, non isolarsi dal gruppo, chiedere aiuto ai passanti”. Mi auguro che nella pubblicazione ufficiale non compaiano anche consigli in materia di vestiario o orari in cui è sconsigliato uscire di casa. In entrambi i casi, che si tratti di un velo o di un vademecum, troviamo da un lato uomini che esercitano liberamente una prepotenza e dall’altro donne costrette a limitare le proprie libertà per sentirsi in salvo.

Veli: quelli della tradizione islamica sono vari e ben visibili, tanto che stiamo imparando a familiarizzare con i nomi che li distinguono: hijab, niqab,  chador, burqua. Ce n’è uno però, invisibile e senza nome, che non appartiene all’islam, ma alla nostra moderna cultura occidentale.  Pur non vedendolo, ce lo troviamo davanti in molte occasioni: è il velo rappresentato dal politically correct.  Spesso sottilissimo, è teso a nascondere pensieri che solo ad un primo sguardo sembrano non far più parte dei “nostri valori”, ma se siamo capaci di sollevarlo, scopriamo che quei pensieri sono ancora lì, ben incastonati nel comune sentire.

Metti una sera a cena. Tutti a casa di un’amica, è il suo compleanno. Divisi tra cucina e sala mangiamo, chiacchieriamo, passiamo da una stanza all’altra. Chi vuol fumare una sigaretta esce sul terrazzo. In questo andare e venire, mi ritrovo in cucina, unica donna tra uomini. L’occasione è perfetta per raccontarmi una barzelletta. Chiaramente una barzelletta di una certo tipo.

– Ehi, senti questa! Ci sono due trans che parlano. “Sai, la settimana prossima vado a Casablanca a fare un’operazione per diventare donna” e l’altra “Wow! Fantastico!”. Dopo un mese si incontrano e una chiede: “Allora? Com’è stata l’operazione per diventare donna? Dolorosa?” E l’altra: “ Guarda, il taglio del c***o neanche tanto, mi ha fatto più male quando mi hanno ristretto il cervello”.

Ridono, mi guardano. Io ho la faccia seria, ma dentro di me sono furiosa. Mi esce un “complimenti” dichiaratamente ironico e me ne vado nell’altra stanza, dove sono sedute molte donne: chi chiacchiera, chi ascolta. Mi chiedo se quella “barzelletta” sarebbe stata raccontata ugualmente in una situazione invertita, con un solo uomo in mezzo a un gruppo di donne. Erano tutti amici che conosco da anni e so che nessuno si permetterebbe mai di abusare fisicamente di me, ma come catalogare questo episodio, se non come violenza? Cos’altro è una storiella in cui la risata compare nell’evidenziare il binomio donna-stupidità? Io l’ho vissuta così e ho reagito allo stesso modo di quando capita di sentire una mano sul fondoschiena in autobus: sgomento, incapacità di esprimere la mia rabbia e un ricordo dell’episodio che porto dietro da tempo. Mi sono sfogata più volte raccontandolo in giro e chiedendo ad altre che cosa avrebbero fatto al mio posto. Molte mi hanno detto che sarebbe stato inutile dire qualsiasi cosa, tanto non avrebbero capito; qualcuna affermava che non le sarebbe importato nulla di rovinare la festa e si sarebbe infuriata; una mi ha chiesto se davvero quelle persone le considero amiche. Certo, a mente fredda le reazioni potevano essere molte, una tra tutte far presente che mi sentivo offesa. L’ho fatto una volta, anni dopo, in una situazione analoga e uno dei miei amici più progressisti da dietro le spalle ha alzato gli occhi al cielo e fatto un gesto come a dire “Che pesantezza!”.

Grazie alle battaglie e alle conquiste femministe, oggi certi atteggiamenti e abusi sono condannati socialmente, ma ciò non significa che nell’intimo di ognuno vengano ritenuti sbagliati. Sotto il velo del politically correct si scopre tutto ciò che, pur non nominato pubblicamente perché uncorrect,  esiste e viene comunemente fatto e/o pensato. Nessuno mette apertamente in dubbio  il mio diritto a lavorare, ma in ufficio il titolare chiede a me se “gentilmente” gli porto il caffè, non ai miei quattro colleghi uomini. Così come nessuno dice ad alta voce che le donne non debbano partecipare alla vita politica, salvo poi fare entrare dalla finestra il sessismo che solo a parole è stato cacciato dalla porta. Tutti (a maggior ragione dopo i fatti di Colonia) sostengono che le donne abbiano il diritto ad uscire e a godersi la vita, notte compresa, ma che la città per una donna sola sia più piccola è un dato di fatto universalmente riconosciuto, perché certe zone per lei sono off limits e se le è successo qualcosa mentre camminava da sola in una strada poco illuminata, beh… un po’ se l’è cercata. Figurarsi poi se indossava poi una minigonna.

Ripenso a chi mi chiedeva se ritenessi queste persone “amiche”. Di sicuro se dovessi lasciare nella lista degli amici quelli che non solo non fanno battute sessiste, ma sono anche in grado di opporvisi in una situazione come quella di cui sopra, mi ritroverei ad avere in mano un foglietto decisamente sguarnito, per usare un eufemismo. Non è facile, perché come diceva Simone de Beauvoir  quarant’anni fa: “gli uomini progressisti sono comunque imbevuti di cultura maschilista“. E l’esperienza di tutti i giorni ci racconta che non è cambiato molto da allora.

 

La nonviolenza ai tempi del terrorismo

Dopo i fatti di Parigi siamo stati letteralmente inondati da servizi giornalistici che non hanno fatto altro che ribadire come il terrorismo abbia colpito le persone nella vita di tutti i giorni, contribuendo così portare a livelli esponenziali la sensazione diffusa che non esista più uno spazio in cui sentirsi al sicuro. E le risposte di pancia non hanno tardato a pronunciarsi: guerra, bombardamenti per annientare il nemico.

Ma davvero giunti a questo punto è la guerra l’unica strada possibile?

Hanno le idee molto chiare in proposito Corrado e Agnese, volontari di Operazione Colomba. Tre anni fa hanno lasciato il lavoro in Italia per impegnarsi in progetti di pace in Palestina per poi spostarsi in Libano, dove hanno vissuto per quasi un anno in un campo profughi siriano. La parola “NONVIOLENZA” svetta sulle loro teste, proiettata nel titolo dell’incontro svoltosi in una parrocchia di Bologna. Prima di raccontare la loro esperienza parlano della mancanza di conoscenza e consapevolezza da parte degli italiani sui numeri dell’immigrazione nel nostro paese. Secondo una ricerca Ipsos Mori l’Italia evidenzia una forte ignoranza su molte questioni, tra cui la reale percentuale di immigrati e la percentuale di musulmani: gli immigrati rappresentano il 7% della popolazione italiana e i musulmani il 4%, niente a che vedere quindi con il pericolo di “invasione” gridata da esponenti di partito e dalle prime pagine di molti giornali, generando e alimentando quell’errata percezione, che ci ha fatto guadagnare il primo posto nella classifica dell’ignoranza. Segue una breve spiegazione sulle ragioni della guerra in Siria e la proiezione di dati che mostrano come se da un lato l’Isis ha avuto un’enorme risonanza mediatica – tanto da essere percepito come l’unico nemico da combattere –  a ben vedere è Bashar al-Assad il principale responsabile dei morti siriani: nei primi sei mesi del 2015 le sue Forze Governative hanno ucciso sette volte più dell’Isis, facendo uso tra l’altro dei barili bomba, barili di metallo riempiti di tritolo e ferri che sganciate sopra le case dei civili producono in pochi secondi effetti devastanti.

 

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Fonte Irin

Le risposte messe in campo finora sono state il bombardamento della Siria (anche se è difficile considerare risposta un attacco militare iniziato ben prima degli attentati di Parigi), la chiusura delle frontiere, la militarizzazione dei territori e la dichiarazione dello Stato di Emergenza con conseguente sospensione della democrazia.

Secondo i volontari di Operazione Colomba invece c’è un’unica risposta possibile, diametralmente opposta a tutte quelle fornite finora: la nonviolenza. E a chi dice che la nonviolenza ha tempi troppo lunghi, la riflessione di Agnese si manifesta chiara:

“Dall’11 settembre in poi è evidente come non ci sia stata nessuna convenienza nell’uso della forza: quella che doveva essere una guerra lampo al terrorismo a seguito dell’attentato alle Torri Gemelle non solo sta continuando tutt’ora, ma non ha fatto altro che inasprire le tensioni con conseguenti creazioni di nuovi gruppi terroristici. La modalità “occhio per occhio” non solo non funziona, ma è completamente priva di giustizia perché la guerra colpisce in primo luogo i civili, da una parte e dall’altra. Hollande ha bombardato Raqqa come risposta agli attentati del 13 novembre, ma  Raqqa non è solo la roccaforte dell’Isis, è anche una città in cui vivono civili che subiscono la guerra, parenti di molti dei rifugiati del campo dove abbiamo vissuto. Qualcuno li chiama “effetti collaterali”. Dovremmo chiederci allora: quanti bambini morti siamo disposti a tollerare per sentirci più sicuri? Quanti civili, da entrambe le parti?”

Inasprire il conflitto porta inevitabilmente ad un’escalation di violenza, che solo la mediazione e la riconciliazione delle parti può fermare. E’ questa la tesi di fondo di Operazione Colomba e a suo sostegno vengono riportati i risultati del loro progetto in Palestina.

“Da dieci anni sosteniamo la resistenza nonviolenta di un villaggio palestinese a sud di Hebron: grazie a questa scelta il villaggio ha ottenuto acqua, luce e scuole, tutte cose che per i villaggi vicini che non hanno compiuto questa scelta sono solo un sogno”

Vivere insieme ai profughi siriani in Libano ha permesso loro di farsi conoscere dall’Altro e, allo steso tempo, ha permesso ai siriani di sapere che l’occidente non è solo bombardamenti e frontiere chiuse, ma anche persone che volontariamente scelgono di condividere con loro questa vita così faticosa, nella loro stessa maniera. Perché lo fanno? Lo fanno perché come parte terza si pongono in un’ “equivicinanza” tra le parti in conflitto, nel caso specifico i siriani rifugiati e i libanesi, popolazione composta da quattro milioni di persone di cui un milione e mezzo sono profughi siriani e mezzo milioni sono palestinesi profughi in libano dal 1948. Inevitabili dunque le tensioni e la difficoltà di convivenza, che non possono essere risolte con la violenza, ma con la mediazione.

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Campo profughi siriano in Libano – Fonte foto: Operazione Colomba

“Viviamo con loro, come loro, quindi anche noi in una tenda, fatta di cartone, plastica e tessuto. Lo facciamo per garantire una presenza internazionale in modo che possano sentirsi più sicuri e per far sapere loro che non sono soli. Il nostro essere lì restituisce dignità a persone che non hanno più nulla, che nessuno vuole e che si umiliano quotidianamente nel dover chiedere, chiedere in continuazione per sperare di avere qualcosa di più. Nella convivenza invece è successo spesso che fossimo noi a chiedere aiuto a loro, che hanno molta più esperienza di cosa sia la vita in un campo profughi: le volte in cui è piovuto a dirotto ad esempio e la nostra tenda non reggeva, sono stati loro ad aiutarci a risistemarla. E anche quando ci invitano a cena, l’essere ospiti è un ruolo che ancora una volta restituisce loro dignità, la dignità di chi pur nella povertà e nella necessità desidera condividere il con te suo pasto frugale e insieme a questo la sua storia, la sua vita e le sue domande. Adesso sanno che per ognuno di noi volontari presenti al campo profughi, ci sono in Italia tante altre persone il cui lavoro, il cui impegno e le cui donazioni ci permettono di essere qui. Nel sentirsi abbandonati da tutti, la nostra presenza dà loro speranza”.

Oltre alla condivisione della vita nel capo profughi, Operazione Colomba ha fatto una specifica richiesta di resettlement al Governo italiano: se verrà accettata 75 profughi siriani potranno arrivare in Italia in aereo, senza dover rischiare la vita sui barconi. Nell’oceano dei profughi che le guerre generano questi 75 possono sembrare ai nostri occhi una goccia nel mare, ma non lo sono per i volontari di Operazione Colomba, la cui esperienza ha trasformato questi 75 da numeri a persone, conoscenti, amici. E a noi, che di loro non abbiamo conoscenza diretta, sia sufficiente pensare che in fondo è proprio di questo che è fatto il mare: un insieme di minuscole gocce.

Grazie, Fatema

“Fu in un grande magazzino americano, nel corso di un fallimentare tentativo di comprarmi una gonna di cotone, che mi sentii dire che i miei fianchi erano troppo larghi per la taglia 42. Ebbi allora la penosa occasione di sperimentare come l’immagine di bellezza dell’Occidente possa ferire fisicamente una donna e umiliarla tanto quanto il velo imposto da una polizia statale in regimi estremisti quali l’Iran, l’Afghanistan o l’Arabia Saudita”.

Fatema Mernissi,  “L’harem e l’Occidente”

Un periodista no es un publicista del poder

Lydia CachoIl Ridotto del Teatro Comunale di Ferrara è gremito di gente: più di un’ora di fila per entrare, per assicurarsi la possibilità di ascoltarla. La protagonista dell’incontro è Lydia Cacho, giornalista messicana invitata a Ferrara come ospite del Festival di Internazionale, edizione 2014. Dieci anni fa, a seguito di una denuncia di stupro di una ragazzina di tredici anni, Cacho inizia ad indagare sul caso e scopre una gigantesca rete di pedofili che coinvolge politici, imprenditori e polizia. Spuntano fuori nomi importanti, nomi di politici. Lydia, che al tempo lavorava come giornalista del piccolo schermo, questi nomi li pronuncia alla televisione. E inizia a riceve minacce di morte. Non solo: accusata di diffamazione, un giorno, mentre si sta recando nel suo ufficio (siamo nella città di Cancun) viene arrestata dalla polizia, in una vera e propria scena da film, in cui due macchine chiudono la strada  e da una terza scendono degli uomini che, puntandole una pistola contro, la obbligano a salire su una delle vetture. Sono tutti in borghese e nessuno di loro si identifica, cosa che in un primo tempo le fa pensare che si tratti di un sequestro. La aspetta un lungo viaggio, duemila chilometri in cui subisce continuamente torture e minacce di morte. Questo brutale episodio però non la coglie impreparata: aveva da tempo predisposto una serie di contatti che il marito e i suoi colleghi avrebbero dovuto chiamare in caso di una sua sparizione. Continua a leggere