Il senso di questo #MeToo

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#MeToo, anche se mi chiedo chi è che si presuppone debba vedere la reale dimensione di questo fenomeno: chi è che non ne conosce l’estensione?

Le donne sanno perfettamente che tutte nella propria vita hanno subito una qualche molestia. Magari non hanno voglia di raccontarlo su fb mettendosi addosso un #, oppure le hanno subite senza riuscire a dar loro il nome corretto, senza riconoscerle come tali. Ma devo ancora conoscerne una che non ci sia passata.

Quindi questo hashtag è per rendere consapevoli gli uomini? Di certo non gli stessi che di quelle molestie sono autori: non ci fossero loro ad agirle non ci sarebbe bisogno di un #MeToo. Conoscono bene il fenomeno, essendone la causa.

Non rimanete che voi, uomini che siete amici, solidali e che non vi nascondete dietro un “Io non lo farei mai”. Che magari ci avete pure prese un po’ in giro per questa nostra fissa del femminismo, ché voi non lo fareste mai però ci etichettate come arrabbiate di default e in fondo ci reputate esagerate.

Chissà che questo #MeToo non possa servire a farvi capire la nostra fatica e, invece di meravigliarvi per la nostra rabbia, a farvi meravigliare per la nostra gioia, capace di esistere nonostante tutta questa merda.

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Più semplice di così

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In biblioteca.

Sono al banco in attesa che registrino i libri che ho preso. Nel frattempo una bibliotecaria parla col ragazzo del servizio civile: stanno cercando il cognome di un bambino da contattare, ma viene loro in mente solo nome e cognome della madre.

“Ovvio” dice il ragazzo “i bambini vengono sempre in biblioteca con le madri, i padri non si vedono mai. Poi per forza non ci ricordiamo i loro cognomi”.

Aggiunge la bibliotecaria “Anche perché poi le maggiori lettrici sono le donne! Gli uomini leggono meno”.

Dico io “Beh, allora mi sa che dovrete organizzare delle attività di promozione della lettura anche per gli uomini, in aggiunta a quelle per bambini e bambine”.

Il ragazzo mi guarda e scuote la testa. “La vedo molto più semplice. Basterebbe dare ai bambini i cognomi delle madri”.

L’infinita naturalezza della risposta mi disarma. Ma in effetti, più semplice di così…

Siete donne e femministe, è normale che lavoriate gratis

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Un paio di giorni fa l’associazione di cui faccio parte e con cui sviluppo progetti sugli stereotipi di genere nelle scuole riceve una mail da un comune con cui abbiamo collaborato, portando nel corso dell’anno scolastico due progetti nelle scuole secondarie di primo grado del territorio. La mail recita più o meno così: “Gentilissime, vi inviamo copia dei vostri progetti scolastici inseriti nel POT (Piano Offerta Territoriale) 2016-2017 e chiediamo la vostra proposta da inserire nel POT del 2017-2018”.

Rispondiamo, inviando una proposta con descrizione dei nuovi progetti, modalità di esecuzione, durata, personale coinvolto e costi. I costi erano pressoché identici a quelli dei progetti già sviluppati (e pagati).

Risposta del comune: “L’amministrazione non prevede nessun contributo economico. Vi chiediamo cosa siete disposte a fare a titolo gratuito”.

Ciò che istintivamente avrei voluto scrivere è  “Gentilissima,  ha presente quello che è disposta a fare lei sul suo posto di lavoro se non fosse pagata per quello che fa? Ecco, a gratis facciamo esattamente la stessa cosa”.

Poi, mentre pensavo al fatto che è talmente normale credere di poter avere gente che lavora gratis che non ci si preoccupa nemmeno di inserire in una mail del genere qualche espressione di scuse del tipo “purtroppo quest’anno” o “siamo davvero spiacenti” o “ci rendiamo conto che la richiesta può sembrare offensiva” (può sembrare offensiva perché in effetti lo è), mi sono venute in mente un paio di altre situazioni che dicono tanto in merito a questo tipo di lavoro.

Un episodio riguarda una sindacalista femminista che votò contro i progetti della nostra associazione proposti all’interno della sua scuola. La motivazione? “Sono tematiche troppo alte, troppo etiche per essere monetarizzate. Non si possono chiedere soldi per progetti così importanti”.

Il secondo episodio invece vede come protagonista l’assessorato alle pari opportunità di un grande comune che ci aveva commissionato un lavoro discretamente impegnativo su comunicazione e analisi dei dati. Abbiamo lavorato al progetto per diversi mesi e poco alla volta le nostre referenti mostrano di avere le idee poco chiare su quello che  vogliono da noi, fino ad arrivare a chiederci cose completamente diverse da quelle concordate (e approvate!). Alla nostra ennesima mail di chiarimenti rispondono dicendo “Scusate ma dobbiamo chiarirci le idee, grazie di tutto e alla prossima!”.

Non metto in discussione i tempi di crisi che stiamo vivendo e il fatto che i soldi che si investono in cultura siano molti meno di quelli di un tempo. Però credo che non siano i soldi il vero problema, ma la percezione di questo tipo di lavoro e soprattutto delle donne che svolgono questo lavoro. 

Prendiamo il commento della sindacalista: perché nei confronti dell’archeologa che nella stessa scuola è pagata per fare i progetti di archeologia non solleva la stessa problematica? Cosa vuole dire che sono temi “troppo alti per essere monetarizzati”? Questa riflessione è specchio di una società troppo abituata all’idea che le donne impegnate in qualcosa lo debbano fare per passione, “per il cuore”, senza nessun interesse. Ricordo anche i commenti di alcune ex consigliere comunali nel corso di un incontro che abbiamo tenuto in Basilicata sul tema del rapporto tra donne e politica: “Le donne sono diverse, per loro la politica è servizio!”. Come se ricevere soldi per un lavoro svolto sminuisse quel lavoro, come se per essere credibili bisognasse allontanare il più possibile da sé la parola “denaro” e stranamente questo avviene solo quando si parla di certi temi, come se il fatto di essere pagate per la propria professionalità quando si sviluppano progetti su tematiche di genere ci macchiasse di qualche onta, dimostrasse che non siamo abbastanza pure, abbastanza dedite alla causa da farlo gratis. Poi però stiamo a sperticarci in immensi ragionamenti sul reddito femminile, sulle donne che guadagnano meno degli uomini, sulle donne che non hanno indipendenza economica e che questa mancanza è una delle ragioni principali per cui una donna fatica a uscire da situazioni di violenza. Mi sarebbe piaciuto chiedere a questa sindacalista in che modo mi sarei dovuta mantenere, io che ho l’ambiziosa pretesa di campare con ciò che mi appassiona fino al midollo – e questa cosa, guarda un po’, ha proprio a che fare con il femminismo e le tematiche di genere. Forse la soluzione è quella di trovare un buon partito? Un uomo ricco che mi mantenga mentre mi diletto con queste cose così etiche ed elevate? Ripeto: una sindacalista.

E che dire dell’assessorato alle pari opportunità che non vede la benché minima contraddizione nel promuovere politiche di parità e organizzare iniziative sul lavoro femminile e allo stesso tempo dare il benservito a donne che hanno lavorato per loro, senza nemmeno pensare di doverle quantomeno rimborsare delle spese sostenute per il lavoro che hanno svolto? Non fa pensare alla parabola della pagliuzza e della trave?

Tornando alla mail iniziale, ho pensato di usarla per farmi almeno quattro (amare) risate e prenderla con ironia, dando via a un contest di risposte possibili. Per ora le/i partecipanti hanno proposto queste:

-“Ah, quindi anche il sindaco non prende un compenso e lo fa per il bene della comunità?”

-“Gentilissima, lieta di apprendere che sul vostro territorio comunale la richiesta preventivi funzioni così. Potrebbe cortesemente inviarmi il contatto di un dentista residente nel vostro comune? E di un idraulico, grazie”.

-“A titolo gratuito verremmo a scuola a insegnarvi a fare la marmellata con la frutta della merenda che i bambini non mangiano, così potreste fare un bel banchetto di autofinanziamento e raccogliere i soldi PER PAGARCI”.

-“Dopo che hai finito la lezione puoi passare con un cappellino in mezzo al pubblico di bambini e dire che se non ti pagano arriva la blue whale”.

-“Distribuisci in classe bigliettini col tuo IBAN”.

-“Siamo spiacenti, ma se digitiamo la chiave di ricerca ‘gratis’ nel nostro database di proposte formative, il sistema non fornisce risultati”.

-“Una passeggiata”.

Se desiderate continuare con l’ironia, nei commenti c’è tutto lo spazio che volete.

ps. Aggiornamento con nuovi suggerimenti! 🙂

-“Io risponderei: ‘In che senso?’ ”

-“La risposta è: Il preventivo!”

-“Manda una mail dicendo che hai chiesto consiglio ad amici e parenti e invii tutte le risposte”.

-“Non ho tempo libero”

Pepe Mujica e il mio hard disk

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“Conosci te stesso”

Quanto può durare un paio di pantaloni? E una borsa? E una macchina? E per quale ragione smettiamo di usare cose ancora integre e funzionali per comprarne altre praticamente identiche?

Intorno a queste domande ruota il pensiero politico di sobrietà di Pepe Mujica, ex Presidente dell’Uruguay, che durante il suo mandato ha rinunciato al 90% del suo compenso e ha preferito vivere nella sua fattoria piuttosto che negli appartamenti presidenziali.

“Io consumo il necessario ma non accetto lo spreco. Perché quando compro qualcosa non la compro con i soldi, ma con il tempo della mia vita che è servito per guadagnarli. E il tempo della vita è un bene nei confronti del quale bisogna essere avari. Bisogna conservarlo per le cose che ci piacciono e ci motivano. Questo tempo per se stessi io lo chiamo libertà. E se vuoi essere libero devi essere sobrio nei consumi. L’alternativa è farti schiavizzare dal lavoro per permetterti consumi cospicui che però ti tolgono il tempo per vivere… Lo spreco è [invece] funzionale all’accumulazione capitalista [che implica] che si compri di continuo [magari indebitandosi] sino alla morte.  »

fonte Wikipedia

Le sue parole sono arrivate chiare in una delle conferenze organizzate in Italia per la presentazione dell’ultimo libro a lui dedicato “Una pecora nera al potere”. Era mercoledì 9 novembre, il giorno in cui ci si è svegliati con la notizia dell’elezione di Trump. Non poteva esserci balsamo migliore della voce di quest’uomo ottantenne per riuscire a mutare una giornata iniziata decisamente male.

“Dobbiamo sapere chi siamo, cosa c’è dentro al nostro hard disk”.

Questa affermazione dell’ex Presidente uruguaiano mi è rimasta nel cuore. Sono giorni in cui il bisogno di autenticità si fa sempre più urgente, dopo essermi trovata diverse volte a dover occultare parti di me in funzione di una molteplicità di compromessi. E mentre li fronteggiavo, mi chiedevo in continuazione quale fosse il livello di compromesso accettabile e, improvvisamente, ieri l’ho capito.

Stavo sistemando il CV per inviarlo ad una posizione in ambito comunicativo che mi interessava. In quel CV avevo inserito in precedenza anche il link a questo blog poiché richiesto da un’altra posizione nello stesso ambito per cui l’avevo preparato. Per un attimo mi sono domandata se sarebbe stato meglio toglierlo, se avrebbe potuto svantaggiarmi in qualche modo un link ad un blog in cui le mio essere progressista, femminista e antirazzista è espresso in maniera inequivocabile.

Ho deciso di no.

Non voglio fingere di essere una persona che non sono, nemmeno quando la finzione passa per la semplice omissione di informazioni. Le idee qui espresse sono parti fondanti della mia persona e anche se io togliessi i riferimenti dal mio CV, la sostanza non cambierebbe: verrebbero fuori da me in ogni momento. Sì, per qualcuno potrebbero rappresentare un problema, una ragione per non scegliermi. Ne sono consapevole e sono disposta a correre il rischio. Anche perché diversamente cosa ne otterrei? La possibilità di avere un ingresso economico pagata quotidianamente con il dover essere “meno” di quello che sono: non è un compromesso accettabile. Perché  un ambiente di lavoro in cui il mio essere femminista e antirazzista dovesse essere considerato un problema non è l’ambiente in cui voglio lavorare.

Durante quell’incontro su felicità e futuro, Mujica parlò di economia, etica e scelte.

“Uno può decidere se lavorare per quarant’anni per una multinazionale, oppure fare scelte diverse”.

Se non a tutti, a molti nel sentire questa frase sarà balenato il pensiero “Fare scelte diverse in un mercato del lavoro come il nostro? In cui i livelli di disoccupazione sono altissimi? In cui la difficoltà a trovare un posto fa si che ci si tenga stretti qualunque cosa e si accetti qualsiasi livello di compromesso?”.

Ma di certo questo pensiero, se c’è stato, sarà davvero durato il tempo di formularlo,  perché a parlare di scelte c’era un uomo che ha pagato la fedeltà alle proprie idee con dodici anni di prigione in isolamento, in condizioni talmente dure da cibarsi di mosche intrappolate nelle ragnatele, sotto la costante minaccia di fucilazione (e nota bene: della durezza della sua vita in prigione non ne parla mai). Un uomo che quelle idee le ha portate con sé nel suo mandato presidenziale, mostrando al mondo che si può fare politica in maniera diversa da cui siamo abituati, opponendo alla fede nella crescita continua la filosofia della sobrietà. Idee che riempiono saloni e aule magne di persone disposte a stare in piedi ore per ascoltarle.

Tutte le volte che io e la mia visione del mondo non abbiamo camminato insieme, le volte in cui le ho lascito la mano, ho sbagliato. Così come so di non poter andare da nessuna parte senza conoscere me stessa, allo stesso modo sono consapevole che non arriverò nei posti giusti se mi abbandonerò per strada ora per un motivo, ora per un altro, che sia un colloquio, o il semplice (e diabolico) “quieto vivere”.

Non c’è una formula magica, una ricetta che assicura la buona riuscita di sogni, progetti e ideali. Sta tutto il quel nostro hard disk: conosci te stesso.

E agisci di conseguenza.

 

Lettera alla mia amica che non riesce ad avere figli

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fonte foto Pinterest

Carissima,

questa primavera mi hai raccontato di quell’esame che inaspettatamente ti ha confermato qualche sospetto, apparentemente prematuro, riguardo al fatto che dopo qualche mese di tentativi tu non sia ancora riuscita a rimanere incinta. Una tuba è ostruita e l’altra forse sì, forse no, chissà… Mondo misterioso quello del nostro sistema riproduttivo, l’ho imparato qualche anno fa, quando un’altra cara amica in cerca da anni del secondo figlio ha provato a capire cosa non andasse: stesso responso, tube bloccate. Eppure un primo figlio l’aveva avuto senza problemi! A quanto pare non conta, non importa, chissà.

Ci siamo riviste quest’estate e mi hai parlato delle lacrime versate quando dopo tutto l’amore che tu e il tuo compagno vi siete scambiati nel corso del mese buono (quello della tuba funzionante) sono arrivate implacabili le mestruazioni. E ora ti osservo, mentre provi a cercare delle risposte, che più o meno inconsapevolmente prendono il sapore delle colpe. Hai aspettato troppo? Hai condotto una vita troppo sregolata? Forse quei jeans stretti nell’adolescenza? Ed ecco che questa assenza assume pian piano le sembianze di una punizione. Per aver scelto l’indipendenza economica prima di un figlio, per esserti voluta godere per un po’  le vacanze a due (o da sola, o a cinque). Scelte che hanno occupato i tuoi vent’anni e ti hanno fatto fare i conti col desiderio di maternità nei trenta inoltrati.

La mia posizione in materia di figli la conosci bene, ma il fatto che io non ne voglia non significa che non possa comprendere la sofferenza generata da un desiderio profondo non realizzato, che in questo caso è ampliata dalle forti pressioni culturali e sociali sull’essere madre: “l’esperienza più bella per ogni donna”, “la nostra naturale vocazione”, “l’istinto che tutte hanno”. Balle, l’ho già detto. Balle che appesantiscono la vita di chi non ne vuole, ma anche di chi ne vorrebbe e non riesce ad averne. Ci hanno così riempito la testa sull’ovvietà e la scontatezza del fare figli, che in generale non viene nemmeno presa in considerazione l’idea che possa essere un problema. E non per qualche caso sporadico, ma per molte coppie. Sono in tanti a non rendersi conto di quanto possa essere violenta la domanda “A quando un bambino?”. Fare figli è complicato. E’ complicato restare incinta, è molto più complicato di quello che crediamo portare a termine una gravidanza. Penso ad un’altra cara amica che aveva appena perso il bambino e si è trovata a rispondere alla domanda fatta da una donna che giocava con la primogenita: “E allora? Non lo vogliamo dare un fratellino a questa piccolina?”

Così amica mia, coi pensieri sul passato e il cuore sospeso nel futuro, ragioni sulle possibilità del presente e ti trovi a fare i conti con l’idea di “un figlio in un barattolo”, come lo chiami tu. La cosa ti appare poco romantica e tra i tuoi dubbi serpeggia una questione “etica”: ti inquieta l’idea che nel far nascere “i figli in barattolo” non ci sia nulla di naturale e che secondo le regole di selezione della specie tu e il tuo compagno non dovreste riprodurvi. Ti senti di andare contro natura.

Se c’è una cosa che il femminismo mi ha insegnato è a stare molto molto attenta quando sento usare la parola natura nell’ambito dei comportamenti umani. Perché guarda caso della natura ci ricordiamo generalmente quando abbiamo a che fare con donne, sesso e identità sessuali (e infatti dobbiamo sorbirci quanti dicono che contro natura è una donna senza figli, un gay, un trans…), ma ce ne ricordiamo molto poco quando compriamo un paio di occhiali da vista senza i quali non potremmo leggere, scrivere, guidare e lavorare, o quando prendiamo medicine senza le quali non saremmo vivi, o quando passiamo le notti al computer invece di seguire i ritmi luce/buio della natura, o quando ci sembra ovvio l’uso del deodorante, la depilazione delle gambe (femminili, of course) e l’estrazione del dente del giudizio. E anche in materia di gravidanza ci siamo abituate a considerare naturale prendere ferro o integratori, fare ecografie e esami del sangue, far nascere bambini podalici con parti cesarei, far sopravvivere i nati prematuri con incubatrici o interventi. Cosa avrebbe a che fare la natura con tutto questo? E cosa succederebbe in questi casi se davvero lasciassimo fare alla natura?

Cara amica mia, questa lettera non potrà di certo darti quello che in questo momento desideri più di tutto, ma spero che possa servire a farti sapere che non sei anomala, non stai venendo punita per aver deciso di creare una famiglia solo dopo esserti resa indipendente economicamente. Conoscevo una ragazza che lavorava in una clinica per la fertilità e una sera mi disse che a forza di vedere quotidianamente così tante donne con problemi di fertilità, le era venuta voglia di fare un figlio per l’ansia che questi numeri le avevano fatto montare. La difficoltà a procreare accomuna tantissime donne, ma spesso le donne non ne parlano, se non con persone molto intime, a volte nemmeno con quelle. Sebbene a volte il “mal comune mezzo gaudio” può portare il sollievo che deriva dal fatto di sapere di non essere l’unica, quello che mi preme più dirti non è tanto che non sei la sola, ma soprattutto che non sei sola.

Ti abbraccio.

Imparare a guardare

“Per diverso tempo non ho saputo che la sua faccia “strana” era dovuta a una fucilata in faccia, regalo del suo ex”. Le parole della mia amica S. accompagnano  questa notizia. Conosce molto bene la donna di cui si parla nell’articolo: è stata la sua professoressa di educazione fisica alle superiori.

Ricordo i primi tempi in cui iniziai a conoscere il fenomeno della violenza contro le donne, con un tirocinio universitario presso la Casa delle Donne per non subire violenza di Bologna. Piano piano, sotto ai miei occhi, venivano illustrati dati e statistiche, frutto di anni di lavoro dei centri antiviolenza italiani e internazionali. Per le donne tra i 16 e i 44 anni la violenza da parte di un partner, marito, fidanzato, padre è la prima causa di morte e invalidità permanente. Una donna su tre ha subito (o sta subendo) una qualche forma di violenza. Imparavo a conoscere un fenomeno immenso, diffusissimo in tutte i continenti senza eccezioni, un fenomeno che c’era sempre stato e che continuava imperterrito ad esserci, ma che fino a quel momento mi pareva come invisibile.

Molti gli elementi che contribuivano alla sua invisibilità: una cultura che ti sussurra continuamente ciò che devi fare per essere una donna giusta ( ti ho visto le mutande mentre scendevi dallo scivolo, non rispondere con quel tono, perché non sorridi mai, non ti tieni abbastanza, la scienza è roba da uomini, mangia composta, torna presto la sera, avere una figlia femmina è più facile, i maschi sono così esuberanti…). Una cultura che ti dice che i panni sporchi non si lavano in piazza e che fra moglie e marito non bisogna mettere il dito. Una cultura che parla di re e condottieri e relega le donne a mogli, concubine, serve, bottino di guerra nel corso della storia. Una cultura che ti dice che se quel vecchio ti ha messo una mano sulle tette e ti ha baciato in bocca sei di certo tu che non hai capito le sue intenzioni, che ti sei sbagliata, ché lui è un tipo molto espansivo, perché mai avrebbe dovuto fare questa cosa proprio a te? Una cultura che dice che certe cose succedono solo negli ambienti degradati, non di certo fra persone rispettabili.

Poi accade qualcosa che squarcia questo velo e impari a dire NO.

No, non devo sorridere per forza.
No, ci sono state tantissime scienziate nella storia di cui non mi avete mai raccontato.
No, i maschi sono esuberanti perché permettete loro di fare quello che non permettete a noi.
No, le donne nella storia ci sono state eccome, siete voi che non le avete messe nei miei libri di storia.
No, nelle liti fra moglie e marito bisogna mettere di tutto: bussare alle porte, chiamare i carabineri, offrire sostegno, fornire i numeri di telefono dei centri antiviolenza, non voltarsi dall’altra parte.
No, io ho capito benissimo le intenzioni di quel vecchio, non sono idiota e so distinguere la lussuria dall’espansività.

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E no, queste cose non succedono solo in contesti degradati, ma in tutti gli ambienti, in maniera trasversale. E si vedono chiaramente, se si impara a guardare. Appaiono anche se si guarda con gli occhi della memoria. Così oggi ripenso anche io a una mia professoressa del liceo, una donna mite, dolce, paziente. Rivedo i sui lividi sulle braccia o sulle gambe, quel livido sullo zigomo. Ricordo che era l’unica a firmare col cognome del marito. Mi ritorna alla memoria quella volta in cui la videro con un brutto segno sulla guancia e qualcuno le chiese cosa le fosse successo, mi sorprende ora pensare a come tutti quanti ritennero la sua risposta convincente “Stavo stirando, è suonato il telefono e sbadatamente ho risposto col ferro da stiro”. La violenza era già tutta lì, davanti ai nostri occhi, ma non la vedevamo, non sapevamo guardare.

Un tempo, una persona a me molto vicina mi disse che quella proporzione, quell’ “una donna su tre”, non era possibile. “Allora scusa, alla cena di ieri c’erano dieci donne, sulla base di quello che dici tu dovrebbero essere in tre a subire violenza! Onestamente mi pare che i conti non tornino, le conosco tutte, nessuna di loro è mai stata picchiata”.

Tornano, eccome. Devi solo imparare a guardare.

Serra, livelli di (auto)analisi e presa di parola maschile

Domenica scorsa Michele Serra, giornalista ed editorialista del quotidiano “La Repubblica”, ha scritto questo articolo: “Femminicidio: l’ossessione dei maschi che uccidono“.

Un mio contatto su facebook ha pubblicato uno stato in cui criticava l’articolo e a seguire diverse persone hanno condiviso quelle critiche, che in buona sostanza potrebbero riassumersi in un “Serra non sa di cosa parla, ci sono persone che studiano e si occupano di queste cose da anni, avrebbero dovuto chiedere un contributo a loro e lui avrebbe fatto meglio a stare zitto invece di dire delle castronerie”. Non sono d’accordo e non perché io condivida pienamente l’articolo di Serra, ma perché credo che trovare sulla prima pagina di un quotidiano a diffusione nazionale un articolo che ragioni su questo tema scritto da un uomo che – ci piaccia o no – è molto letto e seguito, sia importante.

E, come ho scritto pari pari su FB, poi ci possono stare i “se” e i “ma”, ma preferisco che un articolo del genere ci sia stato e che noi possiamo stare qui a disquisire dei se e dei ma, piuttosto che il silenzio totale. E non si tratta di un discorso stile “meglio il meno peggio che il peggio”, perché per me quella di Serra è una risposta a quelle richieste che tante volte abbiamo fatto anche noi ai tempi della nostra trasmissione radiofonica in cui ci occupavamo di queste tematiche: uomini dove siete? Perché non vi pronunciate? Però quella richiesta prevede anche che ognuno si pronunci coi suoi strumenti, al livello di analisi a cui è arrivato. E sulla base delle parole pronunciate si può discutere, ma senza nemmeno quelle è difficile.

Il personale è politico. Serra ha scritto che “il privato è politico” e gli si rimprovera anche la citazione sbagliata di un famoso slogan femminista degli anni ’60-’70: certo, un bello scivolone da parte di un professionista dell’informazione.  Ma a me leggerlo è piaciuto lo stesso: leggerlo su un quotidiano nazionale che non leggo praticamente mai, di cui critico molte cose. Ed è bello anche leggervi che “Io sono mia” è la più grande rivoluzione. Poi certo, lo so bene che potrebbe esserci scritto di meglio, che Serra potrebbe redarguire i suoi giornalisti che scrivono malamente di femminicidi, fare i conti con la sua colonna destra infame e via dicendo, ma sarà che l’esperienza in una radio indipendente e di sinistra mi ha insegnato che le contraddizioni interne alle persone sono tante, infinite e che capita anche che quelli che sentono la necessità di fare un approfondimento sulla violenza contro le donne sono gli stessi che poi non notano la violenza di genere insita in una canzone che scelgono come corredo a quell’approfondimento.

Mi si dice che sono “altri” i modi di parlare di questi temi, altre le parole giuste e mi si consiglia un racconto riportato sul blog di Malapecora (che consiglio caldamente di leggere). Io Malapecora la conosco dal Feminist Blog Camp del 2011, lo stesso in cui nella plenaria ci fu una divisione tra chi diceva “continuiamo queste iniziative in spazi occupati autogestiti” e “facciamoli anche in luoghi altri in cui intercettare chi un centro sociale occupato non lo frequenta come ad esempio – ommioddio! – nei centri commerciali” e apriti cielo. Ecco, quella discussione su FB mi ha ricordato molto quel momento del Feminist Blog Camp e ne ho avuto la stessa sensazione: di stare a guardare troppo il proprio ombelico. Non solo i Serra e compagnia bella lo fanno, forse inconsciamente lo facciamo tutti/e più di quanto crediamo.

So bene che ora si parla molto di femminicidio e spesso se ne parla male. Ma se il personale è politico – e lo è – il mio personale non è fatto solo di approfondimenti alla mia portata, ma anche di mia madre che mi segnala quell’articolo di Serra come qualcosa di importante, che nel suo personale le aveva detto (o ricordato) qualcosa: e io devo e voglio tenerne conto. Mi si potrebbe rispondere che questa è l’ennesima conferma che Serra fa dei danni, e io ripeterò – di nuovo – che non sono d’accordo. Perché mia mamma e chi come lei in un centro sociale non ci va, che troverebbe ostiche le verità delle parole del blog di una porno attivista, ha comunque domande nella testa spesso senza spazi e linguaggi adatti a dar loro risposta, e forse il semplice leggere (o ri-leggere?) “io sono mia” nelle pagine di un giornale può far avanzare e consolidare le proprie riflessioni. Poi siamo tutti liberi di criticare e scrivere lunghi post sulle mancanze dell’uno e dell’altro: benissimo,  leggerò tutto con interesse. Ma resta il fatto che sono felice che mia madre mi abbia mandato un link ad un articolo in cui c’è scritto “Io sono mia”. Non necessariamente questo è “l’arrivo” delle riflessioni di chi condivide questo articolo: potrebbe anche essere solo una tappa. Chissà, magari un giorno me la troverò a commentare il blog Malapecora.

La domanda che mi rimane in testa è: chiediamo continuamente la presa di parola da parte degli uomini, ma poi la riconosciamo come tale solo se dicono esattamente quello che vogliamo sentirci dire? Possono parlare solo se hanno studiato Foucault o Butler? O forse  potremmo ascoltare anche (e soprattutto) ciò che deriva dalla loro esperienza individuale, privata e da lì ragionare? Perché io non pensavo che “il personale è politico” valesse solo per noi.

Cattoliche che non ti aspetti – parte seconda

Al termine dell’incontro “Che genere di Dio?”, in cui per la prima volta avevo sentito una teologa parlare di questioni di genere nella mia stessa lingua, una signora tra il pubblico ha preso la parola per comunicare la data di un altro incontro su tematiche simili, sempre a Bologna. Dopo la piacevole scoperta appena fatta, non potevo non segnare la data in agenda.

Così eccomi nella Sala Silentium di Vicolo Bolognetti:  prendo posto tra il pubblico, le relatrici sono già sedute, tra queste un solo uomo. Fa da cornice la presentazione del nuovo numero della rivista “Esodo”, dal titolo “Uomini e Donne nella Chiesa”.

Il femminismo della differenza e l’accesso all’altare

Il primo intervento è di Paola Cavallari, docente di filosofia, che definisce “dilaniante” la figura delle donne nella chiesa Cattolica: non si può non avvertire un’ ingiustizia enorme pensando a quel che le donne fanno attivamente nelle parrocchie e contrapponendo questo loro spendersi all’impossibilità di essere presenti sull’altare e prendere parola. Affronta dunque il delicato tema della rappresentanza, con un parallelismo rispetto alle rivendicazioni politiche del femminismo delle differenza: così come le donne affermavano di non voler entrare nel mondo politico alla stessa maniera degli uomini, rifiutando questa omologazione nei confronti della gestione del potere, allo stesso modo secondo Cavallari l’idea di una ordinazione femminile (ovvero dell’apertura del sacerdozio alle donne) non sarebbe una risposta soddisfacente al forte desiderio di partecipazione.

“Si domanda altro alla chiesa, una dimensione di svuotamento: invece di chiedere che le donne abbiano funzione di maggior importanza, sarebbe preferibile che tutti facessero un passo indietro dalle posizioni di potere, per arrivare a un discepolato degli uguali”.

La strada per gli “alti palazzi” parte dal basso

Prende la parola Rita Torti, formatrice e scrittrice, autrice del libro “Mamma, perché Dio è maschio?”. Ricorda come negli anni Settanta si parlasse molto all’interno della Chiesa della questione femminile, mentre oggi o non se ne parla più o se ne parla in termini di contrapposizione tra donne e uomini. Afferma che la questione non è mai arrivata davvero negli “alti palazzi”, ma aggiunge che se l’impulso verso il cambiamento non partirà dal basso, non potrà mai arrivare nei luoghi del potere. E riguardo alle Sacre Scritture evidenzia come siano stati attivati dei filtri al messaggio del Nuovo Testamento rispetto alle parole e alle azioni di Gesù nei confronti del rapporto tra uomini e donne.
Cruciale il ruolo del femminismo anche per il suo impatto sulle vite degli uomini:

“Le domande delle donne hanno mosso qualcosa negli uomini che il patriarcato non permetteva: una riflessione su di sé.

Molte dunque le domande in attesa di risposta: una volta espresso il desiderio di muoversi dalla situazione attuale, dove si vuole andare? In una Chiesa fatta da uomini? Oppure verso una scelta che contempli il silenzio e lo “stare dentro”? O è forse possibile creare una terza via?

Mestruazioni, famiglia e riflessione maschile: questioni scomode

Il discorso di Giancarla Codrignani, insegnante, giornalista e parlamentare prende le mosse dall’antropomorfismo, con Michelangelo che dipinge Dio come uomo e tutti i significati reali e simbolici di questa rappresentazione. Passa poi a evidenziare come il costume ci porti a parlare di uomini e donne descrivendoli in modi che non trovano corrispondenza nella nostra esperienza quotidiana.

“Facciamo fatica a staccarci da quello che abbiamo alle spalle, ma non possiamo continuare a educare i bambini come siamo stati educati noi”. 

Parlando del corpo, della nudità spesso trattata come peccato ma che lei definisce “sacra” affronta un tema tanto importante quanto taciuto – e non solo negli ambienti della Chiesa: le mestruazioni .

“Nessuno dice mai che le donne non possono dare la mano a ebrei e musulmani. Ci sono molte contraddizioni nella Bibbia sulla figura della donna: gli uomini non danno la mano a una donna perché potrebbe essere nel suo periodo mestruale e dunque essere impura e rendere così impuro anche l’uomo. E allora dovremo chiederci: perché il sangue del nemico ucciso che ricopre l’eroe è nobile, quando si tratta di un sangue di morte, mentre il sangue che dà la vita è considerato nefasto?”

Codrignani arriva alla famiglia, a suo avviso uno dei grandi due temi, insieme al lavoro, mai realmente analizzati in seno alla Chiesa. Dipinge a riguardo un quadro ben diverso da quello narrato generalmente negli ambienti cattolici: ecco che la sua voce descrive la famiglia come dimensione che spesso impedisce la piena realizzazione della donna, come teatro di violenze, reati, pedofilia. 

“Che cosa vogliamo che sia la famiglia? E’ per natura necessariamente formata da uomo e donna? E’ per natura riproduttiva? E’ necessario riprodursi? “Cos’è stato il Sinodo sulla famiglia se non un incontro di 272 uomini celibi che dissertavano su cosa la famiglia dovrebbe essere?

Conclude il suo intervento parlando dell’uomo, sottolineando che l’unica ragione che lo rende meno portato alla relazione di quanto non sia la donna è solo il ruolo che gli è stato imposto. Un ruolo che la Chiesa ha contribuito a creare e che potrebbe aiutare a cambiare evangelizzandolo, cosa che però non fa. Una chiusura che riprende quando detto da Selene Zorzi nel primo incontro

Se guardiamo al comportamento del padre di Gesù vediamo che è talmente “madre” che a volte non si distingue ed è ben lontano dalla figura del padre padrone che ha imperversato per secoli nelle famiglie”.

Alleanze: possibili?

Una giovanissima ragazza, a incontro terminato, interviene dal pubblico: condivide il piacere di trovarsi lì, in quel momento, a sentire quelle parole. Parole che aveva nel cuore, ragionamenti che le sembravano ovvi e necessari, ma che la facevano sentire “strana” nei confronti degli amici del suo gruppo parrocchiale, cui quei ragionamenti sembravano non aver ragione d’esistere.

Se per chi non è credente la battaglia nei confronti della chiusura della Chiesa su questi temi è faticosa e aspra, per chi appartiene a questa comunità, ne condivide i valori ed è in relazione con le persone che la compongono deve esserlo ancora di più. Chi da non credente si batte per il cambiamento e ritiene necessaria una spinta che parta dall’interno, non può ignorare le realtà narrate in questi due articoli. E se qualcuno storcerà il naso ad immaginarsele come alleate, che si dia almeno la possibilità di considerarle come interlocutrici.

Non farlo sarebbe davvero un peccato.

Cattoliche che non ti aspetti – Parte prima

L’ultima volta che avevo messo piede ad un incontro organizzato da una parrocchia sul “gender” ero tornata a casa arrabbiata e col mal di stomaco. Avevo assistito a due ore di deliri in cui la platea composta principalmente da adolescenti era stata sottoposta a fini ragionamenti quali “ancora non è stato identificato il gene dell’omosessualità, quindi non possiamo propriamente definirla una malattia, ma se anche fosse? Curiamo tante malattie genetiche, perché non potremmo pensare di curare anche questa?”. Una serata in cui  il ddl Scalfarotto veniva paragonato alle leggi razziali nei confronti degli ebrei italiani “perché entrambe limitano la libertà”, dando per scontato che la libertà di offendere qualcuno per i suoi orientamenti sessuali e la libertà da parte delle persone di religione ebraica di vivere fossero sullo stesso piano logico.

Questi i ricordi che mi accompagnavano mentre attraversavo la chiesa di Santa Maria dei Servi, a Bologna, per raggiungere la canonica dove si sarebbe tenuto l’incontro dal titolo “Che genere di Dio? La teologa Selene Zorzi riflette sulla cosiddetta ‘ideologia del gender’, spiegando le ragioni del dialogo, invitando a non costruire steccati. Nonostante il sottotitolo confortante, avvertivo ugualmente un certo disagio.

Prendo posto a sedere. Selene Zorzi inizia a parlare e piano piano il mio disagio muta in stupore: nella canonica di una chiesta cattolica una teologa ex monaca benedettina stava parlando di questioni genere nella mia stessa lingua:

“Il sesso ha a che fare con cromosomi, ormoni, organi genitali interni ed esterni. Il genere invece indica i comportamenti che ci aspettiamo, è una costruzione sociale. Un’attesa socialmente costruita, modelli che danno indicazioni, ma che a volte tarpano le ali. Prima dell’avvento del femminismo i maschi non sapevano di avere una soggettività parziale. E in quanto costruzioni storiche, le definizioni di genere possono cambiare”.

Fatta chiarezza sul “genere”, ecco che arriva la questione più spinosa, ovvero quella che viene spacciata come “ideologia gender”o anche “teoria gender” (un’evidente cattiva traduzione della parola inglese “theory”, che non significa teoria, ma sistema complesso, come tiene a sottolineare). Illustrare – per poi dover smontare – una teoria inesistente, inventata a tavolino dagli àmbiti più reazionari della propria comunità religiosa non è cosa facile, ma Selene Zorzi ci riesce bene, con serenità e pacatezza. Lo fa citando e criticando una serie di affermazioni e definizioni con cui le associazioni cosiddette “antigender” hanno inventato il nemico da cui difendersi. Una delle affermazioni più frequenti  è che il gender (quindi il genere) neghi la differenza uomo-donna, affermazione falsa, soprattutto perché la seconda ondata di femminismo che ne ha sviluppato il significato era basata proprio sul tema della differenza tra uomini e donne. Altre affermazioni “anti-gender” sostengono che la “teoria gender” concepisca il sesso come un ruolo sociale, che si può decidere autonomamente. Ancora una falsità, perché come ben spiegato nella prima parte dell’intervento, Zorzi ribadisce che non è il sesso ad essere stato deciso e costruito dalla società, ma il genere.

Nel corso dell’incontro entra nel vivo di alcune interpretazioni legate al Vecchio e Nuovo Testamento, spiegando come abbiano anch’esse subito il condizionamento dei tempi in cui sono state formulate:

“Se guardiamo al comportamento del padre di Gesù vediamo che è talmente “madre” che a volte non si distingue ed è ben lontano dalla figura del padre padrone che ha imperversato per secoli nelle famiglie. Spesso i maschi non si danno la possibilità di essere diversi. Nel Vangelo Gesù mostra una maschilità capace di ascoltare il desiderio femminile: lentamente gli uomini stanno iniziando ad assumere questa maschilità più complessa e bella. […] Dio è di chi lo dice. Il linguaggio permette di riconoscere la realtà oltre che di esprimerla. L’idea che esistano minoranze senza voce e che ci sia la volontà di privarle sia del diritto che del linguaggio non sono pensieri e intenzioni che possono stare nel cuore di un cristiano“.

L’uditorio annuisce interessato, molti prendono appunti e, a intervento terminato, le domande e le puntualizzazioni del pubblico delineano una realtà fatta di credenti che si battono per rinnovare la Chiesa cattolica su tematiche quali la sessualità (con la valorizzazione della libertà di coscienza del singolo e della coppia), l’accesso ai ministeri ordinati per le donne, l’accettazione della condizione omosessuale, l’eliminazione dell’obbligo di celibato per i presbiteri e altre istanze decisamente progressiste.

“Io ho saputo di questo incontro perché mi è arrivata una mail dagli organizzatori, ma questa voce all’interno del mondo cattolico non si sente mai. Come possiamo fare per farci sentire?” chiede una donna dal pubblico.

E’ vero. Questa voce è sconosciuta a molti, me compresa prima di questo incontro. D’altra parte è una voce che non urla, ma parla. Che non infama, ma spiega. Che non cerca lo scontro, ma il dialogo. E per questo non fa notizia. Ma è una voce che esiste e che è importante conoscere e far conoscere, perché ci racconta che anche nelle istituzioni più conservatrici la realtà è più complessa del bianco e nero con cui generalmente la troviamo ritratta. Ci sono movimenti interni che premono e si battono per il cambiamento, come dimostrano i pensieri e le intenzioni di queste persone. E sono più numerosi e variegati di quanto si creda. Dare loro voce è importante, ma allo stesso tempo è essenziale offrire le nostre orecchie per ascoltare cos’hanno da dire. Perché non credo ci sia un ordine di importanza nel merito degli stereotipi e dei luoghi comuni. Il rischio è di impegnarsi a combatterne alcuni senza accorgersi di quelli che albergano dentro di noi, ben nascosti: proviamo a non aver paura della complessità.