I vaccini e la nostra idea di mondo

Sono il genere di persona che si è sempre interessata alla cultura “altra”, lontana dal mainstream. Sarà perché perché non sono dogmatica, sarà per la tendenza alla diffidenza, ma difficilmente ho trovato qualcosa che mi convincesse al primo impatto. Il mio atteggiamento è analitico e nelle situazioni a cui mi avvicino tendo generalmente a fare l’avvocata del diavolo per mettere alla prova teorie e ragionamenti.
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La mia attrazione nei confronti di modi alternativi di vivere, mangiare, lavorare, relazionarsi è iniziata in giovanissima età. Ho sperimentato varie dimensioni di vita comunitaria o in condivisione, la sobrietà negli acquisti, sono consapevole di votare ogni volta che faccio la spesa. Ho provato a produrre quanto più possibile il cibo che ho mangiato, ho cercato canali altri in cui acquistarlo al di fuori della grande distribuzione. Ho ragionato sulla mia alimentazione, ho sperimentato a lungo la dieta vegana, vegetariana, non mi sono fatta mancare pure qualche breve periodo crudista e sono stata attenta agli effetti di queste scelte sul mio corpo e sul mio benessere in generale. Ho viaggiato in modi nuovi, facendomi trasportare da e trasportando a mia volta sconosciuti e dormendo a casa di gente mai vista prima. Ho conosciuto realtà di comunità ed ecovillaggi molto diverse tra loro, da quelli spirituali a quelli in cui la praticità e la concretezza del fare venivano prima di tutto (a discapito a volte della bellezza). Anni fa, quando diverse amiche hanno avuto figli e mi parlavano delle loro perplessità nei confronti dei vaccini mi sono sentita fortunata a non dovermi preoccupare di queste cose, che mi parevano enormi e complessissime.
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Nel tempo erano sempre di più le persone intorno a me con figli (o in attesa) che manifestavano molti dubbi sulla reale necessità dei vaccini e prendeva piede l’idea che i rischi di queste somministrazioni potessero essere più alti dei benefici. Parlai, da profana, con madri che si erano documentate, avevano letto manuali vari e avuto informazioni da associazioni. E che avevano provato a cercare risposte nei luoghi deputati ai vaccini sui propri dubbi, senza trovarne nessuna o addirittura incontrando personale sanitario che “metteva le mani avanti” rispetto ad alcuni vaccini. Io, di mio, ero felice di non dover fare questo tipo di scelta non avendo figli (ma intanto nei miei viaggi extra europei ho sempre continuato a fare tutte le vaccinazioni del caso, senza nessun dubbio). Insomma questo punto di vista sulla dannosità dei vaccini e sulla loro presunta inutilità – visto che le molte malattie erano scomparse nel corso degli anni – apparteneva a sempre più persone intorno a me e così quando il tema da semplice chiacchierata tra amiche a cena è diventato argomento dominante nel dibattito pubblico, pur non dovendo decidere su nessun figlio, ho deciso di provare ad informarmi. Ho parlato con una cugina medico di base su dubbi, paure e perplessità e ho letto un libro* che mi ha chiarito davvero tante, ma tante cose. Ora non avrei dubbi se fossi un genitore. Qualcuno dirà: “sì, il libro che hai letto tu dice così, ma quello che ho letto io dice colà”. Ed è proprio questo il dramma dei nostri tempi: che tutti possano pubblicare libri, dicendo tutto e il contrario di tutto: e chi controlla che ciò che viene spacciato per verità rivelata sia effettivamente tale? Una cosa in particolare nella mia ricerca mi ha colpita. La mia amica mi disse che nelle sue letture aveva trovato un grafico che mostrava che alcuni vaccini erano stati introdotti quando determinate malattie stavano già scomparendo “da sole”. Questa immagine del grafico mi rimase in testa e mi colpì molto quando la trovai trattata nel libro di cui sopra. In poche parole l’autore diceva che quel grafico era sì vero, ma era stata una menzogna far vedere solo l’andamento della malattia nelle poche decine di anni precedenti, perché quel morbo (il morbillo mi pare) si caratterizzava con picchi di epidemie e poi bassissimi livelli di contagio, a cui però seguivano altri picchi di epidemie. L’introduzione del vaccino (che non avveniva – a differenza di quanto riportato – nel momento in cui la malattia stava scomparendo da sola, ma semplicemente nella fase di calo dopo il picco) ha fatto sì che dall’ultimo picco il calo dei contagi fosse costante fino ad arrivare quasi allo zero. Usare in un libro informativo solo il pezzettino di grafico che è utile ad avallare i propri ragionamenti mi sembra davvero ignobile. E quel che mi preoccupa di più è vedere tanta gente intorno a me che (come me) non sa nulla di immunologia condividere post fiume del dottore X o della dottoressa Y che mescolano dati, leggi, reazioni chimiche, nomi di metalli, malattie in un modo che rende impossibile per chi legge poter dire con cognizione di causa “Sì, ha ragione” o “No, è una cretinata”.
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Se sono sempre stata attratta dagli stili “alternativi” è perché so per certo di non vivere nel migliore dei mondi possibili. Nello specifico, riguardo al tema di questo post, malasanità, corruzione, farmaci ritirati dal mercato perché nocivi e, diciamocelo pure, il poco tempo “comunicativo” che (spesso) si dedica al paziente sono elementi che hanno irrobustito la diffidenza delle persone (o meglio: di alcune persone) nei confronti del nostro sistema sanitario. Mi pare però che ci sia un’altra questione di fondo da mettere sul piatto, ovvero il fatto che chi abbraccia uno stile di vita alternativo lo fa per sentirsi libero, non incasellato, e nell’abbracciarlo è consapevole di stare uscendo da quella casella. Ma se nell’uscire da una casella dovesse entrare in un’altra, di questo avrà consapevolezza? Certo non voglio fare di tutta l’erba un fascio, ma dalla mia esperienza e dalle mie osservazioni di questi anni è così. Cibo bio, alimentazione vegetariana o vegana, scuole alternative, no vaccini, cure omeopatiche o di medicina cinese o altro, tendenza a vedere tutto nell’ottica del complotto, tendenza a non riconoscere nulla di positivo nella nostra società o nel nostro essere Stato. A volte mi sembra che nel costruire su questi blocchi la propria identità poi non si dia più possibilità al pensiero di cambiare, come se tornare sui propri passi su un aspetto della vita (come può essere quello sanitario e nello specifico vaccinale) potesse poi far cadere a pezzi tutto il resto.
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Nel corso delle mie personalissime ricerche e sperimentazioni, una fedelissima compagna di viaggio mi è sempre accanto: la capacità di mettere in discussione posizioni precedentemente assunte a fronte di nuove informazioni che, una volta soppesate, ritengo credibili e degne di far mutare le conclusioni a cui ero arrivata. È questa compagna di viaggio che mi fa sgranare gli occhi e un po’ preoccupare davanti alle parole di amiche vicine e lontane che dicono di aver già dedicato ormai troppo tempo alla questione vaccini, che la loro decisione è stata presa anni fa e tale rimane, senza appello.
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E questo approccio ritengo che dipenda dal fatto che molto poche delle persone che conosco sono disposte a mettere in discussione la loro visione della vita, o meglio: ciò in cui vorrebbero credere. Ma come diceva Elena Cattaneo in questa interessantissima intervista** che consiglio di guardare, “Il nostro è un cervello emotivo che fa fatica a convivere con la scienza. La scienza ci strappa via le emozioni ci porta a dover accettare la nuda realtà che tutti vorremmo fosse diversa”.
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Ci sono persone vicine a me, a cui tengo molto, che continuano a condividere articoli del tipo “Ecco la verità che nessuno ti dice, qui gli studi che dimostrano che i vaccini provocano l’autismo!” e io provo un’immensa fatica nel pensare alle parole giuste per rispondere. Le uniche che mi tornano continuamente alla mente sono quelle del grande Pepe Mujica (e se non è alternativo lui…) quando all’incontro a Ferrara disse: “Noi crediamo di pensare e poi parlare, ma di fatto prima parliamo e poi andiamo a cercare tesi a sostegno di quel che vogliamo credere, prima parliamo e poi pensiamo”. Ciò è molto vero, lo noto anche in me stessa. Lo noto nella mia reazione all’intervista alla Cattaneo quando parla delle conclusioni a cui è arrivata sugli OGM, mi accorgo che d’istinto mi verrebbe da dire “No, sicuramente c’è qualcosa di sbagliato nelle sue ricerche!”. Io che dico così a una grande scienziata? E sulla base di cosa? Lei ha letto 10.000 pagine di ricerche… e io? Cos’è più probabile, che lei dopo decenni di studi e ricerche non sappia fare il suo lavoro o che io con la mia visione della vita abbia una resistenza a qualcosa che non voglio accettare nella mia idea di mondo? E nel mondo dell’informazione di adesso è ancora più evidente: molti usano solo facebook come spazio di informazione senza sapere che questo social propone sempre notizie simili ai propri interessi. Così la cara persona a cui tengo continuerà a leggere post antivaccinisti e complottisti e crederà di conoscere la verità, quando la verità già di per sé è davvero difficile da trovare, ma diventa impossibile se non si hanno strumenti giusti per affrontare la complessità. E quegli strumenti per me sono cultura, cultura e ancora cultura. Quella vera però. Perché su certi temi non tutte le opinioni valgono alla stessa maniera. Perché il metodo scientifico non è un’opinione, il tetano nemmeno. Il metodo scientifico ci insegna a dubitare. Bene, dubitiamo dunque, ma perché dubitare a senso unico? Perché dell’intera comunità scientifica si può dubitare e del Dottor Tal Dei Tali invece ci si fida?
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Ultimo inciso: quello che non capisco da parte di chi vede complotti dappertutto è questo. Ormai lo dicono anche i muri che le compagnie farmaceutiche non si arricchiscono producendo vaccini, tant’è che molte si sono sfilate da questo tipo di produzione. L’ambito in cui invece si arricchiscono è proprio quello dei medicinali per curare le malattie. Allora mi dico che se io fossi un’amante della teoria del complotto, delle due mi chiederei: a chi giova l’abbassarsi della copertura vaccinale, l’assenza dell’immunità di gregge, il ritorno di malattie dolorose, debilitanti e potenzialmente mortali?
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E se malattie che non si vedevano più da decenni tornassero a manifestarsi con forza, chi sarebbero i più esposti?
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A voi le risposte.
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*libro: “Il vaccino non è un’opinione” – Burioni
**intervista Cattaneo:  http://www.huffingtonpost.it/2017/04/21/nella-scienza-le-opinioni-valgono-zero-sia-benedetta-la-ricerc_a_22049141/

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Uomini: cosa vi piacerebbe fare se non fosse considerato “da femmine”?

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Men Knitting – fonte

Leggo oggi questo articolo sull’Independent : si racconta di un thread su Reddit  in cui un utente chiede:

Quali cose vorresti fare se non fossero considerate “da femmine” o “socialmente inaccettabili”?

Impressionante il numero di commenti: scorrendone alcuni tra i più di 9000 registrati fino ad oggi (il thread è stato aperto 3 giorni fa) si trova di tutto: chi dice che vorrebbe imparare a fare a maglia, chi confessa che dopo aver provato una maschera per il viso vista fare dalla sua compagna non è più riuscito a farne a meno, chi racconta che alle superiori avrebbe voluto sedersi con le gambe accavallate perché stava comodo, ma i commenti e le battute dei compagni l’hanno spinto a non farlo. C’è chi vorrebbe drappeggiarsi di velluto, chi vorrebbe usare i pantaloni per yoga “da femmine” perché gli sembrano infinitamente più comodi, chi come insegnante maschio è dispiaciuto che alle insegnanti donne sia permesso abbracciare e consolare i piccoli studenti che piango, mentre se questo gesto fosse fatto da lui verrebbe travisato.

Ancora una volta ci troviamo di fronte alla conferma che non esiste praticamente nulla “da maschio o da femmina”, e l’elevatissimo numero di risposte ci racconta che non solo quella della classificazione binaria in maschile e femminile non è altro che una gabbia culturale, ma ci dice anche che gli uomini hanno voglia di parlarne, magari protetti dall’anonimato di un nickname, ma la voglia c’è.

Questo articolo mi fa pensare a quando, alcuni anni fa, mi stavo cimentando con l’uncinetto e un giorno lo feci vedere ad una quinta elementare, durante l’intervallo. Le bambine si affacciarono alla cattedra, distratte, osservarono e corsero in corridoio a giocare. I bambini invece furono rapiti da quel susseguirsi di movimenti e intrecci e da tutte le figure che ne potevano risultare. Qualcuno volle anche provare.

Mi chiesi cosa sarebbe successo se andando a casa avessero raccontato ai genitori della nuova attività sperimentata ed ero abbastanza sicura che non l’avrebbero presa bene. Non dico che li avrebbero sgridati o che – addirittura – sarebbero venuti a chiedere spiegazioni (i tempi del fantasma gender erano ancora da venire, oggi credo sarebbe stato possibile…), ma penso avrebbero fatto capire che non era cosa per loro, in quello stesso modo in cui viene fatto capire ai maschi, fin da piccoli, che certe cose sono da “femminucce”. Non servono sgridate, a volte nemmeno parole. È sufficiente quello sguardo di biasimo che tutti, ad un certo punto della nostra infanzia, abbiamo imparato a decifrare.

Forse mi sbaglio, forse sono prevenuta, ma in cuor mio mi auguro che l’argomento non sia stato discusso a casa, in modo che quel piccolo seme di rottura degli stereotipi abbia potuto depositarsi tranquillo nei loro cuori.

E che stia aspettando la giusta stagione per germogliare.

Imparare a guardare

“Per diverso tempo non ho saputo che la sua faccia “strana” era dovuta a una fucilata in faccia, regalo del suo ex”. Le parole della mia amica S. accompagnano  questa notizia. Conosce molto bene la donna di cui si parla nell’articolo: è stata la sua professoressa di educazione fisica alle superiori.

Ricordo i primi tempi in cui iniziai a conoscere il fenomeno della violenza contro le donne, con un tirocinio universitario presso la Casa delle Donne per non subire violenza di Bologna. Piano piano, sotto ai miei occhi, venivano illustrati dati e statistiche, frutto di anni di lavoro dei centri antiviolenza italiani e internazionali. Per le donne tra i 16 e i 44 anni la violenza da parte di un partner, marito, fidanzato, padre è la prima causa di morte e invalidità permanente. Una donna su tre ha subito (o sta subendo) una qualche forma di violenza. Imparavo a conoscere un fenomeno immenso, diffusissimo in tutte i continenti senza eccezioni, un fenomeno che c’era sempre stato e che continuava imperterrito ad esserci, ma che fino a quel momento mi pareva come invisibile.

Molti gli elementi che contribuivano alla sua invisibilità: una cultura che ti sussurra continuamente ciò che devi fare per essere una donna giusta ( ti ho visto le mutande mentre scendevi dallo scivolo, non rispondere con quel tono, perché non sorridi mai, non ti tieni abbastanza, la scienza è roba da uomini, mangia composta, torna presto la sera, avere una figlia femmina è più facile, i maschi sono così esuberanti…). Una cultura che ti dice che i panni sporchi non si lavano in piazza e che fra moglie e marito non bisogna mettere il dito. Una cultura che parla di re e condottieri e relega le donne a mogli, concubine, serve, bottino di guerra nel corso della storia. Una cultura che ti dice che se quel vecchio ti ha messo una mano sulle tette e ti ha baciato in bocca sei di certo tu che non hai capito le sue intenzioni, che ti sei sbagliata, ché lui è un tipo molto espansivo, perché mai avrebbe dovuto fare questa cosa proprio a te? Una cultura che dice che certe cose succedono solo negli ambienti degradati, non di certo fra persone rispettabili.

Poi accade qualcosa che squarcia questo velo e impari a dire NO.

No, non devo sorridere per forza.
No, ci sono state tantissime scienziate nella storia di cui non mi avete mai raccontato.
No, i maschi sono esuberanti perché permettete loro di fare quello che non permettete a noi.
No, le donne nella storia ci sono state eccome, siete voi che non le avete messe nei miei libri di storia.
No, nelle liti fra moglie e marito bisogna mettere di tutto: bussare alle porte, chiamare i carabineri, offrire sostegno, fornire i numeri di telefono dei centri antiviolenza, non voltarsi dall’altra parte.
No, io ho capito benissimo le intenzioni di quel vecchio, non sono idiota e so distinguere la lussuria dall’espansività.

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E no, queste cose non succedono solo in contesti degradati, ma in tutti gli ambienti, in maniera trasversale. E si vedono chiaramente, se si impara a guardare. Appaiono anche se si guarda con gli occhi della memoria. Così oggi ripenso anche io a una mia professoressa del liceo, una donna mite, dolce, paziente. Rivedo i sui lividi sulle braccia o sulle gambe, quel livido sullo zigomo. Ricordo che era l’unica a firmare col cognome del marito. Mi ritorna alla memoria quella volta in cui la videro con un brutto segno sulla guancia e qualcuno le chiese cosa le fosse successo, mi sorprende ora pensare a come tutti quanti ritennero la sua risposta convincente “Stavo stirando, è suonato il telefono e sbadatamente ho risposto col ferro da stiro”. La violenza era già tutta lì, davanti ai nostri occhi, ma non la vedevamo, non sapevamo guardare.

Un tempo, una persona a me molto vicina mi disse che quella proporzione, quell’ “una donna su tre”, non era possibile. “Allora scusa, alla cena di ieri c’erano dieci donne, sulla base di quello che dici tu dovrebbero essere in tre a subire violenza! Onestamente mi pare che i conti non tornino, le conosco tutte, nessuna di loro è mai stata picchiata”.

Tornano, eccome. Devi solo imparare a guardare.

Serra, livelli di (auto)analisi e presa di parola maschile

Domenica scorsa Michele Serra, giornalista ed editorialista del quotidiano “La Repubblica”, ha scritto questo articolo: “Femminicidio: l’ossessione dei maschi che uccidono“.

Un mio contatto su facebook ha pubblicato uno stato in cui criticava l’articolo e a seguire diverse persone hanno condiviso quelle critiche, che in buona sostanza potrebbero riassumersi in un “Serra non sa di cosa parla, ci sono persone che studiano e si occupano di queste cose da anni, avrebbero dovuto chiedere un contributo a loro e lui avrebbe fatto meglio a stare zitto invece di dire delle castronerie”. Non sono d’accordo e non perché io condivida pienamente l’articolo di Serra, ma perché credo che trovare sulla prima pagina di un quotidiano a diffusione nazionale un articolo che ragioni su questo tema scritto da un uomo che – ci piaccia o no – è molto letto e seguito, sia importante.

E, come ho scritto pari pari su FB, poi ci possono stare i “se” e i “ma”, ma preferisco che un articolo del genere ci sia stato e che noi possiamo stare qui a disquisire dei se e dei ma, piuttosto che il silenzio totale. E non si tratta di un discorso stile “meglio il meno peggio che il peggio”, perché per me quella di Serra è una risposta a quelle richieste che tante volte abbiamo fatto anche noi ai tempi della nostra trasmissione radiofonica in cui ci occupavamo di queste tematiche: uomini dove siete? Perché non vi pronunciate? Però quella richiesta prevede anche che ognuno si pronunci coi suoi strumenti, al livello di analisi a cui è arrivato. E sulla base delle parole pronunciate si può discutere, ma senza nemmeno quelle è difficile.

Il personale è politico. Serra ha scritto che “il privato è politico” e gli si rimprovera anche la citazione sbagliata di un famoso slogan femminista degli anni ’60-’70: certo, un bello scivolone da parte di un professionista dell’informazione.  Ma a me leggerlo è piaciuto lo stesso: leggerlo su un quotidiano nazionale che non leggo praticamente mai, di cui critico molte cose. Ed è bello anche leggervi che “Io sono mia” è la più grande rivoluzione. Poi certo, lo so bene che potrebbe esserci scritto di meglio, che Serra potrebbe redarguire i suoi giornalisti che scrivono malamente di femminicidi, fare i conti con la sua colonna destra infame e via dicendo, ma sarà che l’esperienza in una radio indipendente e di sinistra mi ha insegnato che le contraddizioni interne alle persone sono tante, infinite e che capita anche che quelli che sentono la necessità di fare un approfondimento sulla violenza contro le donne sono gli stessi che poi non notano la violenza di genere insita in una canzone che scelgono come corredo a quell’approfondimento.

Mi si dice che sono “altri” i modi di parlare di questi temi, altre le parole giuste e mi si consiglia un racconto riportato sul blog di Malapecora (che consiglio caldamente di leggere). Io Malapecora la conosco dal Feminist Blog Camp del 2011, lo stesso in cui nella plenaria ci fu una divisione tra chi diceva “continuiamo queste iniziative in spazi occupati autogestiti” e “facciamoli anche in luoghi altri in cui intercettare chi un centro sociale occupato non lo frequenta come ad esempio – ommioddio! – nei centri commerciali” e apriti cielo. Ecco, quella discussione su FB mi ha ricordato molto quel momento del Feminist Blog Camp e ne ho avuto la stessa sensazione: di stare a guardare troppo il proprio ombelico. Non solo i Serra e compagnia bella lo fanno, forse inconsciamente lo facciamo tutti/e più di quanto crediamo.

So bene che ora si parla molto di femminicidio e spesso se ne parla male. Ma se il personale è politico – e lo è – il mio personale non è fatto solo di approfondimenti alla mia portata, ma anche di mia madre che mi segnala quell’articolo di Serra come qualcosa di importante, che nel suo personale le aveva detto (o ricordato) qualcosa: e io devo e voglio tenerne conto. Mi si potrebbe rispondere che questa è l’ennesima conferma che Serra fa dei danni, e io ripeterò – di nuovo – che non sono d’accordo. Perché mia mamma e chi come lei in un centro sociale non ci va, che troverebbe ostiche le verità delle parole del blog di una porno attivista, ha comunque domande nella testa spesso senza spazi e linguaggi adatti a dar loro risposta, e forse il semplice leggere (o ri-leggere?) “io sono mia” nelle pagine di un giornale può far avanzare e consolidare le proprie riflessioni. Poi siamo tutti liberi di criticare e scrivere lunghi post sulle mancanze dell’uno e dell’altro: benissimo,  leggerò tutto con interesse. Ma resta il fatto che sono felice che mia madre mi abbia mandato un link ad un articolo in cui c’è scritto “Io sono mia”. Non necessariamente questo è “l’arrivo” delle riflessioni di chi condivide questo articolo: potrebbe anche essere solo una tappa. Chissà, magari un giorno me la troverò a commentare il blog Malapecora.

La domanda che mi rimane in testa è: chiediamo continuamente la presa di parola da parte degli uomini, ma poi la riconosciamo come tale solo se dicono esattamente quello che vogliamo sentirci dire? Possono parlare solo se hanno studiato Foucault o Butler? O forse  potremmo ascoltare anche (e soprattutto) ciò che deriva dalla loro esperienza individuale, privata e da lì ragionare? Perché io non pensavo che “il personale è politico” valesse solo per noi.

Per colpa di chi?

Questa la conclusione di un articolo di Repubblica sulla terribile morte di Sara Di Pietrantonio:

“Ha acquistato l’alcol. Si è appostato. L’ha seguita. E il resto è orribile cronaca. Che si sarebbe potuta evitare – dicono gli inquirenti – se solo lei avesse avuto il coraggio di denunciare le continue vessazioni psicologiche. Se solo gli amici, le amiche e i familiari non avessero sottovalutato. Se solo quei due che sono passati in macchina si fossero fermati.”

Ma di cosa stiamo parlando?
Conosco donne che hanno denunciato uomini stalker e a cui per tutta risposta è stato consigliato di “cambiare casa per un po’ ” e la notifica di denuncia all’uomo in questione non ha fatto altro che rendere ancora più furiosa la sua rabbia.
Conosco amiche e amici di queste donne che non hanno affatto sottovalutato, ma che anzi le hanno aiutate in tutto e per tutto, ma cosa possono fare amiche e amici volenterosi nei confronti di qualcuno che nonostante le denunce e gli atti vandalici commessi è ancora a piede libero?
E buttare addosso tutta la colpa dell’ennesimo femminicidio ai passanti che non si sono fermati sposta di nuovo la responsabilità sul singolo, quando da anni stiamo dicendo che l’unico modo per fermare questi delitti è ragionare sulle relazioni uomo – donna, sul potere degli stereotipi di genere, dei ruoli, su cosa sia e soprattutto COSA NON SIA L’AMORE.


Non è ciò che non hanno fatto i passanti per strada, le mancanze degli amici o l’assenza di coraggio delle donne uccise a far crescere i numeri dei femminicidi: è ciò che non fa lo Stato, che potrebbe creare leggi e tribunali ad hoc come in Spagna, che dovrebbe investire in formazione e progetti nelle scuole, che dovrebbe fare in modo che bambine e bambini, ragazze e ragazzi ragionino su amore, gelosia e libertà.
E se proprio vogliamo trovare qualcuno nella società civile responsabile di quanto accaduto e di quanto continuerà ad accadere, allora quel dito puntiamolo contro i cosiddetti “no gender”, quelli che si impegnano tanto per impedire questi progetti nelle scuole.

Solo e soltanto queste azioni avrebbero potuto evitare che la vita di una giovane donna finisse raccontata in una “orribile cronaca”.

Cognome

Se l’amore tra me e te
ci portasse
alla pazzia di fare un figlio
non sarebbe il nome
la scelta difficile
ma quel che vien dopo.
Il tuo
non l’avrei voluto in ogni caso.
Ero certa del mio
ma ad oggi mi è chiaro
che nemmeno questo sarebbe giusto.
.
Se l’amore tra me e te
ci portasse
alla pazzia di fare un figlio
vorrei un cognome che fosse un augurio,
che non raccontasse agli altri
da dove questo bambino  viene
e impedisse loro
di ipotizzare dove andrà.
Trovare una parola
che non sia nient’altro che nido
a cui poter tornare liberamente,
non radice
che in cambio di stabilità e nutrimento
impedisce il movimento,
né catena
che stretta intorno ad un passato non vissuto,
vincola il suo presente
e la magia del futuro.
.
Se l’amore fra me e te
ci portasse
a questa pazzia,
non vorrei caricare
quelle piccole spalle
del peso di tutta la storia
recente e remota
degli antenati,
dei fatti, delle liti,
dei “non si può, non si fa”.
Vorrei potergli donare
amore
come fosse un foglio bianco
su cui usare i colori, tutti,
della libertà.

Del (non) fare figli

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Madonna Votiva – Abbazia di Pomposa

L’altro giorno mi è venuto in mente quell’attrezzo di plastica trasparente che si usa per grattugiare la mela da dare ai piccoli ancora senza denti. E ho pensato “Dio mio. Che palle.”

Sono la maggiore di tre sorelle, con le quali ho una differenza d’età sufficiente ad avermi collocato in un ruolo a mezza strada tra madre e sorella. Essendomi occupata molto di loro ho ben presente la fatica che un figlio richiede, tanto che quella grattugia, la consistenza della mela ridotta in purea, le bocche che si spalancavano davanti al cucchiaino e i bavaglini macchiati compongono un ricordo sorprendentemente vivido. La sensazione che mi lasciano è di estrema contentezza per il fatto che quel periodo sia finito: quando ci ripenso mi sento ancora come se mi fossi liberata l’altro ieri dalle rinunce e dalla fatica che inevitabilmente i bambini piccoli comportano.

“Si vede che non hai ancora trovato quello giusto”, oppure “un figlio è una gioia inimmaginabile, non sai cosa ti perdi”, o ancora “dare la vita è un’esperienza incredibile” sono le frasi che generalmente corredano la fatidica domanda: “perché non hai figli?”. A me invece parrebbe più logico il contrario: ogni volta che vedo donne con figli, o pance, faccio una fatica enorme a comprendere il perché. Perché fate figli? Nella mia testa non c’è una sola motivazione sufficiente per farmi scegliere di affrontare tutto ciò che un figlio comporta. Non parlo solo di stanchezza, mancanza di sonno, di tempo libero, di spazi. Parlo anche di generare qualcuno che sarà – si spera! – nella tua vita per sempre. A cui sarai legata per sempre. E che ti legherà per sempre alla persona con cui lo farai, indipendentemente da come andranno le cose fra voi.

Ho conosciuto molta, moltissima gente che fa figli a caso, senza una ragione, senza un perché. Senza farsi delle domande, senza l’umiltà di andare a cercare – o ascoltare – le risposte.  Donne che mi raccontano di come abbiano deciso di farne dopo il terrorismo del loro ginecologo (Signora, guardi che qui l’orologio sta per scadere!), altre che mi confidano di essere pentite del part time (Se tornassi indietro resterei al full time, è davvero una fatica passare il tempo con loro), altre ancora che non sono state in grado di insegnargli l’autonomia (Come ha fatto a prendere quattro nel compito di italiano? Ma se la prosa della poesia gliel’ho scritta io!), per non parlare di quelle (e sono tante) che l’hanno fatto per salvare un matrimonio in crisi.

“Sono le persone come te, con la tua capacità di analisi e di farsi domande, che dovrebbero fare figli. Solo che poi le persone come te non li fanno”. (Amica V.)

Sono sicura che per chi ha questo desiderio nella propria lista, il dare la vita e l’essere genitori possano essere esperienze davvero belle. E sono d’accordo sul fatto che non siano paragonabili con altro. Allo stesso tempo però credo che ci siano altre esperienze intensissime non paragonabili a questa. Perché c’è questa necessità di classificare? Di dover stabilire sempre cosa sia più importante/significativo/emozionante? Mi dispiace che per descrivere le donne come me si usino definizioni in negativo (non-madri, senza figli) perché non rendono correttamente l’idea: descrivono un mondo in cui la madre è la regola retta e il non esserlo una devianza. Definirmi “senza figli” pone l’accento su una mancanza, una mancanza che io non avverto. La mia realizzazione personale passa per altre strade: prima di tutto quella professionale, nella costruzione di una professione che  possa aiutare a cambiare alcune delle cose che non vanno nella società. Che possa portare la gente a riflettere, che generi consapevolezza. Ma non è solo una questione di nobili intenti: mi piace avere del tempo per me e poterlo gestire – per quanto possibile – in relazione alle mie sole esigenze. Amo dedicarmi alle amicizie più care, che siano di vecchia data o sintonie perfette appena sviluppate. Amo esserci per gli altri, quando e se hanno bisogno. E, soprattutto, sto amando l’improvvisazione. In tutto questo, lo dico con grande serenità, per un figlio non c’è spazio.

“In realtà io voglio dei figli perché il mio vero desiderio è di essere nonna. Potrei adottarli già diciassettenni”. (Sorella C.)

Altre parole e opinioni a riguardo, che si aggiungono alle mie, si trovano qui: Lunàdigas, un bel documentario con testimonianze di donne che non hanno fatto figli. Come certe sante ad esempio, che vogliono “moltiplicarsi” in maniera spirituale e non carnale, o scrittrici che che parlano di esistenze individuali come fini e non come mezzi, o ancora donne che spiegano semplicemente di non aver mai sentito quel tipo di desiderio. E’ bello ascoltare queste vite, sentire le ragioni delle loro scelte, le riflessioni diverse che le hanno condotte su una medesima strada. Perché la pressione che la società esercita sulle donne affinché diventino madri genera un rumore assordante, a volte. Talmente forte da non farci sentire le voci dentro di noi che ci dicono cose diverse, o da farci credere che quelle voci siano sbagliate, da farci sentire sbagliate.

“Per un periodo di tempo non era tanto il fatto che non avessi avuto un figlio… è che pensavo che esistesse l’istinto materno e mi dicevo da che mondo è mondo ci deve essere questa spinta che non solo porta a procreare, ma anche ad affezionarsi a questa creatura e dicevo io non la sento e mi sono fatta un problema di una cosa che non sentivo. Poi ho capito che non è così”. (da Lunadigas)