Genere e Dio

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Sentire le parole della teologa cattolica Selene Zorzi che raccontano di Dio anche tramite le sue “viscere di misericordia”, che altro non sono che un utero, è stata per noi un’esperienza potente.

Se volete ascoltare una voce interna alla Chiesa che parla di genere con contezza e svela un Dio che nulla parrebbe avere in comune con l’interpretazione patriarcale che ne è stata data, la puntata è qui.

Buon ascolto!

 

 

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Femminismo on air again!

53320wideDopo un’assenza durata un anno si torna a parlare di femminismo in radio.

La radio è Radio Città Fujiko e la trasmissione è Frequenze Sui Generis. La prima puntata ha visto i contributi di persone comuni alla domanda “Se vi dico femminismo cosa ti viene in mente?”: decisamente interessanti la molteplicità di risposte che potete ascoltare nel podcast qui.

È una trasmissione di approfondimento a cui è possibile (anzi, consigliatissimo!) contribuire con domande, proposte di temi, segnalazioni di eventi.

Stay tuned!

Sessismo travestito da galanteria

Pochi giorni fa mi trovavo in un grazioso paesino della lucania in compagnia di alcune amiche, di cui una originaria del luogo. Dopo aver visitato l’antica abbazia ed esserci perse tra vicoli e piazzette, dopo aver ammirato tramonti e conosciuto storie di singolari personaggi del paese, ci siamo sedute ad un tavolino di un bar per bere una birra e riposare le stanche membra. Il bar si affacciava su una delle piazze e nel momento in cui ci siamo sedute le campane della chiesa adiacente hanno iniziato a suonare annunciando l’uscita della statua di San Rocco, patrono del luogo, che accompagnato da una breve processione avrebbe raggiunto un’ altra chiesa, usanza tipica della festa patronale.

Come avviene in molti paesini del sud Italia, le processioni sono accompagnate dalla banda del paese, colonna sonora costante di questi eventi sentiti e partecipati.

La nostra cicerone ci fa notare che la banda è solamente maschile e le dico che la cosa mi sorprende molto, poiché le bande viste e ascoltate nella mia infanzia in altri paesini del sud erano composte sempre da maschi e femmine.

“Questa sorta di esclusione è in realtà un atto di gentilezza nei confronti delle donne: spesso la banda si trova a suonare in luoghi scomodi, facendo tour molto stancanti e finendo le esibizioni ad orari improponibili. Non permettendo alle donne di partecipare le si tiene al riparo da tutte queste scomodità”.

Nella famosa fiaba “I vestiti nuovi dell’ imperatore” il re era nudo, sotto gli occhi di tutti, ma anche se evidente, la nudità veniva riconosciuta solo una volta nominata, resa visibile solo grazie a un bambino il cui sguardo non era ancora stato distorto dalla consuetudine.

Spessissimo le discriminazioni di genere si sono travestite e tuttora si travestono da atti di gentilezza e protezione. Si camuffano talmente bene da risultare credibili, anche agli occhi di donne indipendenti, viaggiatrici avventurose da zaino in spalla come l’amica di cui sopra, a cui le opzioni “fatica e scomodità” di certo non hanno mai impedito di esplorare il mondo.

Atti di cortesia che decidono al posto delle donne senza possibilità di appello vanno chiamati per quello che sono: discriminazioni.

Ci sono ancora molti re nudi che dobbiamo imparare a riconoscere come tali.

A colei che mi ha fatta uscire dalla stanza

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Spesso, quando mi trovo a spiegare cosa siano le questioni di genere, mi capita di usare un’immagine: quella di una stanza con le pareti dipinte di azzurro.

Immaginate di essere nate e cresciute in una stanza con le pareti dipinte di azzurro. Crederete che quel colore sia la normalità, che tutto il mondo sia fatto di stanze con pareti azzurre. Fino a quando qualcuno entra, vi prende per mano e vi accompagna fuori. Allora non solo scoprite che l’azzurro non è l’unica scelta possibile per quelle pareti, ma anche che possono esserci altri modi di abitare o ripararsi, che le pareti possono essere fatte  di materiali diversi o addirittura potrebbero pure non essere necessarie.

Ieri è morta Anna Rossi Doria, colei che mi ha fatta uscire dalla stanza. Mi ha portata a vedere cosa ci fosse fuori, un’ora dopo l’altra, in quella che nel corso di laurea si chiamava “Storia delle donne in età contemporanea”, ma che lei ci disse essere una dicitura non corretta, perché non si stava facendo una storia delle donne, separata da quella degli uomini: piuttosto si sarebbe dovuta chiamare “Storia di genere”, perché era delle attribuzioni culturali dei ruoli che si stava parlando. Con l’auspicio che un giorno non fosse più necessario un corso “altro” e che si potesse chiamare finalmente “Storia” una disciplina in cui metà dell’umanità non fosse più assente.

E così, nel corso delle sue lezioni, si sgretolarono le verità assolute, come quella della generica bontà delle donne, smentita ad esempio dai focus sul ruolo attivo delle donne nel nazismo .

Ci si fece domande su concetti assodati, come quello della virilità. Cos’è la virilità? E soprattutto: perché è molto facile sentire frasi come “comportati da uomo! dimostra di essere un vero uomo!”, mentre ad una donna non si chiede mai di dimostrare di essere “vera” e si dà per scontato che lo sia? E perché la performance della virilità sembra passare dal rinnegare tutto ciò (comportamenti, inclinazioni) che è ritenuto femminile?

Si scoprì che quello delle donne durante la Resistenza non fu un “contributo”, come ce lo raccontarono a scuola in un trafiletto grigio a lato della storia importante – quella fatta dagli uomini ovviamente – ma che senza le donne non ci sarebbe stata nessuna resistenza. Ci si fermò a riflettere sulla scelta volontaria di chi, tenuta da sempre lontana dalla politica e non obbligata come gli uomini a scegliere tra leva obbligatoria e clandestinità, divenne partigiana. E ci si amareggiò nell’ascoltare che a liberazione avvenuta tutte queste storie furono occultate, a partire dalle sfilate nelle piazze liberate, sfilate in cui alle donne fu proibito di partecipare.

Ogni lezione una scoperta, una prospettiva nuova che ridimensionava quella stanza azzurra e che non solo mi ha dato la capacità di vedere che c’era un mondo altro già nel mondo in cui vivevo, ma ha fatto molto di più. L’azione di svelare qualcosa che fino a quel momento era nascosto ai nostri occhi può avere due effetti opposti:  essere un’esperienza illuminante o risolversi in un trauma. Dipende da come lo svelamento viene gestito, se vengono forniti strumenti adeguati alla comprensione o se dopo che il velo è stato sollevato si viene abbandonate a se stesse nella nuova complessità del mondo.

Per me si è trattato di una vera e propria illuminazione, perché nell’uscire da quella stanza ho portato con me due abilità: senso critico e capacità di analisi. Doni preziosi costruiti pazientemente spiegazione dopo spiegazione, pagina dopo pagina, libro dopo libro, che mi permettono oggi di vedere la vita da una prospettiva diversa e  allo stesso tempo di comprendere ciò che la nuova prospettiva di volta in volta mi svela . Non credo di essere in grado di pensare per me stessa a doni più belli.

Le tematiche di genere fanno paura perché ci dicono che quel che abbiamo sempre creduto essere naturale in realtà è solo abituale. Ci fanno paura perché gli stereotipi semplificano la complessità: quello è da maschio, quello è da femmina, se sei maschio fai così, se sei femmina fai colà. Le donne sono sempre state in casa a pensare ai bambini, gli uomini al lavoro e nella cosa pubblica. Questo è bene, quello è male, le stanze o sono azzurre o non sono.

Gli stereotipi che prendiamo per verità ci risparmiamo domande e ragionamenti, ci danno una stanza azzurra in cui chiuderci per ripararci dalla complessità del mondo, facendoci credere che quello sia il mondo. Ma per quanto timore abbiamo, per quanto vogliamo ostinarci a restare nella stanza, quella stanza non è il mondo: è solo una stanza.

E io sarò per sempre grata a colei che da lì mi ha fatta uscire.

 

 

#nonunadimeno

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Duecentocinquantamila donne e uomini contro la violenza alle donne, contro gli stereotipi di genere, contro le gabbie che costringono le nostre libertà. Due le urgenze: fondi ai centri antiviolenza e incentivi ai progetti scolastici sulle tematiche di genere, perché è necessario curare, ma se vogliamo che questa violenza sia eliminata è fondamentale prevenire e la prevenzione può avvenire solo tramite un cambiamento culturale. 

Impedire questi progetti nelle scuole è violenza di genere.

Lo sappiano i genitori, i professori e i dirigenti che vi si oppongono: queste violenze pesano anche sulle vostre coscienze, di voi che avete il potere di fare tanto e invece fate di tutto perché non venga fatto nulla.