Siete donne e femministe, è normale che lavoriate gratis

royalty-free-vector-clip-art-of-a-black-and-white-affectionate-wife-embracing-her-wealthy-husband-as-he-holds-cash-money-and-winks-by-bestvector-2004

Un paio di giorni fa l’associazione di cui faccio parte e con cui sviluppo progetti sugli stereotipi di genere nelle scuole riceve una mail da un comune con cui abbiamo collaborato, portando nel corso dell’anno scolastico due progetti nelle scuole secondarie di primo grado del territorio. La mail recita più o meno così: “Gentilissime, vi inviamo copia dei vostri progetti scolastici inseriti nel POT (Piano Offerta Territoriale) 2016-2017 e chiediamo la vostra proposta da inserire nel POT del 2017-2018”.

Rispondiamo, inviando una proposta con descrizione dei nuovi progetti, modalità di esecuzione, durata, personale coinvolto e costi. I costi erano pressoché identici a quelli dei progetti già sviluppati (e pagati).

Risposta del comune: “L’amministrazione non prevede nessun contributo economico. Vi chiediamo cosa siete disposte a fare a titolo gratuito”.

Ciò che istintivamente avrei voluto scrivere è  “Gentilissima,  ha presente quello che è disposta a fare lei sul suo posto di lavoro se non fosse pagata per quello che fa? Ecco, a gratis facciamo esattamente la stessa cosa”.

Poi, mentre pensavo al fatto che è talmente normale credere di poter avere gente che lavora gratis che non ci si preoccupa nemmeno di inserire in una mail del genere qualche espressione di scuse del tipo “purtroppo quest’anno” o “siamo davvero spiacenti” o “ci rendiamo conto che la richiesta può sembrare offensiva” (può sembrare offensiva perché in effetti lo è), mi sono venute in mente un paio di altre situazioni che dicono tanto in merito a questo tipo di lavoro.

Un episodio riguarda una sindacalista femminista che votò contro i progetti della nostra associazione proposti all’interno della sua scuola. La motivazione? “Sono tematiche troppo alte, troppo etiche per essere monetarizzate. Non si possono chiedere soldi per progetti così importanti”.

Il secondo episodio invece vede come protagonista l’assessorato alle pari opportunità di un grande comune che ci aveva commissionato un lavoro discretamente impegnativo su comunicazione e analisi dei dati. Abbiamo lavorato al progetto per diversi mesi e poco alla volta le nostre referenti mostrano di avere le idee poco chiare su quello che  vogliono da noi, fino ad arrivare a chiederci cose completamente diverse da quelle concordate (e approvate!). Alla nostra ennesima mail di chiarimenti rispondono dicendo “Scusate ma dobbiamo chiarirci le idee, grazie di tutto e alla prossima!”.

Non metto in discussione i tempi di crisi che stiamo vivendo e il fatto che i soldi che si investono in cultura siano molti meno di quelli di un tempo. Però credo che non siano i soldi il vero problema, ma la percezione di questo tipo di lavoro e soprattutto delle donne che svolgono questo lavoro. 

Prendiamo il commento della sindacalista: perché nei confronti dell’archeologa che nella stessa scuola è pagata per fare i progetti di archeologia non solleva la stessa problematica? Cosa vuole dire che sono temi “troppo alti per essere monetarizzati”? Questa riflessione è specchio di una società troppo abituata all’idea che le donne impegnate in qualcosa lo debbano fare per passione, “per il cuore”, senza nessun interesse. Ricordo anche i commenti di alcune ex consigliere comunali nel corso di un incontro che abbiamo tenuto in Basilicata sul tema del rapporto tra donne e politica: “Le donne sono diverse, per loro la politica è servizio!”. Come se ricevere soldi per un lavoro svolto sminuisse quel lavoro, come se per essere credibili bisognasse allontanare il più possibile da sé la parola “denaro” e stranamente questo avviene solo quando si parla di certi temi, come se il fatto di essere pagate per la propria professionalità quando si sviluppano progetti su tematiche di genere ci macchiasse di qualche onta, dimostrasse che non siamo abbastanza pure, abbastanza dedite alla causa da farlo gratis. Poi però stiamo a sperticarci in immensi ragionamenti sul reddito femminile, sulle donne che guadagnano meno degli uomini, sulle donne che non hanno indipendenza economica e che questa mancanza è una delle ragioni principali per cui una donna fatica a uscire da situazioni di violenza. Mi sarebbe piaciuto chiedere a questa sindacalista in che modo mi sarei dovuta mantenere, io che ho l’ambiziosa pretesa di campare con ciò che mi appassiona fino al midollo – e questa cosa, guarda un po’, ha proprio a che fare con il femminismo e le tematiche di genere. Forse la soluzione è quella di trovare un buon partito? Un uomo ricco che mi mantenga mentre mi diletto con queste cose così etiche ed elevate? Ripeto: una sindacalista.

E che dire dell’assessorato alle pari opportunità che non vede la benché minima contraddizione nel promuovere politiche di parità e organizzare iniziative sul lavoro femminile e allo stesso tempo dare il benservito a donne che hanno lavorato per loro, senza nemmeno pensare di doverle quantomeno rimborsare delle spese sostenute per il lavoro che hanno svolto? Non fa pensare alla parabola della pagliuzza e della trave?

Tornando alla mail iniziale, ho pensato di usarla per farmi almeno quattro (amare) risate e prenderla con ironia, dando via a un contest di risposte possibili. Per ora le/i partecipanti hanno proposto queste:

-“Ah, quindi anche il sindaco non prende un compenso e lo fa per il bene della comunità?”

-“Gentilissima, lieta di apprendere che sul vostro territorio comunale la richiesta preventivi funzioni così. Potrebbe cortesemente inviarmi il contatto di un dentista residente nel vostro comune? E di un idraulico, grazie”.

-“A titolo gratuito verremmo a scuola a insegnarvi a fare la marmellata con la frutta della merenda che i bambini non mangiano, così potreste fare un bel banchetto di autofinanziamento e raccogliere i soldi PER PAGARCI”.

-“Dopo che hai finito la lezione puoi passare con un cappellino in mezzo al pubblico di bambini e dire che se non ti pagano arriva la blue whale”.

-“Distribuisci in classe bigliettini col tuo IBAN”.

-“Siamo spiacenti, ma se digitiamo la chiave di ricerca ‘gratis’ nel nostro database di proposte formative, il sistema non fornisce risultati”.

-“Una passeggiata”.

Se desiderate continuare con l’ironia, nei commenti c’è tutto lo spazio che volete.

ps. Aggiornamento con nuovi suggerimenti! 🙂

-“Io risponderei: ‘In che senso?’ ”

-“La risposta è: Il preventivo!”

-“Manda una mail dicendo che hai chiesto consiglio ad amici e parenti e invii tutte le risposte”.

-“Non ho tempo libero”

Annunci

Pepe Mujica e il mio hard disk

images-16

“Conosci te stesso”

Quanto può durare un paio di pantaloni? E una borsa? E una macchina? E per quale ragione smettiamo di usare cose ancora integre e funzionali per comprarne altre praticamente identiche?

Intorno a queste domande ruota il pensiero politico di sobrietà di Pepe Mujica, ex Presidente dell’Uruguay, che durante il suo mandato ha rinunciato al 90% del suo compenso e ha preferito vivere nella sua fattoria piuttosto che negli appartamenti presidenziali.

“Io consumo il necessario ma non accetto lo spreco. Perché quando compro qualcosa non la compro con i soldi, ma con il tempo della mia vita che è servito per guadagnarli. E il tempo della vita è un bene nei confronti del quale bisogna essere avari. Bisogna conservarlo per le cose che ci piacciono e ci motivano. Questo tempo per se stessi io lo chiamo libertà. E se vuoi essere libero devi essere sobrio nei consumi. L’alternativa è farti schiavizzare dal lavoro per permetterti consumi cospicui che però ti tolgono il tempo per vivere… Lo spreco è [invece] funzionale all’accumulazione capitalista [che implica] che si compri di continuo [magari indebitandosi] sino alla morte.  »

fonte Wikipedia

Le sue parole sono arrivate chiare in una delle conferenze organizzate in Italia per la presentazione dell’ultimo libro a lui dedicato “Una pecora nera al potere”. Era mercoledì 9 novembre, il giorno in cui ci si è svegliati con la notizia dell’elezione di Trump. Non poteva esserci balsamo migliore della voce di quest’uomo ottantenne per riuscire a mutare una giornata iniziata decisamente male.

“Dobbiamo sapere chi siamo, cosa c’è dentro al nostro hard disk”.

Questa affermazione dell’ex Presidente uruguaiano mi è rimasta nel cuore. Sono giorni in cui il bisogno di autenticità si fa sempre più urgente, dopo essermi trovata diverse volte a dover occultare parti di me in funzione di una molteplicità di compromessi. E mentre li fronteggiavo, mi chiedevo in continuazione quale fosse il livello di compromesso accettabile e, improvvisamente, ieri l’ho capito.

Stavo sistemando il CV per inviarlo ad una posizione in ambito comunicativo che mi interessava. In quel CV avevo inserito in precedenza anche il link a questo blog poiché richiesto da un’altra posizione nello stesso ambito per cui l’avevo preparato. Per un attimo mi sono domandata se sarebbe stato meglio toglierlo, se avrebbe potuto svantaggiarmi in qualche modo un link ad un blog in cui le mio essere progressista, femminista e antirazzista è espresso in maniera inequivocabile.

Ho deciso di no.

Non voglio fingere di essere una persona che non sono, nemmeno quando la finzione passa per la semplice omissione di informazioni. Le idee qui espresse sono parti fondanti della mia persona e anche se io togliessi i riferimenti dal mio CV, la sostanza non cambierebbe: verrebbero fuori da me in ogni momento. Sì, per qualcuno potrebbero rappresentare un problema, una ragione per non scegliermi. Ne sono consapevole e sono disposta a correre il rischio. Anche perché diversamente cosa ne otterrei? La possibilità di avere un ingresso economico pagata quotidianamente con il dover essere “meno” di quello che sono: non è un compromesso accettabile. Perché  un ambiente di lavoro in cui il mio essere femminista e antirazzista dovesse essere considerato un problema non è l’ambiente in cui voglio lavorare.

Durante quell’incontro su felicità e futuro, Mujica parlò di economia, etica e scelte.

“Uno può decidere se lavorare per quarant’anni per una multinazionale, oppure fare scelte diverse”.

Se non a tutti, a molti nel sentire questa frase sarà balenato il pensiero “Fare scelte diverse in un mercato del lavoro come il nostro? In cui i livelli di disoccupazione sono altissimi? In cui la difficoltà a trovare un posto fa si che ci si tenga stretti qualunque cosa e si accetti qualsiasi livello di compromesso?”.

Ma di certo questo pensiero, se c’è stato, sarà davvero durato il tempo di formularlo,  perché a parlare di scelte c’era un uomo che ha pagato la fedeltà alle proprie idee con dodici anni di prigione in isolamento, in condizioni talmente dure da cibarsi di mosche intrappolate nelle ragnatele, sotto la costante minaccia di fucilazione (e nota bene: della durezza della sua vita in prigione non ne parla mai). Un uomo che quelle idee le ha portate con sé nel suo mandato presidenziale, mostrando al mondo che si può fare politica in maniera diversa da cui siamo abituati, opponendo alla fede nella crescita continua la filosofia della sobrietà. Idee che riempiono saloni e aule magne di persone disposte a stare in piedi ore per ascoltarle.

Tutte le volte che io e la mia visione del mondo non abbiamo camminato insieme, le volte in cui le ho lascito la mano, ho sbagliato. Così come so di non poter andare da nessuna parte senza conoscere me stessa, allo stesso modo sono consapevole che non arriverò nei posti giusti se mi abbandonerò per strada ora per un motivo, ora per un altro, che sia un colloquio, o il semplice (e diabolico) “quieto vivere”.

Non c’è una formula magica, una ricetta che assicura la buona riuscita di sogni, progetti e ideali. Sta tutto il quel nostro hard disk: conosci te stesso.

E agisci di conseguenza.