Vietato l’ingresso ai ragni e ai visigoti

Lo scorso pomeriggio ero a una riunione con alcuni esponenti di associazioni e insegnanti che si occupano di decostruzione di stereotipi di genere. Si parlava dei progetti fatti, delle modalità utilizzate e delle difficoltà che nel corso della propria esperienza si sono incontrate. Si parlava anche dell’effetto degli attacchi che questi progetti subiscono un po’ ogni dove in nome di una fantomatica teoria (che non ho più voglia di nominare) che serve solo a confondere le idee e a impedire di riflettere su stereotipi, accettazione dell’altro, violenza e uguaglianza. Tra i vari episodi condivisi ce n’è stato uno, in particolare, che mi ha colpita brutalmente: lo riportava un ragazzo che si occupa di progetti di contrasto al bullismo omotransfobico. Il progetto in questione, approvato dalla scuola, si sviluppava in più incontri, negli ultimi dei quali era prevista la partecipazione di alcune persone gay, lesbiche e trans che avrebbero raccontato la loro esperienza di vita. Ebbene, la scuola ha richiesto espressamente che i trans non entrassero fisicamente nell’edificio a portare la loro testimonianza.

Io sono rabbrividita. Letteralmente.

Vietato portare una persona transessuale? E se tra gli alunni di quella scuola superiore ci fosse stato un/una trans l’avrebbero sbattuto fuori? Cosa rispondono alla famiglia di un ragazzo transgender che lì vorrebbe iscrivere il proprio figlio? Che per lui  l’ingresso è vietato? Ho sentito anche racconti di progetti che sono stati fatti solo in modalità “contraddittorio”: hanno concesso a un ragazzo omosessuale di parlare a patto che ci fosse anche un altro omosessuale “pentito”, di quelli che sostengono di voler curare la propria omosessualità con le medicine. Perciò, seguendo questa logica, mi chiedo come mai quando a scuola si spiega che la terra è tonda non si abbia la stessa premura e non si inviti anche un esponente della Flat Hearth Society a dire che invece è piatta.

La domanda dentro cui si snoda tutta la questione è: perché è ritenuto lecito che una scuola pronunci frasi come “non portate i trans”? Nel cercare la risposta bisognerebbe tenere molto bene in mente che la strada dell’esclusione non prevede ritorno. Dal momento che in quello che dovrebbe essere il luogo di inclusione per eccellenza è possibile escludere qualcuno, chi decide il limite?  Se faccio un comitato genitori contro la Giornata della Memoria posso chiedere che a scuola non si portino gli ebrei a parlare dei campi di sterminio? Potrebbe infastidire i negazionisti. E poi chi? Le donne che lottano per la parità dei sessi? Potrebbero disturbare l’armonia familiare con le loro folli idee sui lavori domestici equipartiti. E dopo? Tutti quegli esseri umani che non presentano caratteristiche caucasiche? I bambini bianchi si potrebbero turbare dall’arrivo dell’uomo nero delle favole.

La realtà dei fatti, riscontrabile tutti i giorni, ci racconta di bambini e ragazzi fortemente omofobi, basti pensare a quale sia la parola principale che scelgono per offendersi l’un l’altro. E chi fa progetti su questi temi si rende conto continuamente di quanto il sessismo, l’omofobia e il razzismo alberghino nelle loro giovani menti e trovino un terreno fertile nella società che li (e ci) circonda. Non possiamo permetterci di far scivolare in secondo piano ciò che riguarda l’inclusione, la conoscenza dell’altro, il rapporto e la relazione con chi è diverso da noi: sono tempi in cui è assolutamente necessario che questi temi emergano con forza e in cui mi piacerebbe che nel leggere la frase “vietato l’ingresso ai trans” saltassimo sulla poltrona, tutti. Soprattutto se pronunciata dentro a una scuola.

Annunci