Sessismo travestito da galanteria

Pochi giorni fa mi trovavo in un grazioso paesino della lucania in compagnia di alcune amiche, di cui una originaria del luogo. Dopo aver visitato l’antica abbazia ed esserci perse tra vicoli e piazzette, dopo aver ammirato tramonti e conosciuto storie di singolari personaggi del paese, ci siamo sedute ad un tavolino di un bar per bere una birra e riposare le stanche membra. Il bar si affacciava su una delle piazze e nel momento in cui ci siamo sedute le campane della chiesa adiacente hanno iniziato a suonare annunciando l’uscita della statua di San Rocco, patrono del luogo, che accompagnato da una breve processione avrebbe raggiunto un’ altra chiesa, usanza tipica della festa patronale.

Come avviene in molti paesini del sud Italia, le processioni sono accompagnate dalla banda del paese, colonna sonora costante di questi eventi sentiti e partecipati.

La nostra cicerone ci fa notare che la banda è solamente maschile e le dico che la cosa mi sorprende molto, poiché le bande viste e ascoltate nella mia infanzia in altri paesini del sud erano composte sempre da maschi e femmine.

“Questa sorta di esclusione è in realtà un atto di gentilezza nei confronti delle donne: spesso la banda si trova a suonare in luoghi scomodi, facendo tour molto stancanti e finendo le esibizioni ad orari improponibili. Non permettendo alle donne di partecipare le si tiene al riparo da tutte queste scomodità”.

Nella famosa fiaba “I vestiti nuovi dell’ imperatore” il re era nudo, sotto gli occhi di tutti, ma anche se evidente, la nudità veniva riconosciuta solo una volta nominata, resa visibile solo grazie a un bambino il cui sguardo non era ancora stato distorto dalla consuetudine.

Spessissimo le discriminazioni di genere si sono travestite e tuttora si travestono da atti di gentilezza e protezione. Si camuffano talmente bene da risultare credibili, anche agli occhi di donne indipendenti, viaggiatrici avventurose da zaino in spalla come l’amica di cui sopra, a cui le opzioni “fatica e scomodità” di certo non hanno mai impedito di esplorare il mondo.

Atti di cortesia che decidono al posto delle donne senza possibilità di appello vanno chiamati per quello che sono: discriminazioni.

Ci sono ancora molti re nudi che dobbiamo imparare a riconoscere come tali.

Non siamo a disagio col potere in sé, ma con le donne

9788806234935_0_0_1576_80Due giorni fa mi trovavo per ragioni di lavoro nella sala d’attesa del poliambulatorio del mio paese. Due file di sedie, messe una di schiena all’altra, si affacciavano sulle porte degli ambulatori dei medici di base.  Mentre aspettavo, un vecchio dietro di me parlava col suo vicino. Si lamentava di tutte le cose che non vanno nel paese. Di quelli del sud che sono tutti carabinieri perché non sanno cosa voglia dire lavorare, del fatto che lui a quindici anni aveva chiesto all’impiegato delle poste del suo paese di trovargli un lavoro come il suo, ma a lui non l’avevano trovato, a quelli del sud sì. E poi di quella legge fatta da quella donna “quella là, come si chiamava… insomma non ricordo il nome, ma solo che era brutta. Non come la Maria Elena Boschi, che quella lì è proprio una bella donna. Che nel governo Renzi c’erano due donne molto belle, ma le altre erano dei cessi che non si guardavano. Perché quelle lì sono dei cessi che gli uomini non le vogliono, e visto che non le vuole nessuno allora si mettono a fare politica, perché gli uomini le schifano e quelle si inacidiscono e infatti sono brutte, acide e cattive”.

Può sembrare – come qualcuno mi ha detto – un semplice parlare di un imbecille. Ma no, non è solo questo. Sempre di più mi accorgo di come la vox populi si manifesti puntualmente nelle sale d’aspetto degli ambulatori. E a questa voce occorre prestare attenzione, per comprendere i nostri tempi: liquidare tutto con “sono solo le parole di un povero imbecille” non ci permette di guardare in faccia la realtà, fatta di un luogo pubblico in cui si pensa sia normale pronunciare ad alta voce queste parole, che nella loro pochezza tanto hanno da dire sulla visione sessista che si ha delle donne, e delle donne di potere nello specifico.

“Ti ricordi quanto abbiamo riso anni fa per un articolo su di me scritto in modo atroce? L’autore mi aveva accusata di essere “arrabbiata”, come se “essere arrabbiata” fosse qualcosa di cui vergognarsi. Certo che sono arrabbiata. Mi arrabbio per il razzismo. Mi arrabbio per il sessismo. Ma mi sono accorta di recente che mi arrabbio di più per il sessismo che per il razzismo. E la ragione è che nel mio essere arrabbiata per il sessismo mi sento spesso sola. Perché amo e vivo in mezzo a gente che è più disposta a riconoscere un’ingiustizia di razza che un’ingiustizia di genere

Non ti dico quante volte le persone a cui voglio bene – uomini e donne – mi hanno chiesto di attestare la questione del sessismo, di “portare le prove” per così dire, mentre non si sono mai aspettati che lo facessi per il razzismo (È ovvio che nel vasto mondo a troppe persone si chiede ancora di “dimostrare” il razzismo, ma non nella mia cerchia ristretta). Non ti dico quante volte persone a cui voglio bene hanno negato o minimizzato situazioni sessiste.

Come il nostro amico Ikenga, sempre pronto a negare che la misoginia sia un problema, senza mai voler ascoltare o confrontarsi, sempre ansioso di spiegarti che in realtà sono le donne ad essere privilegiate. Una volta mi ha detto: – “Anche se l’opinione generale è che a casa nostra comanda mio padre, è mia madre che in realtà dirige da dietro le quinte – . Pensava in quel modo di confutare il sessismo, in realtà avvalorava la mia tesi. Perché “dietro le quinte”? Se una donna ha il potere, perché dobbiamo fingere che non ce l’abbia?

Ma ecco la triste verità: il nostro mondo è pieno di uomini e donne a cui non piacciono le donne di potere. Siamo stati così condizionati a pensare che il potere è maschio, che una donna potente è un’aberrazione. Così le teniamo gli occhi addosso. Delle donne di potere ci chiediamo: è umile? Sa sorridere? È abbastanza riconoscente? Ha un suo lato domestico? Le stesse domande non le rivolgiamo a uomini potenti, a dimostrazione del fatto che non siamo a disagio col potere in sé, ma con le donne”. 

da “Cara Ijeawele, ovvero quindici consigli per crescere una bambina femminista”
Chimamanda Ngozi Adichie

Imparare a guardare

“Per diverso tempo non ho saputo che la sua faccia “strana” era dovuta a una fucilata in faccia, regalo del suo ex”. Le parole della mia amica S. accompagnano  questa notizia. Conosce molto bene la donna di cui si parla nell’articolo: è stata la sua professoressa di educazione fisica alle superiori.

Ricordo i primi tempi in cui iniziai a conoscere il fenomeno della violenza contro le donne, con un tirocinio universitario presso la Casa delle Donne per non subire violenza di Bologna. Piano piano, sotto ai miei occhi, venivano illustrati dati e statistiche, frutto di anni di lavoro dei centri antiviolenza italiani e internazionali. Per le donne tra i 16 e i 44 anni la violenza da parte di un partner, marito, fidanzato, padre è la prima causa di morte e invalidità permanente. Una donna su tre ha subito (o sta subendo) una qualche forma di violenza. Imparavo a conoscere un fenomeno immenso, diffusissimo in tutte i continenti senza eccezioni, un fenomeno che c’era sempre stato e che continuava imperterrito ad esserci, ma che fino a quel momento mi pareva come invisibile.

Molti gli elementi che contribuivano alla sua invisibilità: una cultura che ti sussurra continuamente ciò che devi fare per essere una donna giusta ( ti ho visto le mutande mentre scendevi dallo scivolo, non rispondere con quel tono, perché non sorridi mai, non ti tieni abbastanza, la scienza è roba da uomini, mangia composta, torna presto la sera, avere una figlia femmina è più facile, i maschi sono così esuberanti…). Una cultura che ti dice che i panni sporchi non si lavano in piazza e che fra moglie e marito non bisogna mettere il dito. Una cultura che parla di re e condottieri e relega le donne a mogli, concubine, serve, bottino di guerra nel corso della storia. Una cultura che ti dice che se quel vecchio ti ha messo una mano sulle tette e ti ha baciato in bocca sei di certo tu che non hai capito le sue intenzioni, che ti sei sbagliata, ché lui è un tipo molto espansivo, perché mai avrebbe dovuto fare questa cosa proprio a te? Una cultura che dice che certe cose succedono solo negli ambienti degradati, non di certo fra persone rispettabili.

Poi accade qualcosa che squarcia questo velo e impari a dire NO.

No, non devo sorridere per forza.
No, ci sono state tantissime scienziate nella storia di cui non mi avete mai raccontato.
No, i maschi sono esuberanti perché permettete loro di fare quello che non permettete a noi.
No, le donne nella storia ci sono state eccome, siete voi che non le avete messe nei miei libri di storia.
No, nelle liti fra moglie e marito bisogna mettere di tutto: bussare alle porte, chiamare i carabineri, offrire sostegno, fornire i numeri di telefono dei centri antiviolenza, non voltarsi dall’altra parte.
No, io ho capito benissimo le intenzioni di quel vecchio, non sono idiota e so distinguere la lussuria dall’espansività.

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E no, queste cose non succedono solo in contesti degradati, ma in tutti gli ambienti, in maniera trasversale. E si vedono chiaramente, se si impara a guardare. Appaiono anche se si guarda con gli occhi della memoria. Così oggi ripenso anche io a una mia professoressa del liceo, una donna mite, dolce, paziente. Rivedo i sui lividi sulle braccia o sulle gambe, quel livido sullo zigomo. Ricordo che era l’unica a firmare col cognome del marito. Mi ritorna alla memoria quella volta in cui la videro con un brutto segno sulla guancia e qualcuno le chiese cosa le fosse successo, mi sorprende ora pensare a come tutti quanti ritennero la sua risposta convincente “Stavo stirando, è suonato il telefono e sbadatamente ho risposto col ferro da stiro”. La violenza era già tutta lì, davanti ai nostri occhi, ma non la vedevamo, non sapevamo guardare.

Un tempo, una persona a me molto vicina mi disse che quella proporzione, quell’ “una donna su tre”, non era possibile. “Allora scusa, alla cena di ieri c’erano dieci donne, sulla base di quello che dici tu dovrebbero essere in tre a subire violenza! Onestamente mi pare che i conti non tornino, le conosco tutte, nessuna di loro è mai stata picchiata”.

Tornano, eccome. Devi solo imparare a guardare.

Per colpa di chi?

Questa la conclusione di un articolo di Repubblica sulla terribile morte di Sara Di Pietrantonio:

“Ha acquistato l’alcol. Si è appostato. L’ha seguita. E il resto è orribile cronaca. Che si sarebbe potuta evitare – dicono gli inquirenti – se solo lei avesse avuto il coraggio di denunciare le continue vessazioni psicologiche. Se solo gli amici, le amiche e i familiari non avessero sottovalutato. Se solo quei due che sono passati in macchina si fossero fermati.”

Ma di cosa stiamo parlando?
Conosco donne che hanno denunciato uomini stalker e a cui per tutta risposta è stato consigliato di “cambiare casa per un po’ ” e la notifica di denuncia all’uomo in questione non ha fatto altro che rendere ancora più furiosa la sua rabbia.
Conosco amiche e amici di queste donne che non hanno affatto sottovalutato, ma che anzi le hanno aiutate in tutto e per tutto, ma cosa possono fare amiche e amici volenterosi nei confronti di qualcuno che nonostante le denunce e gli atti vandalici commessi è ancora a piede libero?
E buttare addosso tutta la colpa dell’ennesimo femminicidio ai passanti che non si sono fermati sposta di nuovo la responsabilità sul singolo, quando da anni stiamo dicendo che l’unico modo per fermare questi delitti è ragionare sulle relazioni uomo – donna, sul potere degli stereotipi di genere, dei ruoli, su cosa sia e soprattutto COSA NON SIA L’AMORE.


Non è ciò che non hanno fatto i passanti per strada, le mancanze degli amici o l’assenza di coraggio delle donne uccise a far crescere i numeri dei femminicidi: è ciò che non fa lo Stato, che potrebbe creare leggi e tribunali ad hoc come in Spagna, che dovrebbe investire in formazione e progetti nelle scuole, che dovrebbe fare in modo che bambine e bambini, ragazze e ragazzi ragionino su amore, gelosia e libertà.
E se proprio vogliamo trovare qualcuno nella società civile responsabile di quanto accaduto e di quanto continuerà ad accadere, allora quel dito puntiamolo contro i cosiddetti “no gender”, quelli che si impegnano tanto per impedire questi progetti nelle scuole.

Solo e soltanto queste azioni avrebbero potuto evitare che la vita di una giovane donna finisse raccontata in una “orribile cronaca”.

Colonia, veli e libertà

Che mille uomini si organizzino con il preciso compito di molestare, derubare e assaltare sessualmente le donne in un luogo pubblico è un fatto gravissimo e inquietante, che ha molti elementi oscuri su cui è necessario fare luce. Mi auguro che a breve le indagini chiariscano le dinamiche e le motivazioni dietro a questi episodi, per poter fare analisi appropriate e non basate solo su supposti scontri di civiltà, chiamando in causa l’Islam e la condizione della donna all’interno di questa religione. Quando si parla di donne e Islam, una delle prime immagini che si materializzano davanti agli occhi è il velo, che nella religione islamica viene motivato come strumento di protezione: nasconde le forme per sottrarre le donne al desiderio sessuale maschile. Siamo sicure che ci sia molta differenza tra un velo imposto per salvarsi dalle attenzioni indesiderate e i consigli rivolti alle donne che la sindaca di Colonia Henriette Reker ha annunciato di voler pubblicare sul sito internet della città con lo stesso scopo? “Tenere una distanza di almeno un braccio tra sé e gli estranei negli spazi pubblici, non isolarsi dal gruppo, chiedere aiuto ai passanti”. Mi auguro che nella pubblicazione ufficiale non compaiano anche consigli in materia di vestiario o orari in cui è sconsigliato uscire di casa. In entrambi i casi, che si tratti di un velo o di un vademecum, troviamo da un lato uomini che esercitano liberamente una prepotenza e dall’altro donne costrette a limitare le proprie libertà per sentirsi in salvo.

Veli: quelli della tradizione islamica sono vari e ben visibili, tanto che stiamo imparando a familiarizzare con i nomi che li distinguono: hijab, niqab,  chador, burqua. Ce n’è uno però, invisibile e senza nome, che non appartiene all’islam, ma alla nostra moderna cultura occidentale.  Pur non vedendolo, ce lo troviamo davanti in molte occasioni: è il velo rappresentato dal politically correct.  Spesso sottilissimo, è teso a nascondere pensieri che solo ad un primo sguardo sembrano non far più parte dei “nostri valori”, ma se siamo capaci di sollevarlo, scopriamo che quei pensieri sono ancora lì, ben incastonati nel comune sentire.

Metti una sera a cena. Tutti a casa di un’amica, è il suo compleanno. Divisi tra cucina e sala mangiamo, chiacchieriamo, passiamo da una stanza all’altra. Chi vuol fumare una sigaretta esce sul terrazzo. In questo andare e venire, mi ritrovo in cucina, unica donna tra uomini. L’occasione è perfetta per raccontarmi una barzelletta. Chiaramente una barzelletta di una certo tipo.

– Ehi, senti questa! Ci sono due trans che parlano. “Sai, la settimana prossima vado a Casablanca a fare un’operazione per diventare donna” e l’altra “Wow! Fantastico!”. Dopo un mese si incontrano e una chiede: “Allora? Com’è stata l’operazione per diventare donna? Dolorosa?” E l’altra: “ Guarda, il taglio del c***o neanche tanto, mi ha fatto più male quando mi hanno ristretto il cervello”.

Ridono, mi guardano. Io ho la faccia seria, ma dentro di me sono furiosa. Mi esce un “complimenti” dichiaratamente ironico e me ne vado nell’altra stanza, dove sono sedute molte donne: chi chiacchiera, chi ascolta. Mi chiedo se quella “barzelletta” sarebbe stata raccontata ugualmente in una situazione invertita, con un solo uomo in mezzo a un gruppo di donne. Erano tutti amici che conosco da anni e so che nessuno si permetterebbe mai di abusare fisicamente di me, ma come catalogare questo episodio, se non come violenza? Cos’altro è una storiella in cui la risata compare nell’evidenziare il binomio donna-stupidità? Io l’ho vissuta così e ho reagito allo stesso modo di quando capita di sentire una mano sul fondoschiena in autobus: sgomento, incapacità di esprimere la mia rabbia e un ricordo dell’episodio che porto dietro da tempo. Mi sono sfogata più volte raccontandolo in giro e chiedendo ad altre che cosa avrebbero fatto al mio posto. Molte mi hanno detto che sarebbe stato inutile dire qualsiasi cosa, tanto non avrebbero capito; qualcuna affermava che non le sarebbe importato nulla di rovinare la festa e si sarebbe infuriata; una mi ha chiesto se davvero quelle persone le considero amiche. Certo, a mente fredda le reazioni potevano essere molte, una tra tutte far presente che mi sentivo offesa. L’ho fatto una volta, anni dopo, in una situazione analoga e uno dei miei amici più progressisti da dietro le spalle ha alzato gli occhi al cielo e fatto un gesto come a dire “Che pesantezza!”.

Grazie alle battaglie e alle conquiste femministe, oggi certi atteggiamenti e abusi sono condannati socialmente, ma ciò non significa che nell’intimo di ognuno vengano ritenuti sbagliati. Sotto il velo del politically correct si scopre tutto ciò che, pur non nominato pubblicamente perché uncorrect,  esiste e viene comunemente fatto e/o pensato. Nessuno mette apertamente in dubbio  il mio diritto a lavorare, ma in ufficio il titolare chiede a me se “gentilmente” gli porto il caffè, non ai miei quattro colleghi uomini. Così come nessuno dice ad alta voce che le donne non debbano partecipare alla vita politica, salvo poi fare entrare dalla finestra il sessismo che solo a parole è stato cacciato dalla porta. Tutti (a maggior ragione dopo i fatti di Colonia) sostengono che le donne abbiano il diritto ad uscire e a godersi la vita, notte compresa, ma che la città per una donna sola sia più piccola è un dato di fatto universalmente riconosciuto, perché certe zone per lei sono off limits e se le è successo qualcosa mentre camminava da sola in una strada poco illuminata, beh… un po’ se l’è cercata. Figurarsi poi se indossava poi una minigonna.

Ripenso a chi mi chiedeva se ritenessi queste persone “amiche”. Di sicuro se dovessi lasciare nella lista degli amici quelli che non solo non fanno battute sessiste, ma sono anche in grado di opporvisi in una situazione come quella di cui sopra, mi ritroverei ad avere in mano un foglietto decisamente sguarnito, per usare un eufemismo. Non è facile, perché come diceva Simone de Beauvoir  quarant’anni fa: “gli uomini progressisti sono comunque imbevuti di cultura maschilista“. E l’esperienza di tutti i giorni ci racconta che non è cambiato molto da allora.

 

Cronaca di una giornata decisamente femminista

La sveglia suona alle 6.

Io e G. ci alziamo, ci prepariamo e saliamo in macchina: direzione Bologna, contromanifestazione che si terrà in piazza Maggiore in occasione della giornata di preghiera non stop che gli antiabortisti hanno organizzato davanti alla chiesa di San Domenico. Parcheggiamo la macchina e percorriamo via Zamboni, la via universitaria, solitamente affollata e rumorosa e ora assolutamente silenziosa e soleggiata, in questo sabato mattina militante. Arriviamo in piazza e ci uniamo al gruppo già formato, leggiamo i cartelli, ci danno un foglietto con le canzoni che verranno cantate nel corso della manifestazione. Dopo una mezz’ora, mentre aspettiamo che il corteo abbia inizio, lasciamo la piazza e andiamo a vedere dove sono questi oranti e appena costeggiamo lateralmente la chiesa di San Petronio ciò che vediamo ci colpisce: decine di poliziotti, diverse camionette e appoggiati a una colonna in bella mostra tanti scudi protettivi antisommossa. Ma davvero? mi chiedo. Vorrei dire “Ragazzi, guardate che è tutto sbagliato: state difendendo delle persone che pensano che ciò che io posso contenere dentro di me sia più importante della me che vi cammina qui davanti. Che sia più importante una vita ideale e potenziale di una vita reale ed effettiva, la mia. Che vorrebbero leggi che come unica conseguenza costringeranno le donne ad abortire nel pericolo, rischiando la vita. Perché una donna che non vuole portare avanti una gravidanza non può essere obbligata a farlo, è mostruoso chiederglielo. Perché quella donna, ve lo assicuro, troverà il modo di abortire. Guardate che non dovreste essere qui, ma dove la legge è violata: negli ospedali in cui rifiutano alle donne di abortire, o negli ambulatori in cui non prescrivono la pillola del giorno dopo, o nelle farmacie in cui non la consegnano“. Ci raggiunge poi V. cara amica dalle domande spiazzanti che guardando il numero di persone ci chiede “Ma dov’è la società civile?!?”. E lo so che per una che è in piazza ce ne sono tante a casa che condividono il nostro pensiero, ma credo che il tempo di stare a casa sia finito (se mai ce ne sia stato un in cui non partecipare è stato giustificato). Mai come ora penso che sia importante esserci ed essere tante, fare fronte comune e occupare gli spazi, tutti: fisici e virtuali. Proprio il giorno prima tentavo di spiegare ad un amico su Facebook che in una discussione liquidare chi si mostra in disaccordo con te definendola “femminista un tantino suscettibile” è maschilismo. E potrei dispiacermi del fatto che a non capirlo sia una persona che si definisce di sinistra. Potrei, ma non mi dispiaccio, perché come dice Simone de Beauvoir in questa intervista, gli uomini progressisti (e anche le donne, aggiungo io)  sono comunque imbevuti di cultura maschilista. Essere “di sinistra” non è automaticamente un antidoto al sessismo.

Dobbiamo aspettare un paio d’ore prima che il corteo parta e in quel paio d’ore l’arrivo anticipato di 10 giorni delle mestruazioni mi costringe a ricerche di bagni vari ed eventuali, mi provoca dolore fitto al bassoventre e una sensazione di disagio che rende difficoltosa la partecipazione all’evento. E mi pare che anche questo imprevisto si collochi perfettamente nella mia giornata decisamente femminista: ripenso alla vicenda di quel ragazzino che con una foto su Instagram invitava suoi amici maschi ad aiutare le ragazze premurandosi di avere un paio di assorbenti in tasca per venire incontro alle loro esigenze improvvise. Lasciamo il corteo verso le 10, decidendo di tornare a casa per recuperare energie (sono a pezzi), in modo da poter poi tornare a Bologna la sera, per vedere il documentario “India’s Daughter”. E così facciamo.

Il documentario ci scuote molto. Racconta dello stupro avvenuto a Delhi nel 2012 ai danni di una ragazza talmente brutalizzata da morire 72 ore dopo. Racconta di come la società civile abbia reagito manifestando per oltre un mese, non rassegnandosi alle violente cariche della polizia, alle manganellate, agli idranti, tanto da costringere il Primo Ministro ad intervenire promettendo nuove misure in difesa dei diritti delle donne. La folla inferocita grida “impiccate i mostri”, ma troppo facile considerare “mostri” gli autori di questo reato. Perché farlo significa prenderne le distanze, definirli come “scarti della società” e non riconoscere invece che queste persone sono i prodotti voluti dalla società, una società che va a consolare – quasi come fossero condoglianze – la famiglia a cui è nata una figlia femmina. Una società che nutre prima i maschi, in cui bambini vedono una continua disparità di trattamento nei confronti delle loro sorelle, a cui viene dato meno latte a colazione, che aspettano di mangiare per ultime. Troppo facile considerarli bifolchi, umanità traviate dalla povertà degli slum in cui sono cresciuti, perché le dichiarazioni di uno dei loro avvocati in seguito alla lettura della loro condanna a morte ci dicono che questi non sono pensieri legati alla povertà, all’ignoranza, alla miseria, ma profondamente connessi alla loro cultura. L’avvocato visibilmente adirato definisce ingiusta la sentenza, perché la colpa è della donna e davanti alle telecamere dichiara che lui stesso se sua figlia osasse andare al cinema con un uomo che non è suo marito e tornare a casa alle nove di sera, sarebbe il primo a prendere la figlia, portarla nella sua fattoria, versarle addosso una tanica di benzina e darle fuoco. Gli stessi stupratori dicono di essere stati così violenti con lei perché alle loro domande su cosa ci facesse una donna non sposata fuori la sera con un uomo, lei rispondeva invece di stare zitta, e questo li ha mandati in bestia. E le hanno dato una lezione. E mentre le davano una lezione, lei ha resistito, mentre si sarebbe dovuta far violentare senza opporre resistenza, così non l’avrebbero massacrata di botte e sarebbe ancora viva. Insomma: se è stata violentata è colpa sua. Se è morta è colpa sua. Donne che non rispettano il loro confine e per questo vengono rimesse al loro posto.

Esco dal cinema e penso a due cose. La prima: questo documentario non parla dell’India, parla di tutto il mondo. Nell’interessante dibattito seguito alla proiezione, la regista  Leslee Udwin ha raccontato di aver ricevuto moltissime lettere di uomini indiani, la cui sostanza essenzialmente era sempre la stessa: scrivevano di rispettare le donne, giuravano di non aver mai alzato una mano contro la moglie o la figlia, ma nel guardare il documentario si erano resi conto di riconoscersi nelle parole pronunciate dagli stupratori e dagli avvocati. E questo li metteva profondamente a disagio. Il pensiero di quegli stupratori e di quegli avvocati non è un pensiero limitato alla cultura indiana. Restiamo di sasso a sentire certe dichiarazioni fatte alla luce del sole, davanti alle telecamere, solo perché qui siamo abituate ormai ad un politically correct che fa sì che certe cose non si dicano o si dicano in modo diverso. Ma quante volte ogni giorno nella nostra avanzatissima Italia una donna viene rimessa al suo posto?  Non ce lo raccontano solo le vicende processuali dei casi di stupro in cui succede sempre che la difesa agisca screditando la donna e cercando di farla diventare da vittima a colpevole: ce lo dicono anche vicende e gesti quotidiani, come l’esempio di L., amica che ha visto con noi il documentario, che fuori dal cinema parla di quanto spesso la succeda di trovarsi a camminare sola per strada ed essere apostrofata malamente da qualcuno (e no, “Ciao bella!”, “Vieni qui”, “Eddai sorridi” non sono complimenti graditi): nel momento in cui li manda a quel paese viene sempre ricoperta di insulti: cos’è questo se non un modo di “rimetterla al suo posto”? Tu cammini per strada, sei una donna e il semplice fatto che tu lo sia autorizza un gruppo di uomini sconosciuti a rivolgerti attenzioni non gradite (ma davvero pensate che dicendo “ciaobbella” per strada a una questa vi lascerà il suo numero di telefono? Diciamo piuttosto che quella modalità di approccio non è altro che esercizio di “virilità da branco”, che nulla ha a che fare con corteggiamento o reali intenzioni di conoscere quella persona). Tu reagisci, invece di stare zitta, chinare il capo e sorridere lieta di queste attenzioni non volute, e cosa succede? Hai sovvertito l’ordine, hai messo in discussione i ruoli, hai risposto con un “vaffanculo” a chi non sapendo nulla di te ti dice pure di sorridergli, ché sei troppo seria. E questi ti insultano tirando fuori un’aggressività inquietante. E magari qualcuno penserà “E’ colpa tua, sei stata scortese”. Eh, già. Di nuovo quel mantra: la donna è un fiore, la donna è gentile, gli uomini sono cacciatori, sei tu che oltre a subire devi anche reagire educatamente. Se no… se no?

Secondo pensiero: dopo quello stupro terribile in India l’intera società civile si è mobilitata, sfidando le cariche della polizia per più di un mese. E qui? Cos’è successo dopo lo stupro dell’Aquila, in cui una ragazza è stata violentata e lasciata a dissanguarsi fuori da un locale finché un addetto alla sicurezza non l’ha trovata e soccorsa? Molte donne con cui ho parlato del documentario erano conoscenza della vicenda indiana, ma non sapevano nulla di quella nostrana: gridiamo “al mostro!” quando l’efferatezza è lontana, ma fatichiamo persino a leggerne le notizie sui giornali quando succede da noi. Forse perché crediamo che quello sia un gesto estremo, altro da noi, dalla nostra cultura, invece no: “India’s daughter” ci racconta che la figlia dell’India è la figlia di tutte le nazioni del mondo, compresa la nostra, perché i pensieri che sottendono quei gesti sono insiti anche nella nostra cultura.  Siamo tutt* allevati da una cultura profondamente maschilista e questo fa sì che maschilisti siano i pensieri di fondo delle persone, anche di quelle che si sentono e credono più libere da questi preconcetti. E non posso escludere che lo siano anche i miei. Per questo è necessario ragionare su questi temi, porre attenzione sul nostro agire e prima ancora sul nostro pensare. Perché temo che quel giustificativo “se l’è cercata” ci riguardi molto più da vicino di quanto pensiamo.

Quarant’anni e non sentirli

Un’intervista a Simone de Beauvoir in cui spiega perché è femminista.

Parla dell’indipendenza economica come strumento fondamentale di autonomia e libertà per le donne. Cita Elena Giannini Belotti per spiegare come la “femminilità” o la “mascolinità” non siano doti naturali, ma modi di essere e relazionarsi col mondo indotti nel comportamento di bambine e bambini non dalla biologia, ma dal modo in cui ci relazioniamo ad essi.

Racconta di uomini “di sinistra”, favorevoli alla lotta di classe, di come siano imbevuti di cultura maschilista e patriarcale, di come sia necessario che la battaglia per i diritti delle donne sia una battaglia a se stante, legata sì alla lotta di classe, ma non contenuta in essa.

E alla domanda su i passi in avanti che ha fatto il governo, istituendo ministeri a favore delle donne, risponde definendoli “mistificazione”, “un osso gettatoci in bocca da sgranocchiare”, un contentino per calmarci, ma che nei fatti non serve a nulla, perché è un’istituzione senza fondi e sempre assoggettata al voto maschile, per qualsiasi cambiamento.

Spiega l’origine e il significato della parola “sessismo”, e molte altre cose. Ascoltatela. Era il 1975, ma potrebbe essere un’intervista andata in onda ieri sera.

Quarant’anni e non sentirli.