I vaccini e la nostra idea di mondo

Sono il genere di persona che si è sempre interessata alla cultura “altra”, lontana dal mainstream. Sarà perché perché non sono dogmatica, sarà per la tendenza alla diffidenza, ma difficilmente ho trovato qualcosa che mi convincesse al primo impatto. Il mio atteggiamento è analitico e nelle situazioni a cui mi avvicino tendo generalmente a fare l’avvocata del diavolo per mettere alla prova teorie e ragionamenti.
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La mia attrazione nei confronti di modi alternativi di vivere, mangiare, lavorare, relazionarsi è iniziata in giovanissima età. Ho sperimentato varie dimensioni di vita comunitaria o in condivisione, la sobrietà negli acquisti, sono consapevole di votare ogni volta che faccio la spesa. Ho provato a produrre quanto più possibile il cibo che ho mangiato, ho cercato canali altri in cui acquistarlo al di fuori della grande distribuzione. Ho ragionato sulla mia alimentazione, ho sperimentato a lungo la dieta vegana, vegetariana, non mi sono fatta mancare pure qualche breve periodo crudista e sono stata attenta agli effetti di queste scelte sul mio corpo e sul mio benessere in generale. Ho viaggiato in modi nuovi, facendomi trasportare da e trasportando a mia volta sconosciuti e dormendo a casa di gente mai vista prima. Ho conosciuto realtà di comunità ed ecovillaggi molto diverse tra loro, da quelli spirituali a quelli in cui la praticità e la concretezza del fare venivano prima di tutto (a discapito a volte della bellezza). Anni fa, quando diverse amiche hanno avuto figli e mi parlavano delle loro perplessità nei confronti dei vaccini mi sono sentita fortunata a non dovermi preoccupare di queste cose, che mi parevano enormi e complessissime.
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Nel tempo erano sempre di più le persone intorno a me con figli (o in attesa) che manifestavano molti dubbi sulla reale necessità dei vaccini e prendeva piede l’idea che i rischi di queste somministrazioni potessero essere più alti dei benefici. Parlai, da profana, con madri che si erano documentate, avevano letto manuali vari e avuto informazioni da associazioni. E che avevano provato a cercare risposte nei luoghi deputati ai vaccini sui propri dubbi, senza trovarne nessuna o addirittura incontrando personale sanitario che “metteva le mani avanti” rispetto ad alcuni vaccini. Io, di mio, ero felice di non dover fare questo tipo di scelta non avendo figli (ma intanto nei miei viaggi extra europei ho sempre continuato a fare tutte le vaccinazioni del caso, senza nessun dubbio). Insomma questo punto di vista sulla dannosità dei vaccini e sulla loro presunta inutilità – visto che le molte malattie erano scomparse nel corso degli anni – apparteneva a sempre più persone intorno a me e così quando il tema da semplice chiacchierata tra amiche a cena è diventato argomento dominante nel dibattito pubblico, pur non dovendo decidere su nessun figlio, ho deciso di provare ad informarmi. Ho parlato con una cugina medico di base su dubbi, paure e perplessità e ho letto un libro* che mi ha chiarito davvero tante, ma tante cose. Ora non avrei dubbi se fossi un genitore. Qualcuno dirà: “sì, il libro che hai letto tu dice così, ma quello che ho letto io dice colà”. Ed è proprio questo il dramma dei nostri tempi: che tutti possano pubblicare libri, dicendo tutto e il contrario di tutto: e chi controlla che ciò che viene spacciato per verità rivelata sia effettivamente tale? Una cosa in particolare nella mia ricerca mi ha colpita. La mia amica mi disse che nelle sue letture aveva trovato un grafico che mostrava che alcuni vaccini erano stati introdotti quando determinate malattie stavano già scomparendo “da sole”. Questa immagine del grafico mi rimase in testa e mi colpì molto quando la trovai trattata nel libro di cui sopra. In poche parole l’autore diceva che quel grafico era sì vero, ma era stata una menzogna far vedere solo l’andamento della malattia nelle poche decine di anni precedenti, perché quel morbo (il morbillo mi pare) si caratterizzava con picchi di epidemie e poi bassissimi livelli di contagio, a cui però seguivano altri picchi di epidemie. L’introduzione del vaccino (che non avveniva – a differenza di quanto riportato – nel momento in cui la malattia stava scomparendo da sola, ma semplicemente nella fase di calo dopo il picco) ha fatto sì che dall’ultimo picco il calo dei contagi fosse costante fino ad arrivare quasi allo zero. Usare in un libro informativo solo il pezzettino di grafico che è utile ad avallare i propri ragionamenti mi sembra davvero ignobile. E quel che mi preoccupa di più è vedere tanta gente intorno a me che (come me) non sa nulla di immunologia condividere post fiume del dottore X o della dottoressa Y che mescolano dati, leggi, reazioni chimiche, nomi di metalli, malattie in un modo che rende impossibile per chi legge poter dire con cognizione di causa “Sì, ha ragione” o “No, è una cretinata”.
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Se sono sempre stata attratta dagli stili “alternativi” è perché so per certo di non vivere nel migliore dei mondi possibili. Nello specifico, riguardo al tema di questo post, malasanità, corruzione, farmaci ritirati dal mercato perché nocivi e, diciamocelo pure, il poco tempo “comunicativo” che (spesso) si dedica al paziente sono elementi che hanno irrobustito la diffidenza delle persone (o meglio: di alcune persone) nei confronti del nostro sistema sanitario. Mi pare però che ci sia un’altra questione di fondo da mettere sul piatto, ovvero il fatto che chi abbraccia uno stile di vita alternativo lo fa per sentirsi libero, non incasellato, e nell’abbracciarlo è consapevole di stare uscendo da quella casella. Ma se nell’uscire da una casella dovesse entrare in un’altra, di questo avrà consapevolezza? Certo non voglio fare di tutta l’erba un fascio, ma dalla mia esperienza e dalle mie osservazioni di questi anni è così. Cibo bio, alimentazione vegetariana o vegana, scuole alternative, no vaccini, cure omeopatiche o di medicina cinese o altro, tendenza a vedere tutto nell’ottica del complotto, tendenza a non riconoscere nulla di positivo nella nostra società o nel nostro essere Stato. A volte mi sembra che nel costruire su questi blocchi la propria identità poi non si dia più possibilità al pensiero di cambiare, come se tornare sui propri passi su un aspetto della vita (come può essere quello sanitario e nello specifico vaccinale) potesse poi far cadere a pezzi tutto il resto.
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Nel corso delle mie personalissime ricerche e sperimentazioni, una fedelissima compagna di viaggio mi è sempre accanto: la capacità di mettere in discussione posizioni precedentemente assunte a fronte di nuove informazioni che, una volta soppesate, ritengo credibili e degne di far mutare le conclusioni a cui ero arrivata. È questa compagna di viaggio che mi fa sgranare gli occhi e un po’ preoccupare davanti alle parole di amiche vicine e lontane che dicono di aver già dedicato ormai troppo tempo alla questione vaccini, che la loro decisione è stata presa anni fa e tale rimane, senza appello.
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E questo approccio ritengo che dipenda dal fatto che molto poche delle persone che conosco sono disposte a mettere in discussione la loro visione della vita, o meglio: ciò in cui vorrebbero credere. Ma come diceva Elena Cattaneo in questa interessantissima intervista** che consiglio di guardare, “Il nostro è un cervello emotivo che fa fatica a convivere con la scienza. La scienza ci strappa via le emozioni ci porta a dover accettare la nuda realtà che tutti vorremmo fosse diversa”.
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Ci sono persone vicine a me, a cui tengo molto, che continuano a condividere articoli del tipo “Ecco la verità che nessuno ti dice, qui gli studi che dimostrano che i vaccini provocano l’autismo!” e io provo un’immensa fatica nel pensare alle parole giuste per rispondere. Le uniche che mi tornano continuamente alla mente sono quelle del grande Pepe Mujica (e se non è alternativo lui…) quando all’incontro a Ferrara disse: “Noi crediamo di pensare e poi parlare, ma di fatto prima parliamo e poi andiamo a cercare tesi a sostegno di quel che vogliamo credere, prima parliamo e poi pensiamo”. Ciò è molto vero, lo noto anche in me stessa. Lo noto nella mia reazione all’intervista alla Cattaneo quando parla delle conclusioni a cui è arrivata sugli OGM, mi accorgo che d’istinto mi verrebbe da dire “No, sicuramente c’è qualcosa di sbagliato nelle sue ricerche!”. Io che dico così a una grande scienziata? E sulla base di cosa? Lei ha letto 10.000 pagine di ricerche… e io? Cos’è più probabile, che lei dopo decenni di studi e ricerche non sappia fare il suo lavoro o che io con la mia visione della vita abbia una resistenza a qualcosa che non voglio accettare nella mia idea di mondo? E nel mondo dell’informazione di adesso è ancora più evidente: molti usano solo facebook come spazio di informazione senza sapere che questo social propone sempre notizie simili ai propri interessi. Così la cara persona a cui tengo continuerà a leggere post antivaccinisti e complottisti e crederà di conoscere la verità, quando la verità già di per sé è davvero difficile da trovare, ma diventa impossibile se non si hanno strumenti giusti per affrontare la complessità. E quegli strumenti per me sono cultura, cultura e ancora cultura. Quella vera però. Perché su certi temi non tutte le opinioni valgono alla stessa maniera. Perché il metodo scientifico non è un’opinione, il tetano nemmeno. Il metodo scientifico ci insegna a dubitare. Bene, dubitiamo dunque, ma perché dubitare a senso unico? Perché dell’intera comunità scientifica si può dubitare e del Dottor Tal Dei Tali invece ci si fida?
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Ultimo inciso: quello che non capisco da parte di chi vede complotti dappertutto è questo. Ormai lo dicono anche i muri che le compagnie farmaceutiche non si arricchiscono producendo vaccini, tant’è che molte si sono sfilate da questo tipo di produzione. L’ambito in cui invece si arricchiscono è proprio quello dei medicinali per curare le malattie. Allora mi dico che se io fossi un’amante della teoria del complotto, delle due mi chiederei: a chi giova l’abbassarsi della copertura vaccinale, l’assenza dell’immunità di gregge, il ritorno di malattie dolorose, debilitanti e potenzialmente mortali?
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E se malattie che non si vedevano più da decenni tornassero a manifestarsi con forza, chi sarebbero i più esposti?
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A voi le risposte.
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*libro: “Il vaccino non è un’opinione” – Burioni
**intervista Cattaneo:  http://www.huffingtonpost.it/2017/04/21/nella-scienza-le-opinioni-valgono-zero-sia-benedetta-la-ricerc_a_22049141/

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Francobolli a uno sconosciuto

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“Is there any stamp museum?” mi chiede Z.  mentre appoggio la tazzina da cui ho appena finito di bere il caffè preparato da M., sua madre. Ci penso su e mi accorgo di non averne la benché minima idea.

Z. è un ragazzo siriano e questo aggettivo dovrebbe bastare a far capire perché si trovi in Italia invece di essere nella sua città natale a studiare i pochi esami universitari che gli mancano per terminare il suo corso di studi, o a giocare a scacchi coi suoi amici, o a insegnare chimica e fisica nella scuola in cui lavorava mentre studiava.

“Quando siamo partiti per il Libano” mi dice in inglese, la lingua che pur non essendo madre di nessuno dei due è il ponte che usiamo per far scivolare parole comprensibili  dall’uno all’altra “ho preso alcune cose da casa. Non ho pensato più di tanto ai vestiti, o alle scarpe: quelle sono cose che si comprano, non sono importanti. Ho preso dei libri , dei quaderni. Ho preso delle foto. Ma ho lasciato là la mia collezione di francobolli. Ne avevo moltissimi, li collezionava anche mio padre, ce n’erano alcuni vecchi di settant’anni”.

Collezionare francobolli è un’attività che non mi è mai interessata. Non provo nessun interesse per il collezionismo in generale, a dire il vero. Probabilmente per il mio spirito ancora tendenzialmente nomadico, dato che penso sia un’attività che ha a che fare con un’idea di stabilità: il collezionare necessita di posto proprio in cui riporre gli oggetti del caso, che si tratti di un mobile in cui poggiare un raccoglitore per i francobolli, o delle pareti per i quadri, delle librerie per i libri, delle mensole per le palle di vetro con acqua e neve.

In tutto l’orrore che la guerra può produrre, non so bene perché, in questi giorni è l’immagine di quel raccoglitore che occupa il maggior spazio nella mia mente, quando penso a quel conflitto. Vedo le mani di un padre (che non c’è più) e di un figlio che lavorano, forse in momenti diversi, forse insieme, per creare quella collezione. Immagino quelle mani che inseriscono lettere, cartoline arrivate da chissà dove e inviate  da chissà chi. Penso alle giornate quiete, normali, abituali in cui capitava di riuscire ad aggiungere un nuovo francobollo alla collezione, a quelle mani che andavano a prendere il raccoglitore dentro a un mobile o sopra una scansia, lo aprivano e aggiungevano l’ultimo arrivato.

Uno magari non sa perché colleziona un determinato oggetto, né che ne farà di ciò che sta collezionando, ma suppongo si immagini sia qualcosa che lascerà ai figli, ai nipoti, non tanto perché debbano avere necessariamente lo stesso interesse, ma più che altro come ricordo, magari un po’ eccentrico, di ciò che si è stati, di ciò che è piaciuto. Magari Z. immaginava di far sfogliare quell’album a suo figlio, a suo nipote, dicendo “Pensa, questi sono i francobolli che ha collezionato mio padre, hanno più di cent’anni!” e  l’informazione avrebbe nutrito l’ immaginazione di quel bambino, aiutandolo a creare un’ idea tutta sua del bisnonno.

Quel raccoglitore ora è sotto un cumulo di macerie. Chissà se se ne vede un angolo affiorare tra i calcinacci delle pareti crollate. Chissà se per quelle strade passa ancora qualcuno che potrebbe vederlo.

C’è un’idea che mi è venuta in mente. Ha a che fare con il provare a far ricominciare a Z. il suo collezionismo. Ha a che fare con un gesto bellissimo e ormai raro come quello di mandare lettere o cartoline. Ha a che fare con piccoli gesti di gentilezza che uniscono persone che non si conoscono.

Se siete interessati fatemi sapere.

A colei che mi ha fatta uscire dalla stanza

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Spesso, quando mi trovo a spiegare cosa siano le questioni di genere, mi capita di usare un’immagine: quella di una stanza con le pareti dipinte di azzurro.

Immaginate di essere nate e cresciute in una stanza con le pareti dipinte di azzurro. Crederete che quel colore sia la normalità, che tutto il mondo sia fatto di stanze con pareti azzurre. Fino a quando qualcuno entra, vi prende per mano e vi accompagna fuori. Allora non solo scoprite che l’azzurro non è l’unica scelta possibile per quelle pareti, ma anche che possono esserci altri modi di abitare o ripararsi, che le pareti possono essere fatte  di materiali diversi o addirittura potrebbero pure non essere necessarie.

Ieri è morta Anna Rossi Doria, colei che mi ha fatta uscire dalla stanza. Mi ha portata a vedere cosa ci fosse fuori, un’ora dopo l’altra, in quella che nel corso di laurea si chiamava “Storia delle donne in età contemporanea”, ma che lei ci disse essere una dicitura non corretta, perché non si stava facendo una storia delle donne, separata da quella degli uomini: piuttosto si sarebbe dovuta chiamare “Storia di genere”, perché era delle attribuzioni culturali dei ruoli che si stava parlando. Con l’auspicio che un giorno non fosse più necessario un corso “altro” e che si potesse chiamare finalmente “Storia” una disciplina in cui metà dell’umanità non fosse più assente.

E così, nel corso delle sue lezioni, si sgretolarono le verità assolute, come quella della generica bontà delle donne, smentita ad esempio dai focus sul ruolo attivo delle donne nel nazismo .

Ci si fece domande su concetti assodati, come quello della virilità. Cos’è la virilità? E soprattutto: perché è molto facile sentire frasi come “comportati da uomo! dimostra di essere un vero uomo!”, mentre ad una donna non si chiede mai di dimostrare di essere “vera” e si dà per scontato che lo sia? E perché la performance della virilità sembra passare dal rinnegare tutto ciò (comportamenti, inclinazioni) che è ritenuto femminile?

Si scoprì che quello delle donne durante la Resistenza non fu un “contributo”, come ce lo raccontarono a scuola in un trafiletto grigio a lato della storia importante – quella fatta dagli uomini ovviamente – ma che senza le donne non ci sarebbe stata nessuna resistenza. Ci si fermò a riflettere sulla scelta volontaria di chi, tenuta da sempre lontana dalla politica e non obbligata come gli uomini a scegliere tra leva obbligatoria e clandestinità, divenne partigiana. E ci si amareggiò nell’ascoltare che a liberazione avvenuta tutte queste storie furono occultate, a partire dalle sfilate nelle piazze liberate, sfilate in cui alle donne fu proibito di partecipare.

Ogni lezione una scoperta, una prospettiva nuova che ridimensionava quella stanza azzurra e che non solo mi ha dato la capacità di vedere che c’era un mondo altro già nel mondo in cui vivevo, ma ha fatto molto di più. L’azione di svelare qualcosa che fino a quel momento era nascosto ai nostri occhi può avere due effetti opposti:  essere un’esperienza illuminante o risolversi in un trauma. Dipende da come lo svelamento viene gestito, se vengono forniti strumenti adeguati alla comprensione o se dopo che il velo è stato sollevato si viene abbandonate a se stesse nella nuova complessità del mondo.

Per me si è trattato di una vera e propria illuminazione, perché nell’uscire da quella stanza ho portato con me due abilità: senso critico e capacità di analisi. Doni preziosi costruiti pazientemente spiegazione dopo spiegazione, pagina dopo pagina, libro dopo libro, che mi permettono oggi di vedere la vita da una prospettiva diversa e  allo stesso tempo di comprendere ciò che la nuova prospettiva di volta in volta mi svela . Non credo di essere in grado di pensare per me stessa a doni più belli.

Le tematiche di genere fanno paura perché ci dicono che quel che abbiamo sempre creduto essere naturale in realtà è solo abituale. Ci fanno paura perché gli stereotipi semplificano la complessità: quello è da maschio, quello è da femmina, se sei maschio fai così, se sei femmina fai colà. Le donne sono sempre state in casa a pensare ai bambini, gli uomini al lavoro e nella cosa pubblica. Questo è bene, quello è male, le stanze o sono azzurre o non sono.

Gli stereotipi che prendiamo per verità ci risparmiamo domande e ragionamenti, ci danno una stanza azzurra in cui chiuderci per ripararci dalla complessità del mondo, facendoci credere che quello sia il mondo. Ma per quanto timore abbiamo, per quanto vogliamo ostinarci a restare nella stanza, quella stanza non è il mondo: è solo una stanza.

E io sarò per sempre grata a colei che da lì mi ha fatta uscire.

 

 

Servi e capitani

L’altra sera, mentre cenavo fuori con mia madre e mia sorella, ecco arrivare al tavolo di fianco a noi un gruppo di genitori più bambini, che si dispone in questo modo: uomini tutti da una parte, donne tutte in mezzo e poi i bambini (“naturalmente” dalla parte opposta rispetto agli uomini, “naturalmente” vicini alle mamme). Chiassosi, tutti: grandi e piccoli. Bambini di cinque anni a cui appena seduti è stato dato in mano il tablet, con giochi a cui non si sono nemmeno presi la briga di togliere la suoneria. Ma come aspettarselo quando la stessa ala  (anagraficamente) adulta  non faceva altro che ascoltare canzoni e video rumorosissimi in vivavoce dai propri smartphone? Musiche e schiamazzi erano tali da non farmi sentire quello che dicevano le mie commensali.

Ieri nel corso di un progetto sulle scienziate che ho tenuto in una scuola media della provincia di Bologna, mentre i ragazzi e le ragazze lavoravano divisi in gruppi, la professoressa mi ha detto “Sono ragazzi brillanti, hanno un’ottima testa, peccato che non siano abituati ad usarla. Più del ragionamento usano l’intuizione, sono bravissimi e velocissimi nell’utilizzo dei programmi, sanno usarli sì, ma non sono in grado di riprodurli: dipendono interamente da qualcosa che altri hanno creato per loro. Saranno dei perfetti esecutori, dei servi perfetti”.

In Italia l’1% della popolazione detiene il 25% della ricchezza complessiva. Come disse Mujica quando lo sentii a Ferrara “Viviamo nell’epoca in cui le macchine e la tecnologia potrebbero rendere la vita più facile a tutti, ma quello che succede è che la ricchezza, come sempre, finisce nelle mani di chi possiede le chiavi di quella tecnologia: a vantaggio di pochi, a discapito di tutti gli altri”.

Ho visto “Captain Fantastic” la settimana scorsa, un film che mi ha emozionata dall’inizio alla fine. È la storia di una famiglia che alleva i suoi figli nel bosco, insegnando loro la meditazione e lo lo yoga, la storia, della letteratura, le lingue, l’anatomia, ma anche a coltivare e procacciare il cibo, insieme all’importanza della musica e delle arti espressive. Il tutto scandito da constante e a tratti duro allenamento fisico. È stato l’unico film che mi ha fatto venire voglia di fare figli (e chi passa ogni tanto di qui sa bene quanto sia difficile che succeda). I temi dell’educazione, delle scuole alternativa a quella statale, i ragionamenti sulla giustezza o meno della disciplina, sulla differenziazione tra autorità e autorevolezza per quel che riguarda l’insegnante, tra motivazione e obbligo per quel che riguarda lo studio mi hanno sempre coinvolta molto. Avendo familiari e amiche che lavorano nella scuola statale, avendo avuto a che fare per tanto tempo con ragazzini che avevano bisogno di un sostegno extrascolastico, vedendo da vicino l’esperienza di chi ha scelto percorsi di educazione alternativa e avendo parlato con diverse persone in vari ecovillaggi rispetto alle scelte più disparate (educazione paterna, familiare, libertaria, montessoriana, statale), ho potuto ritrovare nel film molte delle questioni su cui ho riflettuto in questi anni.

Ogni volta che vado nelle scuole a portare i miei progetti tocco con mano quanta voglia abbiano bambini e bambine, ragazzi e ragazzi di essere messi di fronte a domande che non si erano mai posti, che spesso permettono loro di trovare soluzioni (o iniziare a indagarle) su problemi che percepiscono ma a cui non sanno dare un nome, né una spiegazione. I momenti che amo di più sono quelli in cui colgo nei loro sguardi che piano piano stanno mettendo in fila le informazioni, la luce sta arrivando, la comprensione è vicina. Spesso nei questionari di gradimento scrivono “Grazie per avermi aperto la mente”.

Se mentre otto persone nel mondo detengono la stessa ricchezza del 50% della popolazione  noi stiamo qui a farci la guerra tra poveri, chiudere le frontiere e incolpare gli stranieri per il nostro impoverimento, questo dipende dalla totale assenza di cultura diffusa, dalla completa incapacità di  ragionare con la nostra testa. Viviamo in un mondo di sovra-informazione, in cui non sappiamo più distinguere una bufala da una notizia reale, crediamo che leggere i post su facebook significhi formarci e uscire dall’ignoranza, quando in realtà facebook permette all’ignoranza che abbiamo scelto di rimanere tale, selezionando cosa farci vedere a seconda di ciò che ci piace, il che significa che  se mettiamo un like ad un articolo che parla di una pietra che tenuta in camera cura il cancro, ci verrano fatti vedere altri articoli simili, generando in noi la convinzione che ciò che leggiamo sia vero e di essere nel giusto a pensarlo.

Solo la cultura può generare in noi il senso critico, la capacità di analisi necessaria a non essere solo esecutori, a saper mettere le mani nelle informazioni che riceviamo. E la cultura costa fatica. La lettura dei classici costa fatica, rifare un’equazione che non siamo riusciti a sviluppare al primo colpo costa fatica, il solfeggio costa fatica. Indagare e mettere alla prova i propri pensieri, scrivere e cancellare se il discorso non fila, correggere gli errori quando ci sono, tutto costa fatica.

Questo mi è piaciuto del film: la grande importanza che viene attribuita alla conoscenza, allo studio, alla formazione. Il messaggio è chiaro: per creare un’alternativa bisogna conoscere l’esistente. Solo così si potrà essere liberi: liberi da chi ci darà una lettura della società preconfezionata utile solo al proprio tornaconto, liberi da chi chiederà il nostro voto promettendoci l’impossibile. Liberi anche da chi si proporrà a noi come il cambiamento che cerchiamo, quando invece non potrà cambiare nulla, se non in peggio.

E in un mondo in cui ci dicono che con la cultura non si mangia, che per trovare lavoro bisogna fare i programmatori o studiare economia, che una laurea in filosofia non serve a nulla, un film così andrebbe assunto prima e dopo i pasti.

“I nostri figli potrebbero diventare re filosofi e questo mi rende felice”.

 “Captain Fantastic”

Scoprendo Pia Pera

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Una donna scoperta troppo tardi. Tra le sue tante qualità, l’utilizzo di un’ironia sottile capace di lasciare che le contraddizioni emergano da sé, come olio che affiora sull’acqua.

Al mattino si alza prestissimo e lascia ordini sul tavolo di cucina.
Li scrive sul rovescio della brutta copia dei suoi scritti di giurista: ha sempre detestato lo spreco della carta e va considerato un pioniere del riciclaggio ecologico. Uno di questi rovesci era lo stralcio di un suo articolo «Sulla questione femminile»: «Sarebbe preferibile, sul piano dell’autenticità, che le donne, ormai del tutto giuridicamente emancipate, conquistassero per forza loro propria sempre più avanzate posizioni di rilievo nella società civile e in quella politica. L’ascesa per forze solo proprie è gratificante; quella parzialmente indotta per disposto di legge lo è assai meno». Questo invece l’ordine indirizzato, nella sua eccentrica calligrafia tutta spigoli, alla moglie (mia madre): «Per favore. 1) prendere i giornali stamani. 2) Comprami un pigiama – Che i calzoni siano aperti davanti per pisciare tranquillamente. 3) Il quadro Luiso potrebbe essere messo giù in sala sopra la porta falsa dove un tempo erano i liquori. Cerca di farlo mettere oggi». 

Pia Pera, da “San Michele e il drago“.

Pepe Mujica e il mio hard disk

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“Conosci te stesso”

Quanto può durare un paio di pantaloni? E una borsa? E una macchina? E per quale ragione smettiamo di usare cose ancora integre e funzionali per comprarne altre praticamente identiche?

Intorno a queste domande ruota il pensiero politico di sobrietà di Pepe Mujica, ex Presidente dell’Uruguay, che durante il suo mandato ha rinunciato al 90% del suo compenso e ha preferito vivere nella sua fattoria piuttosto che negli appartamenti presidenziali.

“Io consumo il necessario ma non accetto lo spreco. Perché quando compro qualcosa non la compro con i soldi, ma con il tempo della mia vita che è servito per guadagnarli. E il tempo della vita è un bene nei confronti del quale bisogna essere avari. Bisogna conservarlo per le cose che ci piacciono e ci motivano. Questo tempo per se stessi io lo chiamo libertà. E se vuoi essere libero devi essere sobrio nei consumi. L’alternativa è farti schiavizzare dal lavoro per permetterti consumi cospicui che però ti tolgono il tempo per vivere… Lo spreco è [invece] funzionale all’accumulazione capitalista [che implica] che si compri di continuo [magari indebitandosi] sino alla morte.  »

fonte Wikipedia

Le sue parole sono arrivate chiare in una delle conferenze organizzate in Italia per la presentazione dell’ultimo libro a lui dedicato “Una pecora nera al potere”. Era mercoledì 9 novembre, il giorno in cui ci si è svegliati con la notizia dell’elezione di Trump. Non poteva esserci balsamo migliore della voce di quest’uomo ottantenne per riuscire a mutare una giornata iniziata decisamente male.

“Dobbiamo sapere chi siamo, cosa c’è dentro al nostro hard disk”.

Questa affermazione dell’ex Presidente uruguaiano mi è rimasta nel cuore. Sono giorni in cui il bisogno di autenticità si fa sempre più urgente, dopo essermi trovata diverse volte a dover occultare parti di me in funzione di una molteplicità di compromessi. E mentre li fronteggiavo, mi chiedevo in continuazione quale fosse il livello di compromesso accettabile e, improvvisamente, ieri l’ho capito.

Stavo sistemando il CV per inviarlo ad una posizione in ambito comunicativo che mi interessava. In quel CV avevo inserito in precedenza anche il link a questo blog poiché richiesto da un’altra posizione nello stesso ambito per cui l’avevo preparato. Per un attimo mi sono domandata se sarebbe stato meglio toglierlo, se avrebbe potuto svantaggiarmi in qualche modo un link ad un blog in cui le mio essere progressista, femminista e antirazzista è espresso in maniera inequivocabile.

Ho deciso di no.

Non voglio fingere di essere una persona che non sono, nemmeno quando la finzione passa per la semplice omissione di informazioni. Le idee qui espresse sono parti fondanti della mia persona e anche se io togliessi i riferimenti dal mio CV, la sostanza non cambierebbe: verrebbero fuori da me in ogni momento. Sì, per qualcuno potrebbero rappresentare un problema, una ragione per non scegliermi. Ne sono consapevole e sono disposta a correre il rischio. Anche perché diversamente cosa ne otterrei? La possibilità di avere un ingresso economico pagata quotidianamente con il dover essere “meno” di quello che sono: non è un compromesso accettabile. Perché  un ambiente di lavoro in cui il mio essere femminista e antirazzista dovesse essere considerato un problema non è l’ambiente in cui voglio lavorare.

Durante quell’incontro su felicità e futuro, Mujica parlò di economia, etica e scelte.

“Uno può decidere se lavorare per quarant’anni per una multinazionale, oppure fare scelte diverse”.

Se non a tutti, a molti nel sentire questa frase sarà balenato il pensiero “Fare scelte diverse in un mercato del lavoro come il nostro? In cui i livelli di disoccupazione sono altissimi? In cui la difficoltà a trovare un posto fa si che ci si tenga stretti qualunque cosa e si accetti qualsiasi livello di compromesso?”.

Ma di certo questo pensiero, se c’è stato, sarà davvero durato il tempo di formularlo,  perché a parlare di scelte c’era un uomo che ha pagato la fedeltà alle proprie idee con dodici anni di prigione in isolamento, in condizioni talmente dure da cibarsi di mosche intrappolate nelle ragnatele, sotto la costante minaccia di fucilazione (e nota bene: della durezza della sua vita in prigione non ne parla mai). Un uomo che quelle idee le ha portate con sé nel suo mandato presidenziale, mostrando al mondo che si può fare politica in maniera diversa da cui siamo abituati, opponendo alla fede nella crescita continua la filosofia della sobrietà. Idee che riempiono saloni e aule magne di persone disposte a stare in piedi ore per ascoltarle.

Tutte le volte che io e la mia visione del mondo non abbiamo camminato insieme, le volte in cui le ho lascito la mano, ho sbagliato. Così come so di non poter andare da nessuna parte senza conoscere me stessa, allo stesso modo sono consapevole che non arriverò nei posti giusti se mi abbandonerò per strada ora per un motivo, ora per un altro, che sia un colloquio, o il semplice (e diabolico) “quieto vivere”.

Non c’è una formula magica, una ricetta che assicura la buona riuscita di sogni, progetti e ideali. Sta tutto il quel nostro hard disk: conosci te stesso.

E agisci di conseguenza.

 

Grazie, signora del caffè

Signora che lavori in ospedale e che stamattina sei uscita per portare un caffè al ragazzo che chiedeva l’elemosina in ginocchio davanti all’ingresso. Signora che, una volta rientrata, sei andata di nuovo verso le macchinette a prendere un altro caffè (per te questa volta) e che per ciò che avevi appena fatto sei stata apostrofata con biasimo dalla vecchina seduta sulle sedie lì a fianco. Volevo dirti grazie. Per il gesto, per la risposta che le hai dato, pacata e definitiva. Per avermi risollevato la giornata. Per rendere il mondo un posto migliore.

Qualcosa di molto importante

 Mio zio Alex Vonnegut, un assicuratore che abitava al 5033 di North Pennsylvania Street, mi ha insegnato qualcosa di molto importante. Diceva che quando le cose stanno andando a gonfie vele bisogna rendersene conto. Parlava di occasioni molto semplici, non di grandi trionfi. Bere un bicchiere di limonata all’ombra di un albero, magari, o sentire il profumo di una panetteria, o andare a pesca, o sentire la musica che esce da una sala concerti standosene fuori al buio, oppure, oserei dire, l’attimo dopo un bacio. Mi diceva che era importante, in quei momenti, dire ad alta voce: “Cosa c’è di più bello di questo?”

Zio Alex, che è sepolto a Crown Hill insieme a James Whitcomb Riley, mia sorella e i miei genitori, i miei nonni, i miei bisnonni e John Dillinger, pensava che fosse uno spreco terribile essere felici e non rendersene conto.

E io la penso come lui.

Kurt  Vonnegut, “Quando siete felici fateci caso”