Bella bella

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Ti guardo e ti vedo bella in questa foto. Mi hai appena fatto sapere che vuoi iniziare una nuova dieta da un’alimentarista che ti hanno detto essere ec-ce-zio-na-le. E io lo capisco il tuo desiderio di dimagrire, ne sono schiava anch’io. Ne siamo schiave tutte. Ho letto da qualche parte che più o meno tutte le donne del mondo occidentale non sono soddisfatte del proprio peso e perderebbero volentieri in media cinque kg.

Però io in questa foto ti vedo davvero bella. E così penso che sia proprio un peccato non riuscire ad accettarci per come siamo. È ovvio che la tua non è la bellezza di chi ha fianchi stretti e lunghe gambe affusolate, ma santoddio perché la bellezza deve essere solo quella? Forse, al posto degli interventi di chirurgia estetica a seni, labbra, rughe, cosce, glutei, dovremmo farci tutte un bell’intervento agli occhi. Invece di cambiare naso, cambiare sguardo.

La cosa peggiore è che ci struggiamo e odiamo per quelle volte in cui non siamo capaci di resistere ai peccati di gola, con frasi giustificative davanti agli altri e a noi stesse: “ho il ciclo”, “sono stressata per gli esami”, ” sai, mi sfogo così perché, guarda, questa settimana è stata davvero pesante”. Come se non privarsi di un cibo che piace (o non privarsi di cibo in generale) o non fare l’attività fisica “necessaria a smaltire tutti quei peccati” dovesse per forza portare con sé una giustificazione.

A me piaci proprio così, che ami le cioccolate e che quando ottieni un successo ti premi con quelle belle fette di torta da cartone animato.  O ti ci àncori in caso di dispiacere. E scusami per tutte le volte in cui posso averti fatto sentire in colpa, con uno sguardo o un commento infelice, ma anch’io sono intossicata dalle narrazioni tossiche che assorbo inconsapevolmente e che, inconsapevolmente, diventano anche mie e spando su di te, su di me, sulle altre.

Ma vedi, te lo dico per esperienza, arriverà un giorno in cui anche tu guarderai la stessa foto che sto guardando io e ti meraviglierai perché ti vedrai bella e ti chiederai perché cavolo non te sei goduta di più la vita, invece di sprecare il tuo tempo cercando di non affogare nelle paranoie.

Il fatto è che questa disintossicazione è un processo lungo e faticoso. E la lotta è impari. Però ci sono momenti in cui lo sguardo si ripulisce dalle scorie e in qualche modo si amplia e quei momenti è un peccato lasciarseli sfuggire. Per questo te lo dico: sei bella bella.

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Argento, Bennett: il problema dei volti noti e della vittima perfetta

Ai microfoni di Radio città Fujiko ci hanno chiesto un parere sulla vicenda Argento – Bennett. Questo è il nostro punto di vista.

La notizia delle accuse di violenza sessuale che ll’attore Jimmy Bennett ha rivolto nei confronti di Asia Argento ci scuote tantissimo. Data l’importanza del volto e della persona di Asia Argento nella campagna #MeToo che ha dato visibilità a centinaia di migliaia di donne che in tutto il mondo hanno parlato delle violenze subite, era prevedibile immaginare cosa questa notizia avrebbe significato nei confronti della campagna stessa. Non siamo noi deputate a decretare dove sia la verità, possiamo però dare il nostro contributo offrendo una lettura in chiave di genere di quello a cui stiamo assistendo.

Ai tempi in cui Asia Argento denunciò la violenza sessuale subita furono poche le testate che le credettero: la maggior parte si domandò perché avesse aspettato così tanto a denunciare, molti l’accusarono di voler ricavare dei soldi da questa situazione e puntarono il dito contro la sua condotta. La prima cosa da notare è che tutti questi dubbi nei riguardi di Bennett non ci sono stati, non ci si è chiesti perché la richiesta di risarcimento sia arrivata dopo tanto tempo, proprio nel momento in cui lei aveva denunciato le molestie subite: quel che è certo è che Bennett non sta subendo la stessa gogna mediatica. Ha subito però un altro tipo di gogna sessista, quella di chi dice che non si è mai visto un uomo violentato da una donna. Le violenze possono succedere anche agli uomini: anche grazie al #MeToo abbiamo visto e capito che la violenza ha a che fare con dinamiche di potere e dunque dove queste dinamiche esistono una violenza è possibile. Vorremmo però spostare un momento l’attenzione da Asia Argento all’ultima vittima di femminicidio: Manuela Bailo. Siamo venute a conoscenza di questa notizia in un bar e mentre la radio commentava l’uccisione della donna da parte dell’ex amante, la barista ha esordito dicendo che, se aveva avuto un amante, quella che sembrava tanto santarellina così santa non era. Ci sembra quindi importante riflettere sul bisogno che abbiamo di trovarci di fronte ad una “vittima perfetta”, per poterle accordare la nostra fiducia, per credere alle sue parole e questa è la base del grande problema di tutta la fatica che le donne fanno a denunciare. Asia Argento una vittima perfetta non lo è mai stata, nemmeno quando le accuse nei suoi confronti non c’erano.

Il problema del discredito che questa vicenda sembra gettare sul movimento #MeToo è da ricercare alla base: Argento è diventata un’icona del movimento in maniera quasi improvvisa, non ha fatto un percorso nei movimenti femministi con una certa consapevolezza. Chi si occupa di femminismo denuncia da anni, decenni questa dimensione di sopruso, la domanda vera è: perché per credere alle donne o per portare luce su questo fenomeno abbiamo sempre bisogno di volti noti? Questa è un’arma a doppio taglio perché porta sì luce, ma allo stesso tempo può toglierla, in particolar modo quando quei volti noti appartengono a persone non hanno fatto certi tipi di percorsi che altre hanno fatto.

Dire che metta in discussione il valore del #MeToo però ci sembra un’esagerazione eccessiva, perché quella è stata una campagna dirompente e tutti se ne sono resi conto: c’è stato un momento in cui chiunque avesse amiche su facebook ha visto apparire tantissimi post con l’hashtag #MeToo in cui venivano raccontate le molestie subite. Ma soprattutto ci sono state tante donne che nonostante il clamore e l’attenzione sulla questione ci hanno tenuto a dire che di certo non avrebbero condiviso ciò che avevano subito, poiché si tratta di una dimensione dolorosa e privata che è difficile rendere pubblica. Questo dovrebbe farci capire quanto difficile e complicato sia denunciare una violenza e questa continua colpevolizzazione della vittima, qualsiasi cosa abbia fatto, che si sia mesa una minigonna, che abbia bevuto, che abbia dato confidenza a qualcuno, che abbia avuto l’ardire di viaggiare da sola o di dire di no a qualcuno fa sì che la vittima non sia mai perfetta, che diventi in qualche modo colpevole, come se fosse andata a cercarsi ciò che alla fine le è successo.

Dunque la questione di Asia Argento certamente fa discutere molto e continuerà a farlo nei prossimi giorni, ma non crediamo che a causa di ciò la potenza di questa campagna possa essere messa in discussione.

Perfetta mai nessuna

paint-2174687_960_720Più triste dell’ennesimo femminicidio c’è solo la barista del tuo paese che sorridendo mentre danno la notizia commenta “Tutti a dire che era una brava ragazza, una santa, e invece eccola lì: aveva l’amante!”.
Non fa notizia che un uomo abbia ammazzato una donna che probabilmente aveva detto di amare. Fa notizia che avesse un amante, come se questo semplice fatto fosse una goccia di inchiostro nero su quella purezza ideale che si pretende da noi per essere rispettate, credute, difese. Gonne corte, uscire la sera, viaggiare da sole, avere un amante, una vita sessuale, bere alcolici, dare confidenza a qualcuno, dire no se avevamo fatto intendere sì: tutte macchie che ci sporcano agli occhi degli altri. Ne basta una sola per insinuare che forse, in fondo in fondo, un po’ di colpa l’abbiamo anche noi. Quando basterebbe dire che l’amore non uccide e che NO E’ NO per tutte, nessuna esclusa. Non solo per chi agli occhi di qualcuno ha il curriculum giusto per essere la vittima perfetta. Ché poi, a ben vedere, ai loro occhi perfetta pare essere mai nessuna.

Cucine popolari: il mondo come dovrebbe essere

20180814_160309.jpg“Carissima, il 14 agosto festeggerò il mio compleanno con un pranzo alle Cucine Popolari, mangeremo tutti insieme: i miei invitati e i volontari. Non c’è bisogno di regali, io penserò al dolce e allo spumante, voi, se lo vorrete, potrete lasciare un’offerta a sostegno di questo bel progetto”.

E così sulla scia di un moderno invito whatsapp mi ritrovo in questa giornata di agosto in una delle sedi delle Cucine Popolari, un’idea che nasce da un pensiero semplice: dare da mangiare a chi è in situazione di difficoltà. Ori, la festeggiata nonché ideatrice di questo pranzo, ha un’innata capacità di tessere relazioni: sa far legare persone sconosciute con nodi stretti e sa far innamorare quelle persone degli stessi progetti di cui si è innamorata lei.
Mentre aspettiamo davanti all’ingresso che arrivino gli altri invitati, un ragazzo che ha appena finito il pasto esce, ci saluta e mentre fa per andarsene dice “Roberto god bless you”. Roberto è Roberto Morgantini, un uomo dagli occhi chiari e un sorriso accogliente, non solo uno degli invitati, bensì colui che per primo ha creduto nella forza dei pensieri semplici. E ci ha creduto tanto da decidere di sposarsi, a quasi settant’anni, chiedendo agli invitati un’offerta per la realizzazione delle cucine come regalo di nozze.
Si mangia e si chiacchiera e verso la fine del secondo, Roberto ci racconta delle Cucine Popolari con parole semplici e forti, come semplice e forte è questo progetto. Ci tiene a dire che tutte le persone che lavorano lì sono volontarie: nessuno percepisce uno stipendio e i fondi che utilizzano provengono da donazioni non istituzionali. L’integrazione, il prendersi cura dell’altro sono risposte semplici e alla portata di tutti, ma proprio tutti: anche dei bambini. Sì, perché tra i vari progetti che portano avanti ne hanno in campo uno con le scuole del quartiere in cui bambini e bambine di quarta e quinta elementare vengono in visita alle Cucine, aiutano a servire ai tavoli e chi non serve parla con le persone che si recano lì per il pranzo. Mi viene in mente una carissima amica, di sensibilità e delicatezza rare, che mi ha confidato di aver sempre avuto un’ancestrale paura dei “barboni”, della gente che vive per strada, che per strada dorme. Che bello sarebbe stato se la bambina che era avesse potuto godere della ricchezza di un progetto del genere! E com’è semplice in fondo, quasi banale, la soluzione alla paura dell’altro! La ricetta è sempre la stessa, fatta dagli stessi ingredienti: la conoscenza, la condivisione, che si tratti di una parola o di un pasto.
“Adesso vorrei dire qualcosa anch’io” esordisce Ori “Oggi sono davvero felice e “felice” è un aggettivo che sono solita usare con parsimonia. In questo posto io mi sento a casa, si sentono a casa tutte le parti di me, anche quelle che può capitare a volte che in una persona si scontrino: cervello, cuore, mente, pancia. Io non vengo qui a fare del bene, io vengo qui perché sto bene. Semplicemente perché quello che succede qui corrisponde alla mia personale visione di come dovrebbe essere il mondo”.
Semplice e forte. Grazie Ori. E auguri

“In tanti fraintendono il significato di “potere della gente”. Prima di tutto “la gente” non è unita di per sé, e la frase non si riferisce a un potere fisico. Non si intende il potere di resistere ai proiettili o agli attacchi dei droni. Quel tipo di “potere della gente” può essere abbattuto facilmente. Il vero potere della gente è il potere della memoria e della resistenza. Il potere di dedicarsi l’uno all’altro, il potere della responsabilità”.
(dall’articolo di Laurie Penny
“Prendersi cura degli altri è la rivoluzione secondo Naomi Klein”)

Simili

Scorrendo la bacheca di fb vedo amiche che condividono link in cui si parla dell’ennesima tragedia in mare, in cui le immagini dei corpi senza vita di tre bimbi colpiscono come un pugno allo stomaco. E le ritrovo un po’ tutte ad armarsi di santa pazienza nel rispondere a loro amici (o pseudo tali) che commentano con risposte del tenore “beh però chi gliel’ha detto di mettersi su una bagnarola per venire qua?”. È disarmante contarli quei commenti, contare quelle persone, rendersi conto di quanto le fake news e l’ignoranza alimentino la supponenza di credere di poter risolvere in maniera semplice problemi complessi. È disarmante vedere come la strategia di dare addosso agli ultimi per fidelizzare i penultimi stia risultando vincente oltre misura. A volte è estenuante rispondere a chi commenta senza aver letto, giudica senza sapere, spara sentenze senza avere la minima conoscenza del problema. Però va fatto. Perché è vero che a volte anche io ho l’impressione che non serva a nulla e che con certe persone sia inutile parlare. Ma se ci rassegnamo al fatto che parlare e confrontarsi sia ormai inutile, se lasciamo che la gente si senta libera negli spazi virtuali e reali di esprimere pensieri razzisti, fascisti (e sessisti e omofobi) senza che ci sia mai un fermo, perché ci pare che non serva, allora la vittoria dell’ intolleranza, della violenza e dell’ignoranza sarà totale. E non porterà a scenari auspicabili. Quindi care amiche e cari amici (di fb, di blog e reali), sappiate che ogni volta che leggo e sento che quella forza la trovate, di rimando mi sento più forte anch’io in questa lotta. E spero possa essere così anche per voi. Forse non sarà servito a instillare un dubbio nel vostro interlocutore, ma ogni volta ci permette di riconoscersi fra simili. E di questi tempi io ne sento un gran bisogno.

Posso farvi una domanda (sui soldi per i richiedenti asilo)?

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C’è una domanda che mi preme fare a chi ha fortemente voluto questo governo del cambiamento, a chi in questi giorni è contento.

Tutti lo sanno, la questione migranti e richiedenti asilo è stata dirimente nel risultato elettorale. E qui arriva la mia domanda. Anzi, prima della domanda, un paio di cose che vorrei dire.

Avete presente i famosi 35 euro? Ormai tutti e tutte ci siamo sperticati per dirvi che no, nessun richiedente o rifugiato che sia prende 35 euro al giorno, ne prende 2 o al massimo qualche altro spiccio in più se non sta in una struttura che  somministra i pasti, di modo che abbia i soldi per comprare il cibo. Detto questo, ma voi l’avete capito come vengono usati i restanti 30-28 euro? E questa è la domanda. E se non l’avete capito ecco svelato il mistero.

Parte di quei 30 – 28 euro vengono usati per pagare l’affitto dei locali che servono a dare un tetto sopra la testa a chi è inserito in questi progetti di accoglienza. E sapete che succede? Che trovare una casa in affitto per loro è difficilissimo, la gente non si fida, nonostante sia un progetto ministeriale e tutto debba essere rendicontato al centesimo: la gente non si fida. Quando chiami le agenzie per gli affitti all’improvviso degli appartamenti che tu sai essere appartamenti diventano “locali uso foresteria”… uso foresteria? In un paese di poche migliaia di abitanti? In un appartamento con cucina a vista e camino? E così cosa succede? Che tanta (ma tanta) italianissima gente ci lucra. Dico tanta perché non è tutta, ci sono (e per fortuna) ancora persone oneste. Ma ce ne sono tante (ripeto: italianissime) che ti propongono vere e proprie stamberghe ad affitti esorbitanti. E quando dico stamberghe intendo posti in cui il tecnico del gas che viene a dare un occhio per fare il collaudo ti dice “io, qui, non ci vivrei”. Intendo posti con odori talmente nauseabondi da farti venire la nausea appena entrata. La famosa pacchia, insomma.

Poi ci sono le italianissime bollette e un’altra parte viene spesa per oggetti di uso quotidiano: questo, soprattutto nei piccoli paesi, non fa altro che rimpolpare le casse dei negozianti (anche questi italianissimi) ovvero ferramenta, negozio di utensili, negozi di elettrodomestici.

C’è anche una parte che viene spesa per medicine (comprate nelle italianissime farmacie) e per esami e visite mediche (negli italianissimi ospedali, con pagamento del  ticket).

Infine c’è lo stipendio di chi lavora nell’accoglienza: in un’Italia senza lavoro, con altissimi livelli di disoccupazione, con giovani e laureati che faticano a trovare un posto, davvero vi pare poca cosa il lavoro creato grazie all’accoglienza? La risposta è sì? Allora mi spiegate perché creare posti di lavoro con grandi opere pubbliche spesso inutili o mai completate va bene, mentre crearli in un sistema che ha come obiettivo la gestione e l’integrazione di persone che scappano da guerre, faide, rischio di vita o povertà estrema vi incendia così tanto gli animi?

E un’ultima cosa: quei pochi euro giornalieri che vengono dati direttamente a queste persone (per un periodo di tempo limitato, ricordiamolo) dove credete che vengano spesi? Se acquistano cibo lo acquistano in negozi che pagano le tasse in Italia, se acquistano altro (“santo cielo hanno lo smartphone!!!”) idem.

Insomma praticamente tutti i i soldi spesi per loro non fanno altro che far girar la nostra economia.

Quindi vi rifaccio la domanda: avete capito come vengono spesi quei soldi? Nelle tasche di chi vanno? E se sì, cosa vi indigna tanto?

Spiegatemelo, grazie. Perché io faccio davvero fatica a comprendervi.

Merce rara

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Per tutta la giornata ho avuto un sentimento particolare, la sensazione di quando pensi che dovresti stare male e invece così male non stai, anzi. Più o meno quel che succede quando finisci una di quelle relazioni logoranti e logorate, in cui uno dei due ad un certo punto ha pietà almeno per quel che si è stati e decide di dare il colpo di grazia: tu pensi di avere il cuore a pezzi (dovresti averlo, ci si aspetta che tu lo abbia, te lo aspetti anche tu) e in effetti  c’è un sentimento di malessere di fondo, ma tutto sommato non puoi nasconderti che in realtà, a guardarci bene, in mezzo a quel dolore qualcosa di positivo c’è, una sorta di energia diversa, la possibilità di respirare più apertamente.

Io è così che mi sento oggi, come se fossero state messe giù le carte di un gioco che si intuiva da tempo, in molti luoghi:  in fila dal dottore coi commenti contro l’immigrato di turno nemmeno a bassa voce, in autofficina col meccanico che dice che lui scaverebbe una fossa e glieli metterebbe dentro tutti, nel rifiuto da parte di un’assessora alle pari opportunità di pagare le donne che hanno lavorato ad un progetto sul lavoro femminile, nell’odio dilagante sulla rete, nelle amministrazioni “di sinistra” che non difendono i progetti sull’educazione di genere, nei genitori sempre più bravi dei maestri, nei pazienti più esperti dei dottori, in quelli che “sì ma non c’è lavoro nemmeno per noi, se non stiamo bene noi che vadano da un’altra parte” senza avere la minima idea di quanto possa variare il significato che si può attribuire al quel “non stare bene” a seconda del passaporto che possiedi.

Insomma, non è che sono troppo sensibile io, o che li incontravo tutti io. È proprio che due persone su tre votano destra o M5S. È proprio che siamo in pochi a considerare la solidarietà come un valore importante (e certamente anche difficile e faticosa da praticare, nessuno dice di no) e a riconoscere che se è a intermittenza   – sono solidale solo finché non ho problemi di sorta – non è solidarietà.

A due persone su tre non importa nulla dell’altro (migrante, donna, omosessuale, diverso per qualsiasi ragione), bada al suo orticello, il mondo finisce con la sua siepe e si sente parte di qualcosa solo se c’è qualcuno cui essere contro. Quella che prima era una sensazione ora è una certezza. E ora, armata di questa certezza, è come se camminassi nel mondo ridestata da una specie di dormiveglia, di sonno quasi anestetizzato. Da oggi  invece di meravigliarmi del silenzio dei molti, sarò invece felice e grata quando mi capiterà di riconoscerci tra simili, quando per una volta non sarò io quella che risponde all’ennesimo commento razzista, quando per una volta non sarò io a mettere a tacere la battuta sessista, ma un’altra persona.

Se vi capiterà di trovarla una persona così (sull’autobus, dal dottore, dal fruttivendolo) invitatela a bere un caffè, fate la sua conoscenza, fatevi riconoscere: è vostra alleata in questa Italia in cui abbiamo capito di essere dalla parte sbagliata. E i numeri parlano proprio chiaro: quella persona è merce rara.

Genere e Dio

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Sentire le parole della teologa cattolica Selene Zorzi che raccontano di Dio anche tramite le sue “viscere di misericordia”, che altro non sono che un utero, è stata per noi un’esperienza potente.

Se volete ascoltare una voce interna alla Chiesa che parla di genere con contezza e svela un Dio che nulla parrebbe avere in comune con l’interpretazione patriarcale che ne è stata data, la puntata è qui.

Buon ascolto!

 

 

Cambiare le narrazioni intorno a gravidanza e maternità

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Ascoltando da tempo le problematiche di diverse donne relative al desiderio di avere un bambino e alla difficoltà di riuscirci ci sono due questioni che mi paiono ricorrenti, e che vanno ad aggiungersi alla sofferenza di questo percorso ad ostacoli: si tratta della solitudine e il “senso di colpa”, o meglio, la  sensazione di essere difettose, avere qualcosa che non funziona, essere in qualche modo responsabili della mancata gravidanza o di una gravidanza non portata a termine o portata a termine in maniera molto diversa da quello che ci si era immaginate. Queste sensazioni vanno ad appesantire una situazione già di per sé complicata e difficile, caricandola di ulteriore giudizio su die senso di solitudine.
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Quello che penso è che ciò dipenda dal fatto che cè una narrazione legata al tema della gravidanza e della maternità piuttosto falsa: ci raccontano che non cè nulla di più naturale per una donna che restare incinta e fare figli, così naturale da dare per scontato spesso che sia imprescindibile per la propria realizzazione personale, ma non solo: tutte quelle che non ci riescono vedendo introno a sé pancioni e famiglie piene di figli pensano spesso che le uniche a non “essere in grado” siano loro.
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Difficilmente però sappiamo il vissuto che cè stato dietro a quelle pance che vediamo, dietro ai figli delle altre: molto spesso anche lì cè stata sofferenza, tentativi, dolori solitari, solitudine, dimensioni che non trovano spazio per la narrazione. Si narra solo ciò che va bene, contribuendo a costruire un’idea di fecondazione, gravidanza e maternità edulcorata e non aderente alla realtà.
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Una narrazione diversa su questo tema delicato potrebbe aiutare a sentirsi meno sole, meno strane, meno sbagliate. L’idea è raccogliere in un libro storie di donne che hanno vissuto o stanno vivendo questo percorso sofferto, per raccontare e condividere e portare in luce l’altro lato della medaglia che è sempre in ombra e che invece dovrebbe emergere essere raccontato se vogliamo dare (e avere)  una visione completa di cosa si parla quando si parla di gravidanza e maternità
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Cosa pensate di questo progetto? Credete potrebbe essere utile? E se sì, vorreste partecipare condividendo un’esperienza ( che potrà essere poi narrata in forma anonima) o facendo arrivare l’idea di questo progetto a conoscenza di qualcuna che conoscete?
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Il filo rosso del tutto è la parola “delicatezza”, a partire dalla raccolta delle esperienze. Mi è molto chiara la difficoltà di rendere pubblico, seppur in forma anonima, questo vissuto. E il fatto di essere così restie a parlarne credo sia indice di quanto bisogno ci sarebbe di parlarne con le parole giuste.
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Delicatezza significa anche la possibilità di avvicinarsi reciprocamente a piccoli passi, prendendosi tutto il tempo di scoprire se questo progetto fa al caso vostro. E significa anche poterci ripensare, se non ci si sente a proprio agio, se dopo qualche chiacchierata conoscitiva si pensa che non sia il momento.
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Questa l’idea. Per tutte le ulteriori informazioni potete scrivere a mmemmeemmemm@gmail.com.
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Grazie a tutte.

All’improvviso

Camminare sovrappensiero per una strada della città e all’improvviso trovarsi davanti un banchetto di Forza Nuova circondato da forze dell’ordine e camionette.

Mi è successo quello che è successo all’ Italia: tutti a pensare ad altro e all’improvviso ecco i fascisti.