Cambiare le narrazioni intorno a gravidanza e maternità

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Ascoltando da tempo le problematiche di diverse donne relative al desiderio di avere un bambino e alla difficoltà di riuscirci ci sono due questioni che mi paiono ricorrenti, e che vanno ad aggiungersi alla sofferenza di questo percorso ad ostacoli: si tratta della solitudine e il “senso di colpa”, o meglio, la  sensazione di essere difettose, avere qualcosa che non funziona, essere in qualche modo responsabili della mancata gravidanza o di una gravidanza non portata a termine o portata a termine in maniera molto diversa da quello che ci si era immaginate. Queste sensazioni vanno ad appesantire una situazione già di per sé complicata e difficile, caricandola di ulteriore giudizio su die senso di solitudine.
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Quello che penso è che ciò dipenda dal fatto che cè una narrazione legata al tema della gravidanza e della maternità piuttosto falsa: ci raccontano che non cè nulla di più naturale per una donna che restare incinta e fare figli, così naturale da dare per scontato spesso che sia imprescindibile per la propria realizzazione personale, ma non solo: tutte quelle che non ci riescono vedendo introno a sé pancioni e famiglie piene di figli pensano spesso che le uniche a non “essere in grado” siano loro.
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Difficilmente però sappiamo il vissuto che cè stato dietro a quelle pance che vediamo, dietro ai figli delle altre: molto spesso anche lì cè stata sofferenza, tentativi, dolori solitari, solitudine, dimensioni che non trovano spazio per la narrazione. Si narra solo ciò che va bene, contribuendo a costruire un’idea di fecondazione, gravidanza e maternità edulcorata e non aderente alla realtà.
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Una narrazione diversa su questo tema delicato potrebbe aiutare a sentirsi meno sole, meno strane, meno sbagliate. L’idea è raccogliere in un libro storie di donne che hanno vissuto o stanno vivendo questo percorso sofferto, per raccontare e condividere e portare in luce l’altro lato della medaglia che è sempre in ombra e che invece dovrebbe emergere essere raccontato se vogliamo dare (e avere)  una visione completa di cosa si parla quando si parla di gravidanza e maternità
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Cosa pensate di questo progetto? Credete potrebbe essere utile? E se sì, vorreste partecipare condividendo un’esperienza ( che potrà essere poi narrata in forma anonima) o facendo arrivare l’idea di questo progetto a conoscenza di qualcuna che conoscete?
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Il filo rosso del tutto è la parola “delicatezza”, a partire dalla raccolta delle esperienze. Mi è molto chiara la difficoltà di rendere pubblico, seppur in forma anonima, questo vissuto. E il fatto di essere così restie a parlarne credo sia indice di quanto bisogno ci sarebbe di parlarne con le parole giuste.
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Delicatezza significa anche la possibilità di avvicinarsi reciprocamente a piccoli passi, prendendosi tutto il tempo di scoprire se questo progetto fa al caso vostro. E significa anche poterci ripensare, se non ci si sente a proprio agio, se dopo qualche chiacchierata conoscitiva si pensa che non sia il momento.
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Questa l’idea. Per tutte le ulteriori informazioni potete scrivere a mmemmeemmemm@gmail.com.
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Grazie a tutte.
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All’improvviso

Camminare sovrappensiero per una strada della città e all’improvviso trovarsi davanti un banchetto di Forza Nuova circondato da forze dell’ordine e camionette.

Mi è successo quello che è successo all’ Italia: tutti a pensare ad altro e all’improvviso ecco i fascisti.

Ragazze elettriche: il romanzo distopico che distopico non è

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Pubblicato con il titolo “The Power”  e tradotto in Italia con “Ragazze Elettriche” il nuovo romanzo di Naomi Alderman ha fatto molto parlare di sé. Cosa succederebbe se piano piano le donne scoprissero di avere dentro di sè un muscolo, una sorta di centro nervoso che le rende capaci di produrre scariche elettriche ad altissima intensità?

Questo il presupposto che dà il via al romanzo, presupposto che permette di indagare la dimensione del potere, della sua gestione e dei molteplici scenari che il sovvertimento di questo ordine costituito comporterebbe.

Immersi in un mondo in cui il potere femminile si traduce anche in violenza nei confronti degli uomini, con scene che a volte colpiscono chi legge come pugni nello stomaco, ci accorgiamo che questa distopia così distopica non è: invertendo nuovamente i generi, tutte quelle dimensioni che ci paiono più assurde, liberticide e surreali non sono altro che la quotidianità di migliaia di donne nel mondo.

Di questo e molto altro abbiamo parlato insieme a Samanta Picciaiola del Falling Book, un’associazione che nasce come gruppo di lettura e che tanto ha dibattuto nell’ultimo incontro sui significati profondi di questo romanzo.

Un romanzo che consigliamo alle donne, per riflettere sulle dimensioni del potere e agli uomini, per ragionare su cosa significa vivere in un mondo in cui la semplice maggior forza fisica si traduce nella giustificazione dell’oppresione di un genere sull’altro.

Buon ascolto, la puntata è qui: mezz’ora del vostro tempo speso bene (mi auguro 🙂 )!

Libertà di importunare

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Il contenuto della lettera dal titolo “Difendiamo la libertà di importunare, indispensabile alla libertà sessuale” ha toccato temi che qui in Italia sono stati molto dibattuti, ovvero l’ipotesi che dopo il caso Weinstein si sia scatenata una caccia alle streghe molto puritana che prenderebbe di mira anche gli uomini responsabili solamente di essersi comportati in maniera goffa nel corteggiare una donna.

Si parla dunque di una “zona grigia”, in cui parrebbe esserci confusione nel distinguere ciò che è molestia da ciò che molestia non è.

Esiste questa zona grigia? Davvero per gli uomini è difficile distinguere quando un’attenzione è voluta e gradita da quando invece non lo è? Si possono mettere nella stessa lettera espressioni come “corteggiamento maldestro” e “non sentirsi traumatizzata tutta la vita se qualcuno le si struscia contro in metropolitana”?

Ne abbiamo parlato con riflessioni nostre e contributi tratti da diversi articoli, oltre che con le parole di Chiara Isoldi, presidente della Casa delle Donne per non subire violenza di Bologna.

Ci hanno accompagnato le musiche di Ani Di Franco.

Buon ascolto, la puntata è qui!

Annibali, Travaglio e l’importanza della delicatezza

imageLucia Annibali, avvocata sfregiata con l’acido da due uomini assoldati dal suo ex, ha puntato il dito contro le parole di Marco Travaglio che aveva precedentemente twittato

“la legislatura che sta per essere sciolta (si spera nell’acido) è stata una delle peggiori della storia repubblicana”.

La risposta di Annibali è stata

“Chi, come me, ha conosciuto gli effetti dell’acido, per sua sfortuna, si augura invece che questo non debba mai accadere a nessuno, nemmeno per scherzo”

Travaglio non solo non si è scusato ma ha rincarato la dose dicendo:

“Mi spiace che Lucia Annibali si sia offesa per il mio augurio semiserio che questa orribile legislatura venga sciolta nell’acido. Non sapevo che anche la parola ‘acido’ fosse stata proibita dall’Inquisizione del Politicamente Corretto. In attesa che l’Alto Tribunale comunichi quali vocaboli si possono ancora usare e quali è meglio di no (‘acidità di stomaco’, per dire, sarà offensiva?), il mio unico commento è che non ci sono più parole. Ma nel vero senso della parola”

Spiace che non si colga (o non si voglia cogliere) il cuore della questione, che non ha a che fare con “parole vietate” , ma con la delicatezza e il contesto.  E tanto più la delicatezza pare stia passando di moda, tanto maggiore è la necessità di riappropriarsene.
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Travaglio sa di avere uno stila caustico (mai come in questo caso la parola calza a pennello), ma alla scelta di uno stile deriva poi l’assunzione di  responsabilità.
Raramente le espressioni sono neutre e certamente l’espressione “sciogliere nell’ acido” nell’immaginario collettivo di base non richiama nulla di neutro: dubito che chi legge pensi alle lezioni di chimica delle superiori, credo che più probabilmente il richiamo sia a fatti di cronaca che hanno riguardato mafia, bambini, violenza di genere e donne. Sarebbe auspicabile che le parole non si scegliessero a vanvera, capisco che le sensibilità sono tante e che sia facile incorrere in degli scivoloni. Ma se qualcuno ti fa notare il fastidio e la violenza verbale insita in una tua espressione, perché continuare difendendo a spada tratta la propria posizione e chiamando in causa la censura? Se le parole scelte feriscono e una persona nota a tutti proprio per una di quelle parole si dice risentita, perché fare l’offeso? Si potrebbe chiedere scusa e dire che non si pensava di offendere nessuno: così facendo non solo si sarebbe fatta una migliore figura, ma si sarebbe dato un esempio utile di questi tempi.
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Ragionare e ripensare al linguaggio è molto faticoso, ma è un atto essenziale, ci porta a renderci conto della portata delle parole, di tutte, in particolare di quelle che diamo per scontate, dato che anche (e direi soprattutto) le parole scontate veicolano sempre e comunque concetti e immaginari. E non capisco perché secondo alcuni (Travaglio compreso) una maggior attenzione alle parole scelte debba automaticamente fare rima con “mancanza di libertà di espressione” e una minor attenzione alle parole sia invece da applaudire come qualcosa di positivo.
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Peccato che si sia persa un’ottima occasione di far sapere al pubblico che sì, si può ancora chiedere scusa, non solo: lo si può fare anche quando l’intento originario delle nostre parole non era quello di ferire, quando la ferita è stata “solo” un effetto collaterale. Si può tornare sui propri passi, si può dire “ho sbagliato”, “mi dispiace”, “non volevo”. 
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Credo fermamente che avere più delicatezza e sensibilità ci possa rendere persone migliori.
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La questione è chiederci se vogliamo essere quel tipo di persone.
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Fascismo e buon Natale

rescuetree21Ho iniziato a seguire ieri la pagina facebook Osservatorio Democratico Sulle Nuove Destre. Mi ritenevo una persona con una percezione discretamente realistica di come il fascismo stesse gonfiando il petto a destra e manca senza particolari conseguenze. Ma le notizie che sto leggendo in una sola giornata mi lasciano esterrefatta. Fatevi un regalo: seguite la pagina, se non lo fate già. E buon Natale.

La rivoluzione nel bicchiere del tè

Bustine-di-teMolti anni fa abbiamo trascorso l’ultimo dell’anno portando tè caldo, cioccolata e dolci ai senza tetto nelle strade di Bologna. L’idea nacque così, spontaneamente, in un gruppo di amici che – allora come adesso – credevano che un mondo migliore fosse possibile. È stato uno dei più bei 31 dicembre che ricordi: in un gesto semplice c’era tutta la potenza del riconoscersi vicendevolmente come parte della stessa umanità. In un sistema distorto che si nutre di terrore, paura e diffidenza un tè in un bicchiere di plastica che passa da una mano all’altra creando un filo rosso tra chi offre e chi accetta ha un che di rivoluzionario. E il sindaco di Como lo sa benissimo.

Vi riportiamo in manifestazione!

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Fonte foto qui

Non siete stat* a Roma in occasione della manifestazione 25 Novembre?

Volte sapere le ragioni che hanno portato per le strade più di 150.000 uomini e donne?

Avete storto il naso davanti alla notizia degli uomini allontanati dalla testa del corteo?

Oppure anche voi eravate a Roma e volete rivivere l’energia e la potenza di quella giornata?

Allora questa puntata è per voi: mezz’ora di energia, parole dalla piazza e – come sempre – i nostri commenti a riguardo.

Buon ascolto! Aspettiamo anche i vostri commenti, che ci siate stat* o no 🙂

 

Mansplaining on air!

mansplaining1Ed ecco qui il podcast della puntata in cui abbiamo parlato di mansplaining. E non essendo tuttologhe e volendo evitare di fare mansplaining a nostra volta, abbiamo approfondito l’argomento con Graziella Priulla, sociologa della comunicazione.

La puntata è ricca e movimentata (anche grazie ai contributi musicali!), ci ha dato l’opportunità di riflettere, ragionare e coniare nuovi termini, come “danceplainig” 🙂

Non sapete cosa significhi? Scopritelo ascoltando la puntata qui.

Come sempre, benvenuti tutti i vostri commenti a riguardo.

 

Le volte in cui avete subito mansplaining

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Nella prossima puntata di Frequenze Sui Generis parleremo di mansplaining e lo faremo – as usual –  a partire dai contributi di chi vorrà partecipare.

Volete contribuire?  Raccontateci i momenti in cui avete subito mansplaining: potete scrivere un commento al post o inviarci un messaggio privato. Oppure, se volete far sentire la vostra voce in radio, inviateci un audio su facebook alla pagina di Frequenze sui Generis!

Non c’è moltissimo tempo: avete tempo fino a stasera alle 20 . Il preavviso è poco, lo so, ma l’argomento è pregnante e i vostri contributi graditissimi!

Vi aspettiamo!